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Festa di Sant'Eusebio 2018

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Aver sete (2.a domenica di Quaresima)

I Vangeli di queste domeniche sono talmente conosciuti che diventa facile saltare subito alla conclusione (il Signore é fonte di “acqua viva”) e ritenere secondario il contesto, messo lì solo per “raccontare”, per “dare enfasi” alla “tesi”. La Parola, invece, “parla” in tutte le sue parti e ci mostra che il contesto pone delle premesse che sono delle vere e proprie “condizioni”: se queste non sussistono non esiste nemmeno la conclusione, perché questa perde significato, manca di “indicazioni”, é svuotata della sua “concretezza”.

Che senso avrebbe dar da bere a chi non ha sete, proporre di colmare un vuoto a chi si sente sazio, indicare una nuova strada a chi ritiene di essere sulla “retta via” ? … Si, le premesse, nella Scrittura, non servono solo a descrivere il “contesto”, ma a mostrarci le “condizioni” che rendono possibile l’ “incontro” con la Parola.

Sono queste “premesse” che ci indicano la strada, che ci fanno riflettere su cosa significa “convertirsi” e ci aprono all’incontro con la “fonte di acqua viva”. E’ fondamentale “aver sete”: significa riconoscere che ci manca qualcosa, che occorre ancora cercare, conoscere, incontrare … “qualcuno”.

La vita cristiana é fatta di “incontri” e di “relazioni”: viviamo tempi in cui molti incontri e molte relazioni sono diventate “superficiali” … Occorre riprendere il filo delle relazioni, tornare ad incontrare uomini e donne da cui sgorga “acqua viva”, persone concrete che stanno presso i “pozzi” della vita e che tengono lo sguardo “avanti”, alla “sorgente”.

Dobbiamo tornare ad “aver sete”, a cercare con chi cerca, a riconoscere ciò che “non disseta”, a prendere le distanze dalle forme del “passato” e dalle sue “tradizioni”: se Dio ci sta davanti e ci guida, le sue vie sono sempre nuove … ed occorre riconoscerle e cercarle, con la stessa tenacia e la stessa fantasia di chi ci ha preceduto, ma sapendo che le forme del passato sono “passate” …

La “samaritana” ci indica la strada: non serve dire che Gesù é la fonte dell’acqua viva. Occorre sapere “perché”, farne “esperienza”, essere suoi “compagni” per le strade del mondo; solo a queste “condizioni” (che sono quelle del vivere “in relazione”) possiamo comprendere e rendere efficaci i doni del risorto.

La citazione: “Impegno con Cristo” (Primo Mazzolari – 1943, pag. 29-31)

OGGI LEGGO IL VANGELO.
Il tuo vangelo, la tua parola, o Cristo.
Non questa o quella parola, la tua, unicamente la tua: vorrei dire, se tu non me lo proibissi, esclusivamente la tua, tanto sono vuote e ingannevoli le parole dell’uomo, tanta è la nausea che mi danno le parole degli uomini.
Ho sete della tua parola
come l’esule ha sete di patria
come il cuore ha sete d’amore.
Signore, parlami!
Ne ho lette molte di parole dette dagli uomini, scritte dagli uomini. Me ne hanno fatte leggere tante. Troppe. E ne ho la testa frastornata. Colpa mia o delle parole? Non so, non voglio sapere, adesso. Questo non è più il tempo delle inchieste: questo non è più il tempo delle opinioni … È un tempo di salvezza o di perdizione, nel quale ognuno deve pensare alla propria anima. Si vive una sola volta: ce n’è una sola di anima e non vogliamo lasciarcela beccare dagli uccelli come la parola caduta lungo la strada nella parabola del seminatore.
Quando ci sentiremo salvati,
quando avremo la certezza di essere stati redenti,
quando saremo stati ritrovati,
quando, ancora una volta, ci sentiremo portati in braccio da qualcuno,
quando sapremo, on vertià, perché si vive e perché si muore, perché si costruisce e perché si distrugge, perché ora ci insegnano ad amare ed ora ci insegnano ad odiare,
quando ci saremo ancorati
a qualche cosa di saldo
a qualche cosa che duri
a qualche cosa che faccia vivere,
se avremo ancora gusto per i gesti inutili e per le imprese vacue, torneremo alla «nostra pessima occupazione», la giostra delle parole e dei concetti.
Ma adesso, che il vivere è duro quanto il morire, più del morire, adesso che tutto è serio, perfino il sorriso delle fanciulle,
leggo unicamente
per salvarmi, per ritrovarmi, per edificarmi.
Non voglio più erudirmi. La cultura, questa nostra povera cultura, di cui ci siamo gargarizzati la gola per anni e anni,
questo sapere senza calore,
questa erudizione da fiera,
questa ubriacatura a buon mercato, mi fa schifo.
È ciarpame che non serve neanche come surrogato: meno della ferraglia, dello scatalame, dei vetri ortti, tanto ricercati, tanto utili, oggi.
Ascoltare parole, opporre parola a parola, far con le frasi festoni per gli scassati tribuni, intrecciare corone d’alloro per poeti servili,
non sappiamo più farlo,
non vogliamo più farlo, oggi.
Oggi, io sono in cerca di pane, il mio pane, il pane di oggi, il nostro pane quotidiano,
quello che serve per la fame di oggi
per passare di là, oggi
per avere forza di remare sotto la tempesta di oggi.
Domani è una parola cara, un incanto, il paese del sogno … E vi sono già col cuore: vi sono già sbarcato col cuore in terra di domani. Ma per qrrivarci con tutto l’equipaggio di me stesso, con quello che ho di più prezioso e di più saccheggiato, ho bisogno del viatico. Non lo si conserva per dopo quel pane, non lo si mette nella sporta come il pane del perdono: lo si mangia sulla strada, tra un colpo di remi e un altro, sotto la bora o sotto il maestrale, il pane che si mastica con l’acqua del mare, un pane amaro, il vero pane dell’uomo.
Il pane che non ha profumo se non di sudore;
il pane che non ha gusto se non di vita;
il pane che fa stare in piedi, che serve a camminare, a remare, a combattere con fede, a morire in pace.

Domenica della Samaritana, 2.a di Quaresima – 3-4 marzo
1.a lettura Deuteronomio 5, 1-2 e 6-21: Il Signore, nostro Dio, ha stabilito con noi un’alleanza sull’Oreb.
2.a lettura Efesini 4, 1-7: Una sola è la speranza alla quale siete stati chiamati, quella della vostra vocazione.
Vangelo Giovanni 4, 5 – 42: Noi stessi abbiamo udito e sappiamo che questi è veramente il salvatore del mondo.