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La lettera del Vescovo:

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Il prete e la sua storia (le parole di ieri)

Ottobre 2002 – Dieci anni fa
Non è facile parlare di se stessi perché sono le azioni che parlano di noi. Mi è capitato, comunque, di raccontare la mia vocazione in un contesto “serio”, insieme a persone che avevano fatto altre scelte di vita religiosa. In quell’incontro si dovevano chiarire i passaggi e le tappe della propria crescita vocazionale. Quella volta fu utile per me perché mi obbligò a dare dei contorni precisi alla mia storia. Ricordo invece molte altre occasioni in cui spontaneamente uscivano pezzi del mio passato quando, con ragazzi o giovani, si era attorno ad un tavolo, sui prati della montagna o in piazza della chiesa. Da un inizio in cui le domande vertevano sui classici problemi sessuali o sulle ragazze, si passava pian piano a richieste più profonde sull’essere prete, sul perché di questa scelta, sulle difficoltà incontrate.

In quel clima mi sentivo libero di parlare, comprendevo la voglia di ascolto che era in loro, avvertivo un’apertura che mi obbligava alla franchezza. Momenti belli e calorosi! Cercavo solamente di non calcare le linee di un protagonismo, per non essere troppo al centro dell’attenzione, proprio perché esiste, talvolta, la tendenza ad enfatizzare con tinte avventurose il proprio passato. Più volte, in anni successivi, mi è capitato di rivedere alcune di queste persone, le quali mi rammentavano cose che avevo detto loro, mentre io avevo quasi rimosso molti pensieri. Questi sono i momenti più belli in cui parlare di sé, proprio perché nulla è prestabilito o preparato, ma tutto nasce nella spontaneità. Per il resto infatti credo che siano le azioni e i comportamenti a parlare di noi, sia in senso positivo che in senso negativo.

Potrei accennare anche alla vita del prete con le sue difficoltà: la mancanza di una donna e della famiglia, le giornate senza orari, il non possedere una vita privata, l’essere sempre sotto i riflettori, tenere insieme persone e iniziative di una comunità… Ma credo che siano problemi paralleli a quelli di molti altri. Anzi, i miei sono più ridotti! Mi vengono in mente persone che da anni non fanno le ferie per accudire persone malate o inferme, quanti sono alle prese con lo stipendio che non basta mai, quanti hanno delle difficoltà morali o vivono con molta solitudine. Ecco perché mi sembra più corretto far conoscere non tanto i problemi del prete (che, tra l’altro, interessano poco), quanto ciò che un prete vive, pensa, quello che avverte o i punti di vista che possiede. Così facendo si può comunicare le parti nascoste e belle del prete. In questo mi ritengo un privilegiato, perché della mia fede e della mia persona riesco a dire sempre qualcosa attraverso il microfono della Messa domenicale o le pagine del Tassello.

Esiste sempre un pensiero in ogni prete, quando non vede sorgere vicino a sé giovani che scelgono la stessa vocazione. Viene quasi l’idea che non si riesca a far passare l’Evento per cui ha senso dare la vita diventando sacerdoti. Poi si capisce che “questo mondo” rimane un po’ misterioso e allora… ci si affida ancora di più al Padreterno.

don Norberto

Giugno 2012 – Dieci anni dopo
Il mese di giugno è un mese particolare per noi preti perché ricorre l’anniversario delle ordinazione sacerdotali. Più o meno tutti ci riferiamo a questo mese, anche se il giorno non è uguale per tutti. Sono andato a riprendere un articolo scritto in un numero monografico del giornalino della parrocchia dedicato alla figura del prete, dove ognuno era invitato a fare le proprie considerazioni. Anche a me fu chiesto di scrivere qualcosa … sul prete!

Ricordo che il primo anno di permanenza a Casciago mi fu chiesto di parlare di me all’interno di una domenica della comunità (mi pare che quella volta fossimo a Luvinate). Lo feci raccontando le stagioni della mia vita con passaggi essenziali, fatti dopo una forte crisi o grazie a particolari incontri ed esperienze (quella del cammino di Santiago fu una di quelle). Ma è solo con il passare del tempo che si chiarisce sempre meglio una scelta fatta 32 anni fa!

Si capisce di essere utile perché la vita di Dio scorra nelle vene delle persone: questo rende la vocazione sacerdotale interessante e anche un po’ originale, fuori dal comune! Non quindi nell’ambito organizzativo trovo il significato della mia persona né, tanto meno, nel sentirmi pedina che sul territorio tiene aperta la succursale della Chiesa italiana. Favorire il passaggio della vita divina, permettere che il flusso dell’amore divino passi nei fratelli e nelle sorelle, è ciò che ritengo bello della mia vocazione.

Se cresce sempre più il valore dell’essere prete quasi come… “tubo” attraverso il quale passa la Grazia, mi interessa il futuro su cui tutto questo si svilupperà. Ciò che è stato, nel bene e nel male, lo conosco io e quanti ho incontrato; ciò che è il presente, tra fatiche e dubbi, lo so bene e lo sanno quanti mi incontrano ora. E’ il futuro che mi incuriosisce perché sono in attesa di ciò che il Buon Dio mi riserverà, ciò che mi chiederà di essere, per far passare meglio il flusso divino ad altri. Se i vari passaggi vissuti hanno purificato la mia vocazione, quanto altri passaggi renderanno più bella la chiamata a fare il prete! Non so se sono pronto a tutto, proprio a tutto, ma credo che arriveranno gli aiuti necessari per vivere ciò che sarà. Penso che tutto quello che avrò fatto e tutte le persone incontrate si ridurranno ad una sola parola: “Eccomi”. Potrò così constatare come i 32 anni passati e quelli che arriveranno siano stati necessari per … diventare prete.

Don Norberto

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