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La lettera del Vescovo:

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“Il pane di ieri” di Enzo Bianchi (e tredici)

IL PANE PER OGNI GIORNO
“Il pane di ieri è buono domani”, dice per intero il proverbio. Con la bussola di queste parole Enzo Bianchi, fondatore e priore della Comunità Monastica di Bose, racconta storie e rievoca volti della propria esistenza: il Natale di tanti anni fa e la tavola imbandita per gli amici, il suono delle campane nella veglia dell’alba e il canto del gallo nel silenzio della campagna, i giorni della vendemmia e la cura dell’orto. Trova il momento della solitudine e quello della veglia, accoglie la vecchiaia come una stagione che arriva alla vita. Ogni racconto è la tappa di un cammino sapienziale che parla dell’amicizia, della diversità, del vivere insieme, dei giorni che passano e della gioia. Della vita di ogni uomo in ogni tempo e terra del mondo.

Difficile operazione ricordare, rileggere e raccontare il proprio passato, il mondo di ieri nel quale abbiamo vissuto. Operazione in cui si corre non solo e non tanto il rischio della nostalgia, quanto quello di rendere idilliaco ciò che in realtà non lo era affatto: rischio ancor più facile se il nostro passato si situa in un mondo un po’ perduto, come quello della cultura contadina, e se i ricordi risalgono a un’età precedente quella della maturità. il nutrimento solido che ci viene dal passato è buono anche per il futuro e i principi sostanziali che hanno alimentato l’esistenza di chi ci ha preceduto sono in grado di sostenere anche noi e di darci vita, gioia, serena condivisione nel nostro stare al mondo accanto a quanti amiamo.

Essendo nato nel marzo del 1943, durante la seconda guerra mondiale, sono stato svezzato sotto le bombe, mentre repubblichini e tedeschi scorrazzavano nei nostri paesi seminando paura, terrore e morte. La mia era una famiglia povera: mio padre di mestiere era stagnino, ma per tirare avanti faceva anche il barbiere, il vetraio, l’elettricista. Mia madre era gravemente malata di cuore e anch’io seppi già da piccolo che sarebbe morta presto. Nacqui in casa – allora non si andava a partorire in ospedale – , e la mia nascita fu travagliata. Del resto i medici avevano sconsigliato a mia madre , così malata, di avere figli. Mio padre, che non era frequentatore della chiesa, volle chiamarmi con un nome che non fosse di un santo e così scelse “Enzo” e come tale mi iscrisse all’anagrafe, ma mia madre, che invece era una donna piena di fede, volle chiamarmi “Giovanni”. Con questo nome fui battezzato di notte, portato dal parroco da una vicina di casa, molto amica di mia madre.

Mi dissero che per la mia nascita la festa fu molto ridotta: mia madre era molto provata dal parto, si viveva nella miseria e si era in tempo di guerra. Ma erano le condizioni di molti in quei tempi nei nostri paesi, senza contare il tasso elevato di mortalità neonatale e infantile. Eppure, anche nella miseria c’era gioia per una nuova nascita: ci si rallegrava insieme con semplicità, mettendo da parte la preoccupazione per la comparsa di una bocca da sfamare in più. Era il segno fragile ma tangibile che la vita andava avanti. Ma come la nascita e la festa avvenivano in casa, nel quotidiano, così anche la morte era parte di quell’unico flusso vitale e familiare.

Ricordo quando, un pomeriggio del settembre 1951, mentre ero in strada a giocare, sentii rintoccare la campana dell’agonia: capii che suonava per mia madre e corsi a casa mentre sopraggiungeva il parroco. Quando, uscito il prete, l’amica di mia madre – quella che mi aveva portato al battesimo – mi introdusse nella stanza da letto, ascoltai le parole che mia madre rivolse a me, a mio padre e all’amica: una povera donna di grande fede che se ne andava a poco più di trent’anni, lasciando suo marito e l’unico figlio nella solitudine e nella miseria. A me disse solo: “Vedrai, io di là farò più di quanto ho potuto fare di qui per te ..”

Non ho ricordi del funerale, non so nemmeno dire se vi partecipai, ma da allora imparai anch’io ad andare al cimitero ogni domenica pomeriggio dopo i vespri: una visita doverosa sì, ma fatta con affetto, recitando qualche preghiera e salutando chi non c’era più e aveva lasciato un vuoto pesante per un bambino di otto anni. Eppure confesso che ebbi il dono di vivere la morte di mia madre come momento di vita e di comunione.

Più tardi, molto più tardi avrei capito con la ragione quello che avevo sperimentato in modo così naturale: l’importanza di non morire soli ! Se la vita è la relazione con gli altri, anche il morire va custodito in questo spazio di comunione. “La nostra vita arriva a settant’anni, ottanta se ci sono le forze”: molte cose sono cambiate nei tremila anni che ci separano da questo salmo che dà autorità di parola di Dio alla sapienza umana, eppure la verità che contiene è una delle poche a non essere sostanzialmente mutata, nonostante il progressivo elevarsi della speranza di vita e dell’età media, i progressi della medicina e l’industrializzazione del lavoro. Cos’ì anch’io, da quando ho varcato la soglia dei sessant’anni, mi confronto con la vecchiaia proprio a partire da ciò che su questa età della vita dicono la Bibbia – il libro che, come cristiano e come monaco, non mi stanco di frequentare per trovarvi una parola per la vita – e gli “anziani di giorni” che ho avuto la sorte di incontrare lungo il mio cammino.

Leggendo la Bibbia si ha l’impressione che la vecchiaia sia una beatitudine, perché la vita è il bene supremo e vivere a lungo, fino alla “sazietà dei giorni”, può significare pervenire alla sapienza del cuore e ad assumere una funzione testimoniale per le nuove generazioni. La soddisfazione di una vita vissuta fino al suo termine naturale, una vita feconda e conclusasi nella pace è la massima beatitudine promessa come premio al “giusto”. Un profeta anonimo dell’esilio, volendo delineare un tempo in cui le sorti di Israele perseguitato sarebbero state capovolte, dirà: “….non ci sarà vecchio che non porti a pienezza i suoi giorni” (Isaia 65.20)

Enzo Bianchi

 

I ricordi sono delle piccole diapositive della nostra vita e suscitano emozioni perché fanno parte di noi: forse alcuni vorremmo cancellarli e altri riviverli ma il passato non torna e nemmeno si può cambiare, è proprio su quel passato che abbiamo costruito il nostro presente.

Ma, esiste un dono, quello di una vita nuova, il dono di vedere la nostra storia con i Suoi occhi e di incidere nel nostro cuore nuovi “ricordi”. Allora tutta la nostra vita, passato, presente e futuro verrà avvolta in un unico meraviglioso abbraccio. 

Teresa