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La lettera del Vescovo:

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Davanti ad una fotografia (le parole di ieri)

Marzo 1986 – Ventisei anni fa
La storia più recente del nostro paese può essere documentata in varie maniere: testimonianze, inchiesta, dati… Mi sembra però che la fotografia lo strumento più adatto, per la sua capacità di evocare e di risvegliare emozioni. Come non ricordare le immagini di Aldo Moro, del generale Dalla Chiesa, Galli, Alessandrini, Walter Tobagi, Giovanni Bachelet ed altri.

Anche la fotografia di una terrorista, Wilma Monaco, uccisa durante l’attentato del 22 febbraio 1986 all’economista Giuliano Da Empoli fortunatamente salvo, può far pensare. Fa riflettere soprattutto la sensazione di solitudine. Quel cadavere sull’asfalto, quel berretto, quel viso girato, quegli occhi chiusi, profondamente solo. Una ragazza rimasta sola perché l’opinione pubblica non poteva stare dalla sua parte; sola perché anche i suoi compagni di lotta hanno ricamato solo messaggi provocatori; sola per la sua scelta. Immagine ormai innocua, portatrice di morte, libertà annientata, distrutta, giocata male. Quella ragazza mi ha fatto pensare!

Ho pensato innanzitutto che fosse assolutamente vietato (almeno per noi credenti) inneggiare al “Gli sta bene, se l’è cercata, son contento che sia finita così…”. Mi sono chiesto dove sta o che cosa possa significare “pietà cristiana”. Essa evidentemente non approva il comportamento di una terrorista che si pone automaticamente al di fuori di una società e di una convivenza; chiede invece giustizia; invoca protezione; lotta perché non si arrivi a questi punti.

Eppure quel cadavere resta lì, solo. La pietà cristiana ci porta ad immaginare la pena e le lacrime di un Dio che ha creato quel corpo, che ha amato quella ragazza, che l’ha prediletta proprio perché “lontana”, che ha accettato le conseguenze disastrose di questo amore.

E’ questa pietà che cu permette di andare al di là, di vedere come Dio vede, di pensare come Di pensa, di giudicare come Dio giudica. Può essere allora segno di debolezza? Mi sono messo a pregare per lei, perché non fosse sola davanti al tribunale di Dio o almeno fosse meno sola. Ci dimenticheremo presto di lei ma quando vedremo alti cadaveri simili, magari ci penseremo di più

don Norberto

Luglio 2012 – Ventisei anni dopo
Sono andato indietro, ma di tanto, 24 anni! Ero coadiutore a san Pietro in Sala, grossa parrocchia di Milano e, pur essendo lì da sei anni, mi ero sempre rifiutato di scrivere sul foglio che ogni settimana veniva pubblicato con qualche avviso e qualche breve commento a cura dei vari sacerdoti. Il parroco insisteva perché scrivessi qualche articolo ma mi rifiutavo per diversi motivi: la pigrizia innanzitutto, poi la difficoltà a scrivere con la paura di essere letto e giudicato da persone di un certo livello culturale in quella parrocchia “di centro” (è la parrocchia dell’attuale premier Monti!).

Pressato dalle richieste cominciai un giorno a scrivere con l’articolo appena riportato che, in assoluto, fu il primo testo in cui esprimevo qualche cosa di me. Un articolo quasi da “anteguerra”: non si usava ancora il computer, il parroco stesso usava la macchina elettrica (anche se molto avanzata) e il mio articolo fu scritto e pubblicato con i caratteri della mia più modesta macchina da scrivere, quella dove i caratteri si cambiavano con le “margherite” (magari nessuno si ricorda più!). Mi costò fatica la stesura, peggio di un tema scolastico.

Erano gli anni degli Brigate Rosse, la tensione era a fil di pelle, ogni giorno si rischiava di vedere sul giornale un nuovo attentato. Tobagi fu ucciso nel 1980 poco distante dalla parrocchia, il commissario Calabresi,  ucciso nel 1972, abitava a cento metri dalla chiesa …

Ricordo bene quella foto da cui partirono i primi pensieri che poi si sono evoluti con il tempo. Volevo comunicare uno stato d’animo, una emozione. Non volevo fare una riflessione morale o sociologica ma solo comunicare come un prete viveva quei momenti difficili. Cercavo una comunicazione che non fosse solo quella legata ad aspetti  catechistici, educativi o pastorali.

Il  motivo per cui lo riprendo (essendomi capitato casualmente tra le mani), sta nel dare ragione all’inizio di un modo di comunicare che poi si è sviluppato nel corso degli anni e che mi piace continuare ancora dalle righe di questa rubrica.

Mi sono messo davanti ancora a quella fotografia che riproduco qui a lato (visto il passare degli anni, nessuno la può ricordare).

Mi ritorna ancora un senso di freddo davanti a quel cadavere che stava portando morte ad un altro: una morte così è ancora più fredda. Certo di lei, Wilma chiamata in battaglia “Roberta”, non è rimasto nulla se non articoli sgualciti dal tempo. Non essendo stata la protagonista di un effettivo assassinio, scomparve presto con il suo nome e con il suo gesto. Lei anima persa che nessuno sa dove si trova, perché nascosta in chissà quale luogo misterioso. Sono sicuro che solo Dio sia stato capace di ripescarla, dal buco di solitudine in cui si era ficcata, per poterla abbracciare. Davanti ad un Dio così avrà pianto, avrà dovuto lavare il suo male con parecchie lacrime. Avrà forse inviato piccoli lampi di luce a quanti l’avevano conosciuta e seguita su quella strada, affinché cambiassero il cuore.

Se ora riesco a comunicare forse lo devo anche ad una foto e a quella mancanza del volto di una donna distesa sulla strada. A distanza di anni mi sento di rivolgere a Dio una preghiera.

Don Norberto

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