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La lettera del Vescovo:

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Ripartire: accogliendo l'iniziativa di Dio … (7ª domenica dopo il martirio di Giovanni)

La Scrittura ci ricorda oggi che Dio è all’origine di tutto: ogni credente la sottoscrive con facilità … ma tendiamo a ritenere che questa “verità” serva solo a ricordarci il passato e che non si riferisca a “oggi”. Eppure, anche “oggi”, è il Signore che prende l’iniziativa.

Occorre prendere sul serio la Parola di “oggi”: la vita del credente è tale solo se fa riferimento al Signore, se riconosce il primato di Dio e se questo riferimento diventa la guida nel cammino, così da rendergli testimonianza.

Essere in relazione diretta con Dio ci può talora spaventare: diventa così preferibile non conoscerlo “direttamente” ma sfruttare le mediazioni disponibili, ascoltare quello che “dicono di lui” gli altri. Eppure il Signore offre a tutti la possibilità di incontrarlo e riconoscerlo; il percorso di queste domeniche (con i doni delle Scritture, dello Spirito Santo e dell’Eucarestia) si fa invito ad accogliere la misericordia di Dio, che si è fatto prossimo a noi, e la sua logica, che va oltre le nostre capacità.

Occorre imparare a guardare la realtà “direttamente”, accogliendo e vagliando la visione che ce ne danno gli altri, ma cercando di guardare al Signore “faccia a faccia”. Questo comporterà lo sforzo di indagare, cercare di comprendere, interrogare “le Scritture” … ma riserva anche la gioia di “conoscere” il Dio in cui crediamo … e di fare “nuove” tutte le cose.

Ciò che orienta la vita del credente non è il passato, ma il futuro: il passato ci da le chiavi per comprendere che la Parola di Dio è vera e affidabile, ma non ci dice mai che cosa bisogna fare domani. Così accogliere, in primo luogo, l’iniziativa di Dio (e non cosa dicono, pensano e fanno gli altri) significa guardare al futuro e muovere in quella direzione, secondo quanto ci è dato di comprendere e di credere.

Buon cammino!

La citazione: “Ripartiamo da Dio” – lettera pastorale di Carlo Maria Martini per per l’anno 1995-1996, pag. 24-27
2.1. L’inquietudine della notte della fede
Ripartire da Dio vuol dire sapere che noi non lo vediamo, ma lo crediamo e lo cerchiamo così come la notte cerca l’aurora. Vuol dunque dire vivere per sé e contagiare altri dell’inquietudine santa di una ricerca senza sosta del volto nascosto del Padre. Come Paolo fece coi Galati e coi Romani, così anche noi dobbiamo denunciare ai nostri contemporanei la miopia del contentarsi di tutto ciò che è meno di Dio, di tutto quanto può divenire idolo. Dio è più grande del nostro cuore, Dio sta oltre la notte.
Egli è nel silenzio che ci turba davanti alla morte e alla fine di ogni grandezza umana; Egli è nel bisogno di giustizia e di amore che ci portiamo dentro; Egli è il Mistero santo che viene incontro alla nostalgia del Totalmente Altro, nostalgia di perfetta e consumata giustizia, di riconciliazione, di pace.
Come il credente Manzoni, anche noi dobbiamo lasciarci interrogare da ogni dolore: dallo scandalo della violenza che sembra vittoriosa, dalle atrocità dell’odio e delle guerre, dalla fatica di credere nell’Amore quando tutto sembra contraddirlo. Dio è un fuoco divorante, che si fa piccolo per lasciarsi afferrare e toccare da noi. Sui Navigli, portando Gesù in mezzo a voi, non ho potuto non pensare a questa umiliazione, a questa “contrazione” di Dio, come la chiamavano i Padri della Chiesa, a questa debolezza. Essa si fa risposta alle nostre domande non nella misura della grandezza e della potenza di questo mondo, ma nella piccolezza, nell’umiltà, nella compagnia umile e pellegrinante del nostro soffrire.
È come nel cammino verso Emmaus (cf Luca 24,13-35). Da principio il Signore si fa sentire stimolando e interrogando l’inquietudine dei discepoli. Poi si manifesta nelle parole che spiegano le Scritture, le quali fanno comprendere ai due discepoli che c’è qualcosa al di là di quanto essi credevano di aver capito. Ma quando Gesù si rivela nella frazione del pane, subito scompare ed essi lo cercheranno correndo incontro ai fratelli. Gesù stimola, attrae, si manifesta, e insieme invita ad andare oltre, a non contentarsi della formula ricevuta o della gioia di un momento.
Talora presumiamo di avere già raggiunto la perfetta nozione di ciò che Dio è o fa. Grazie alla Rivelazione sappiamo di Lui alcune cose certe che Egli ci ha detto di Sé, ma queste cose sono come avvolte dalla nebbia della nostra ignoranza profonda di Lui. Non di rado mi spavento sentendo o leggendo tante frasi che hanno come soggetto “Dio” e danno l’impressione che noi sappiamo perfettamente ciò che Dio è e ciò che Egli opera nella storia, come e perché agisce in un modo e non in un altro. La Scrittura è assai più reticente e piena di mistero di tanti nostri discorsi pastorali. Preferisce il velo del simbolo o della parabola; sa che di Dio non si può parlare che con tremore e per accenni, come di “Qualcuno” che in tutto ci supera. Gesù stesso non toglie questo velo, Lui che è il Figlio: ci parla del Padre ma “per enigmi”, fino al giorno in cui svelatamente ci parlerà di Lui. Questo giorno non è ancora venuto, se non per anticipazioni che lasciano ancora tante cose oscure e ci fanno camminare nella notte della fede.
Perciò anche la Chiesa, fatta a immagine della Trinità, non può capire mai a fondo se stessa né può cessare di ricercare con passione e pazienza la sua identità. Molti discorsi pastorali nascondono l’illusione di sapere tutto sulla Chiesa e sui suoi cammini nel mondo, cose se si trattasse solo di applicare delle regole e di dedurre conclusioni da principi. Ma la Chiesa ha la sua origine nel Padre che è prima di ogni principio e va accolta come dono che si rinnova ogni giorno per la forza sorgiva dello Spirito.
Questo discorso potrebbe essere frainteso, quasi si trattasse di “rimettere continuamente in discussione tutto”. Le certezze che ci sono date in dono sono ben certe e ciascuno le può ritrovare nel Catechismo della Chiesa Cattolica. Esse sono faro e guida per i nostri cammini, però non sono più di una “lampada che brilla in un luogo oscuro, finché non spunti il giorno e la stella del mattino si levi nei vostri cuori” (2Pt 1,19). Non ci dispensano dalla fatica dell’interrogarci, dal timore di illuderci, dal bisogno di esaminarci con umiltà su quanto diciamo e operiamo ogni giorno.
Domenica 7ª domenica dopo il martirio di Giovanni – 13-14 ottobre
1.a lettura Isaia 43, 10-21: Ecco, io faccio una cosa nuova: proprio ora germoglia, non ve ne accorgete?
2.a lettura 1.a Corinzi 3, 6-13: Io ho piantato, Apollo ha irrigato, ma era Dio che faceva crescere.
Vangelo Matteo 13, 24-43: Colui che semina il buon seme è il Figlio dell’uomo.