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La lettera del Vescovo:

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"Con il passo del pellegrino" di Nieuviarts (e quattro)

Che la strada si apra al tuo arrivo, che il vento soffi sempre alla tue spalle, che il sole inondi e riscaldi il tuo volto e che Dio ti custodisca nel palmo delle sue mani!  (Benedizione irlandese)
Parlare di transumanti e di nomadi, di pellegrini e di gente che cammina, richiede di per sé che si assuma immediatamente il passo del pellegrino. …..Questo presupporrebbe di essere già completamente diversi, trasformati, cosa che può avvenire per l’appunto solo camminando. “Cammina. Senza sosta cammina. Va qui e poi là. Trascorre la propria vita su circa sessanta chilometri di lunghezza, trenta di larghezza. E cammina. Senza sosta. Si direbbe che il riposo gli è vietato. Quello che si sa di lui lo si deve a un libro. Se avessimo un orecchio un po’ fine, potremmo fare a meno di quel libro e ricevere notizie di lui ascoltando il canto dei granelli di sabbia, sollevati dai suoi piedi nudi. Nulla si riprende dal suo passaggio e il suo passaggio non conosce fine.

Sono dapprima in quattro a scrivere su di lui. Quando scrivono hanno sessant’anni di ritardo sull’evento del suo passaggio. Noi ne abbiamo molti di più: duemila. Tutto quanto può essere detto su quest’uomo è in ritardo rispetto a lui. Conserva una falcata di vantaggio e la sua parola è come lui, incessantemente in movimento, senza fine nel movimento di dare tutto di se stessa. Duemila anni dopo di lui è come sessanta. E’ appena passato e i giardini di Israele fremono ancora per il suo passaggio, come dopo una bomba, onde infuocate di un soffio”. Christian Bobin evoca in queste righe Gesù di Nazaret. In effetti, noi qui lo potremmo considerare senza difficoltà come il prototipo del pellegrino, nella convinzione che quest’uomo viene dal cuore di Dio e seduce, nel senso più forte del termine, l’umanità lungo la strada e nel corso del suo cammino ininterrotto. Di fatto sarà lui a illuminare discretamente i passi a venire.

Essere pellegrini è riprendere il libro della propria vita voltando pagina e senza fretta di scrivere su quella intonsa, forse addirittura supplicando il cielo che nulla vi si inscriva prima che il vento e le intemperie abbiano a lungo coniugato i loro sforzi per dettare un’esperienza nuova, inedita…..Perchè partire significa rendersi vulnerabili o “permeabili” a Dio. E’ manifestare, con la partenza stessa, che si è alla ricerca di lui.

Ma forse la vera destinazione del pellegrino è parte della sua identità stessa: è pellegrino e straniero su questa terra, attratto con tutto il suo essere dalla patria che lo chiama a sé, la sua vera dimora, quella che la Lettera agli Ebrei, in un capitolo magnifico, chiama “il cielo stesso”. Quei credenti in cammino mostravano, come dice la lettera agli Ebrei, “di essere stranieri e pellegrini sulla terra. Chi parla così mostra di essere alla ricerca di una patria”. Un proverbio tuareg dice: “Dio ha creato un paese pieno d’acqua perché gli uomini possano vivere, e un paese senz’acqua perché gli uomini abbiano sete. E ha creato un deserto: un paese con e senza acqua perché gli uomini trovino la loro anima”.

La Bibbia è interamente fatta di cammino, di tanti cammini, il cammino di Mosè verso l’Oreb, spostamenti solitari come quello del profeta Elia verso la montagna di Dio, la strada percorsa dall’antenato di tutti costoro,  Abramo, divenuto nomade su una parola di Dio, verso il paese della promessa. Nel suo cammino egli porta quello che si potrebbe definire il DNA, la prefigurazione di tutti i cammini futuri, soavemente attratti da Dio. “Chi cammina non è in grado di dirigere i suoi passi”, dice il profeta Geremia. E’ in questi termini che la Bibbia parla di quelli che camminano con Dio.

Così Abramo per primo, padre dei credenti, cammina instancabilmente, alla ricerca di una terra della quale ha ricevuto da Dio la promessa. Proprio lui, che non credeva più! Abramo ascolta una parola del Signore, la prende sul serio, e cammina. Anche Gesù, appena nato, come nuovo Mosè imbocca la via dell’Egitto sulle orme del suo antenato, e più tardi, sulle strade della Galilea, della Samaria e della Giudea, egli sarà sempre in cammino, “di villaggio in villaggio” come ripete il vangelo, infaticabile. Lungo la strada chiama dei discepoli, cioè gente che si mette alla sua sequela, perché condividano il suo progetto, la sua passione, condividano la passione per il Regno del quale egli ama parlare loro. Per seguire Gesù camminano, perché il Signore è sempre in cammino e devono imparare a tenere quel passo, fin troppo spedito per loro!

Gesù si mette sulle orme del suo popolo. Ma apre anche vie nuove, esce dai sentieri battuti, verso le frontiere e anche al di là, incontro a tutti, per ascoltarli, amarli, guarirli, salvarli e farli entrare nella sua Pasqua, che ha sapore di eternità.Dunque la Bibbia, dall’esodo fino alla pentecoste e nell’incontro con Gesù, presenta il cammino di sequela come un cammino che può far nascere o rinascere, sulle orme di Dio.

Jacques Nieuviarts

Non possiamo decidere di diventare pellegrini, possiamo decidere di fare un pellegrinaggio ma, non per questo, diventeremo dei pellegrini. Il pellegrino quando si incammina non si ferma più, non può più fermarsi: cercherà l’Incontro nel silenzio e nella solitudine, si sentirà straniero in casa.
Nel suo cuore rimarrà impresso per sempre il ricordo del primo passo e di chi l’avrà messo su quella strada, verso la misteriosa meta. Il Signore è il mio pastore non manco di nulla su pascoli erbosi mi fa riposare, ad acque tranquille mi conduce” camminerà al suono del salmo.

Teresa