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Le lacrime della commozione (le parole di ieri)

Undici anni fa – settembre 2000
Ci si commuove al suono dell’inno nazionale, stando sul podio o rimanendo davanti alla televisione. Anche il più “rude” tra gli atleti, cade in questo sentimento bagnato spesso dalle lacrime. La commozione non è un sentimento da bambocci o una cosa di cui vergognarsi. Solo una persona grande (lo può essere anche un ragazzo o un adolescente!) vive questo particolare impulso. Ci si commuove davanti a qualche cosa di enorme o davanti ad un fatto inaspettato. La commozione ti fa sentire piccolo di fronte all’immensità. Ne sanno qualcosa le persone che si vogliono bene, quell’alpinista che si muove su alte vette, quell’atleta che aspetta da quattro anni le olimpiadi, un padre o una madre alla loro prima esperienza. E’ sentire il divario tra una cosa enorme e la propria piccolezza. E allora in quei momenti si è più uomini e più donne. Come se valesse il gioco di parole: “Solo quando si è piccoli… si è grandi”. Anche il famoso maestro di Palestina diceva cose analoghe, ai suoi tempi.

Sono attimi che si vivono da soli oppure di fronte ad una grande platea. In entrambi i casi è come se ci fosse il bisogno di comunicare con gli altri. Anche chi si commuove da solo vuole poi raccontarlo a qualcuno, quasi risentendo la stessa emozione. E qui il corpo è variegato nelle sue manifestazioni: le lacrimi, la famosa “pelle d’oca”, la tensione del viso, l’agitazione delle viscere. L’animo e il corpo partecipano sempre uniti a tutti i nostri sentimenti, in particolare a questo. Ci si sente nello stesso tempo forti e deboli, grandi e piccoli.

Personalmente ricordo i momenti di addio nelle precedenti parrocchie, dove la ricchezza di quello che avevo seminato veniva alla luce. Ricordo forti momenti vissuti durante una settimana di cammino solitario lungo l’Alta via dei Monti Liguri; ricordo la commozione davanti a sposini con 50 o più anni di matrimonio: quel loro parlarsi e volersi bene diceva la grandezza della parola “amore”; ricordo il momento in cui ero sdraiato a terra durante il rito di ordinazione, mentre la gente invoca su di me la protezione dei santi. Ognuno potrebbe raccontare le proprie esperienze.

Inoltre, quando si è nella preghiera e si entra nel cuore della Trinità, può succedere di avvertire l’enorme divario tra noi e il divino e anche questo può portare ad una gioiosa dose di commozione. La sfera spirituale infatti è una palestra attrezzata dove comprendere ciò che è eterno e ciò che è umano, ciò che è infinito e ciò che è piccolo. Se poi ci imbarchiamo nella riflessione davanti alla figura di Gesù, Dio e uomo nello stesso tempo, non finiremmo più. Non dimentichiamo la gioia che accompagna questi minuti destinati spesso a durare nel tempo. La si vede dipinta nei volti e nel modo di affrontare la vita.
Sono provvidenziali pertanto tutti gli attimi in cui ci si commuove perché, in fondo, si capisce che siamo… uomini. Non sono le cose che facciamo, il giudizio che gli altri hanno di noi, la ricchezza umana che conseguiamo, ad esprimere la nostra grandezza. Sembra invece che l’incontro con qualcosa di immenso ci fa essere quello che siamo, mentre il nostro corpo piange e il nostro animo si commuove. Potessimo salire spesso sul podio con una medaglia addosso!

Don Norberto

Undici anni dopo – ottobre 2011
Dopo anni, su questo tema, si potrebbe solo proseguire l’elenco di come la commozione segna momenti forti della vita. Non posso che rifarmi, durante il 2005, alle lacrime versate sul Cammino di Santiago o nella chiesa stessa di Santiago quando, davanti ad un sacerdote spagnolo (al di là della lingua), mi sono confessato oppure in un momento di grande tensione spirituale nelle “Missioni al popolo”, fatte a Busto nel 2007, quando le lacrime hanno sfiorato le mani del frate a cui chiedevo la misericordia del perdono …

Come sappiamo tutti, la commozione è contagiosa: se si sommuove uno, tutti veniamo coinvolti in questo sentimento. Noto che questo tipo di partecipazione sta crescendo con il passare degli anni. Quando infatti con gli altri si comunica nell’intimo le cose dell’anima, molto vibra e in questo movimento le lacrime della commozione trovano la loro strada. Immagino l’incontro tra Maria ad Elisabetta: quante lacrime, quella volta, scesero sui volti di donne segnate dalla Grazia, mentre comunicavano tra di loro ciò che sentivano nell’anima oltre a quello che avveniva nel corpo!

Sembra quasi che le lacrime abbiano una funzione analoga all’acqua che rinfresca o a quella che ci ha fatto entrare, attraverso il fonte battesimale, nel mondo di Dio. Lasciarsi lavare dalle lacrime della commozione che ci vengono senza che noi le possiamo governare, è esperienza di grande libertà. Quando è attivo lo Spirito di Dio in noi con il suo soffio, noi rispondiamo con il dono delle lacrime.

E’ bello partecipare anche alle lacrime altrui non solo per una sofferenza ma soprattutto quando si è davanti ad un momento di liberazione dal male o all’inizio di una fase nuova della vita altrui. Il momento del dialogo  o della Confessione permette al prete questa esperienza. Capita così che la commozione prenda anche me: è un momento di grazia dove posso verificare la presenza del divino attraverso  questo segno che passa negli occhi.

Mi viene da ricordare qualche lacrima vista in chi si stava preparando alla morte. Immagino che fosse stata anche  espressione di dolore per lasciare gli affetti e le persone. Mi piace pensare alle lacrime che scendono in quel momento come ad una espressione esterna per esprimere la commozione davanti alla vicinanza di un incontro e all’ingresso di un mondo nuovo che si apre. Non so se questo è ciò che succede a chi vive questo momento ma mi piacerebbe che fosse così per me.

Don Norberto

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