Vedere (4.a domenica di Quaresima)
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Vedere (4.a domenica di Quaresima)

Siamo forse ciechi anche noi ? ” Questa domanda, anche se è stata esclusa dalla proclamazione del Vangelo di questa domenica, non può essere elusa. Il “segno” del cieco (Giovanni non ce lo presenta come “miracolo”) non rivela solo “chi é” Gesù ma soprattutto “come” si fa a seguirlo: “vedere”, “giudicare” e “decidere”. E’ questo il comportamento tenuto dal “cieco” ed esso diventa “luce” sul cammino del credente.

E’ difficile ammettere di essere “ciechi”, soprattutto per ritiene di vivere alla “luce” della “rivelazione” e della “fede” (secondo un certo modo di credere): non ci sfugga quindi il “fine” del discorso, che non è il “vedere” ma il “seguire”. Siamo spesso tentati di ritenere più importanti le premesse delle conclusioni, al punto da ritenere secondario ciò che facciamo.

Senza “vedere” e “giudicare” non ci sarebbe il “decidere”, ma il “cieco”, con la sua testimonianza, ci mostra che chi non “tira le conseguenze”, chi non decide secondo quello che ha fatto proprio, é esattamente come chi non vede. Il “vedere” é propedeutico, ma non basta “sapere” per fare. E tutti, per non sbagliare, siamo tentati di vivere senza “decidere”.

Viviamo spesso nell’illusione che il domani sarà migliore, pensando che questo possa venire dal cielo o dal governo, dai buoni discorsi del papa o dei politici “che sanno” … Il domani sarà migliore solo se, “vedendo” e “giudicando” ciò che è sotto i nostri occhi “decideremo”, ognuno per quanto gli compete, di fare come Gesù, di metterci alla sua “sequela” e di offrire la nostra vita “per il regno”. E’ questo l’inizio del “cammino” del credente.

Tu credi nel figlio dell’uomo?“, chiede Gesù al “cieco”; anche a noi, nella prossima Pasqua, è data l’occasione di rinnovare la nostra risposta; non quella di chi “sa”, ma quella di chi chiede: “Chi sei Signore ?” … e scoprire che “è colui che parla con te” e ti sta davanti nel “cammino”.

La citazione: “Impegno con Cristo” (Primo Mazzolari – 1943, pag. 15-16)

Molti ci domandano, prima di ogni altra cosa: «E voi che ne pensate del Cristo? chi dite ch’egli sia?».

Una domanda più che ragionevole in un mondo dove la forma vale più del contenuto, e il definirsi ha maggiore importanza dell’essere.
Una definizione, per quanto esatta, non ha nulla d’impegnativo. La perfetta risposta di Pietro sulla strada di Cesarea di Filippo, non lo salva dal rinnegare tre volte il Maestro, mentre un generco: «Tu, Signore, lo sai che ti voglio bene», lo impegna fino alla morte e più oltre.
Tutti conosciamo la risposta della fede e molti di noi la possono ripetere, per grazia, davanti a chiunque.
Se non lo facciamo, è perché siamo persuasi che un’ostensione puramente letterale, se scompagnata da una testimonianza di vita, allontana invece di avvicinare il lontano: che camminando in silenzio accanto ai molti che cercano, cercatori anche noi di una realtà ineffabile che non si esaurisce in una formula quantunque esatta e significativa, possiamo meglio aiutare ed essere aiutati.
Chi dice di veder meglio non sempre è davanti, non sempre è il più operoso servitore, non sempre il più fedele.
Siamo malati con chi è malato: forte coi forti: sapiente coi sapienti: pellegrini con chi cammina: cercatori con quelli che hanno fede o credono di non averla.
La vera gerarchia, insegnataci dal vangelo, incomincia dall’ultimo. Una fede che prende il passo di chi non crede, non è qualosa di perduto o di diminuito.

Domenica del Cieco, 4.a di Quaresima – 17-18 marzo
1.a lettura Esodo 33, 7 – 11a: Il Signore parlava con Mosè faccia a faccia.
2.a lettura 1.a Tessalonicesi 4, 1b – 12: Questa infatti è volontà di Dio, la vostra santificazione.
Vangelo Giovanni 9, 1 – 38b: Tu, credi nel Figlio dell’Uomo?