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La lettera del Vescovo:

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“Il rosso della piazza d’oro” di Rupnik (e sei)

perleIl rosso è il fuoco della risurrezione, l’oro è la luce che penetra la terra. Il mondo diventa ciò che è cioè Eucaristia”.  Olivier Clément
Padre Marko Rupnik è ormai un artista apprezzato a livello internazionale. I suoi più di cento mosaici decorano grandi cattedrali, santuari frequentati, chiese e cappelle di caratteristiche diverse in numerosi Paesi. La sua arte non è frutto del caso. E’ sostenuta da una concezione teologica coerente e articolata, legata alla spiritualità e all’esperienza personale. In questi colloqui di Marko Rupnik con Natasa Govekar si incrociano aspetti diversi che, molto simbolicamente, si snodano, almeno nella loro forma letteraria, per il periodo di una settimana. Vale la pena di immergersi nell’avventura che porterà con sé grandi sorprese.                Mons. Luis F. Ladaria

 Quando nel 1999 hai consegnato la cappella Redemptoris Mater al committente, dicendo “Santo Padre, grazie a Dio abbiamo finito !”, il papa ribatté scherzando: “Ma lei non ha finito, ha appena cominciato !”. Erano parole profetiche, perché oggi possiamo contare più di cento spazi liturgici in tanti Paesi del mondo rivestiti dai mosaici dell’Atelier del Centro Aletti. E si moltiplicano le visite dei pellegrini in queste chiese, come pure le richieste di averne almeno una foto “per la preghiera personale”. N. Govekar

 

La fede è l’accoglienza di un dono gratuito, cioè è la vita di Cristo. Quindi è l’accoglienza di Cristo. Questa accoglienza della vita avviene nell’esperienza della morte a quella vita che ritenevo mia. L’accoglienza di Cristo avviene cioè nel passaggio dalla mia morte al risvegliarmi ad una vita che è molto più mia, ma è di Dio; una vita nella quale io mi scopro unito al Padre. Non sono più da solo, ma sono veramente un figlio amato. Ma ci vuole la morte: la fede nasce attraverso l’esperienza drammatica di far morire l’uomo vecchio che accentra tutto e fagocita tutto. Al Padre si accede come figli, evidentemente. Ma questo non può essere un’opera mia, perché io non mi posso auto-generare come figlio, posso solo essere generato.

Il passaggio alla salvezza è il battesimo, evento in cui noi ci troviamo accolti da Dio nell’umanità del suo Figlio e cominciamo a vivere la vita come un dono da accogliere e non come un progetto da realizzare: questa è la fede. Usciamo dalle acque del battesimo o dal sacramento della riconciliazione come vivi tornati dai morti. La fede è una sorpresa, non una conquista!

La fede significa essere ritrovati in Cristo. Allora non sono più “io” il soggetto. Io non prego più come “io”, ma in quanto incorporato in Cristo, in quanto la mia umanità è unita all’umanità di Cristo. Allora io prego come figlio nel Figlio, e quindi prego il Padre. Allora la mia preghiera è la preghiera al Padre, il mio Credo è il “credo in Dio Padre”. L’elemento Cristo nella mia vita consiste nello scoprirmi figlio nel Figlio.

Personalmente ho vissuto questa esperienza filiale già con mio padre, che era un uomo pieno di sapienza, di umorismo e di praticità. Padre Spidlik come padre spirituale è entrato esattamente da questa porta. E penso che ho potuto cominciare a lavorare sul volto di Cristo in quanto ho iniziato a scoprire che ho un punto di riferimento che è il Padre. Non si può arrivare al volto di Cristo senza una vera esperienza della figliolanza.  Per questo motivo credo che, per l’artista, l’arrivo al volto di Cristo sia, precisamente, un arrivo, e non un punto di partenza. Infatti, quando mi raggiunge la redenzione, quando nella mia vita sono toccato da Cristo e in Lui avviene la trasfigurazione, la morte e la risurrezione della mia vita, della mia persona, di tutte le mie realtà, non colgo immediatamente tutta la ricchezza del volto del Redentore. Scopro progressivamente dei piccoli tratti che solo pian piano compongono il ritratto di Cristo. E questo probabilmente sarà il lavoro di tutta la vita.

Una cosa è l’arte in generale, quell’espressione dell’uomo che suscita meraviglia, che dilata il cuore, che fa percepire il vero e il bene come bellezza. Poi c’è un’arte che con i suoi contenuti vuole suscitare delle partecipazioni intime e un mondo spirituale, religioso nel senso generale: è quella che potremmo chiamare “arte religiosa”. E poi c’è un’arte che qualcuno chiama “arte sacra” e qualcun altro “arte liturgica”, arte per la liturgia, per lo spazio liturgico – che fa parte della liturgia stessa e per questo è un’espressione della fede della Chiesa. Quest’arte è considerata parte integrante della liturgia. Fa talmente parte della liturgia che, anche quando la liturgia non è in atto, l’arte continua a rivelare e rendere presente in quello spazio lo stesso Mistero che si è celebrato nella liturgia. Questo è lo scopo dell’arte sacra: l’incontro con il nostro Signore e Salvatore.

Non ha nessun senso raffigurare in chiesa la crocifissione come la vediamo nei film. Questo tipo di raffigurazione fa leva sul sentimento, ma non dice ancora la verità spirituale di quell’evento. Anche sul Golgota la scena era crudele, ma quante persone, vedendo questo “spettacolo” – come lo chiama il Vangelo di Luca – hanno capito che lì è crocifisso il Figlio di Dio? Solo il centurione. Non vale la pena allora  ripetere  nell’arte la stessa scena, perché così non aiutiamo le persone a contemplare il senso spirituale del fatto. L’arte sacra deve aiutare a contemplare nel Gesù che soffre sulla croce il Salvatore del mondo. L’arte deve aiutare a vivere l’esperienza spirituale della sofferenza e non velare la sua verità con il verismo o con l’idealismo.  L’arte sacra mi dovrebbe aiutare a trovare il senso della mia vita.

Nell’arte sacra la figurazione non è lasciata alla libera scelta, ma è un’obbedienza allo Spirito. Se l’arte vuole rendere visibile quanto è invisibile, lo deve cogliere attraverso l’unico occhio che può vedere l’invisibile, che è quello dello Spirito. E’ lo Spirito Santo che ci comunica la visione spirituale. E’ lo Spirito che rivela ciò che l’occhio corporeo vede ancora velato. Quando fai un volto e scopri degli occhi che ti guardano, quando ti accorgi di essere visto, nasce un dialogo con la persona che raffiguri. Qualcosa di suo passa a te e qualcosa di tuo passa lì. Se il senso della nostra vita è conoscere Dio e giungere a Lui, il volto è forse proprio il punto di arrivo. La questione di disegnare un volto o di realizzarlo in mosaico è qualcosa che supera semplicemente il dato del talento o della tecnica acquisita. Non si tratta, infatti, solo di disegnare un volto, ma di comunicare una presenza che gli altri percepiranno. L’occhio è la parte più importante del volto. E’ proprio lì che si coglie la presenza. Quando entri in chiesa, prima ancora di vedere, sei visto: e così avviene subito un incontro. Negli occhi si comunica veramente lo Spirito e la verità spirituale della persona.

Perciò la Chiesa con l’arte sacra ti raggiunge lì dove è inevitabile la sosta della carne umana, vulnerabile, sofferente, imperfetta. Ti incontra lì, ma poi comincia ad agire l’altro aspetto. Ad un tratto comincerai a vedere che questo Cristo triste è anche forte, ha un collo potente, pieno di Spirito. E magari scoprirai che il volto di Cristo ti ha preso nella tristezza e ti porta pian piano nella speranza e nella pace; ti ha preso nell’angoscia e ti porta nella luce dell’aurora; ti ha preso nella notte e ti porta al mattino. Questo è il passaggio! Questa è l’arte del volto di Cristo.
……….Dio esiste ed è Lui che rende bella la vita dell’uomo. E che l’uomo, senza Dio, non può vivere.

Padre Marko Rupnik

“……..Chi ha visto me ha visto il Padre…..”
Accorgersi di essere visti è sentire di essere il figlio amato. Bisogna aprire la porta del cuore ai padri spirituali, come padre Rupnik con padre Spidlik, per arrivare a sentirsi figli. I padri spirituali sono uomini che sono stati presi dal volto di Cristo: uomini che conducono al passaggio.
Da loro impareremo a vedere senza “aver visto”: se non si “vede” non è detto che non sia vero che accada! La fede è una sorpresa, scoprire che il volto di Cristo ci ha preso rende bella la nostra vita e senza di Lui non possiamo vivere.

Teresa