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La lettera del Vescovo:

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Perle in giro (e quindici)

Questo libro nasce da un incontro tra frère Jean-Pierre Schumacher e Nicolas Ballet. Frère Jean-Pierre è il sacerdote monaco trappista (oggi novantenne) miracolosamente scampato alla strage del 1996, quando nel monastero di Tibhirine, in Algeria, furono rapiti e poi uccisi sette suoi confratelli. Nicolas Ballet, giornalista, ha soggiornato per un mese e mezzo presso frère Jean-Pierre, raccogliendo la testimonianza dell’anziano monaco che gli ha offerto informazioni inedite sulla notte del rapimento.

In quella fine di marzo del 1996, le nevi di febbraio si erano sciolte e, da qualche settimana, avvertivamo un piccolo inizio di tregua in quella terra di Algeria scossa dalla guerra civile. Se all’inizio di marzo c’erano stati ancora dei morti vicino a Tibhirine, dove gli abitanti vivevano nella paura, gli attentati in tutto il Paese sembravano esser un po’ meno numerosi del solito. La nostra comunità monastica ritrovava ora un po’ di quell’ossigeno che le era mancato nei mesi precedenti.

Tuttavia, quella notte non è stato il rintocco della campana del monastero a scuotermi dal sonno. Giungeva alle mie orecchie il rumore insolito di una conversazione davanti al portone, a una decina di metri dalla mia stanza. Guardando l’orologio, ho visto che non era ancora l’ora di recarsi in cappella. Il quadrante indicava l’una del mattino: ogni mattina i monaci si alzano alle 3.15 per il primo ufficio delle vigilie.

Senza accendere la luce, sono balzato fuori dal letto per andare alla finestra. Dava sul muro di cinta del monastero, in cui c’era un portoncino di ferro. Sollevando un angolo della tenda, ho visto, a una quindicina di metri, una persona intrufolarsi per quell’apertura. Nonostante l’oscurità, potevo distinguere un uomo con un turbante, che portava un’arma a tracolla, probabilmente un kalashnikow. Sembrava che questo individuo si dirigesse verso quelli che parlavano davanti al portone, a destra della mia finestra, che io non potevo vedere da dove mi trovavo. Dopo essere passato di fianco alla portineria, lo stesso uomo è poi entrato al pianerottolo del monastero, là dove dormiva fratel Luc.

Non ero molto tranquillo e mi sentivo a disagio. Mi sono inginocchiato accanto al letto per pregare e chiedere al Signore di proteggerci. E’ capitato allora qualcosa che non avevo mai raccontato: la maniglia della porta della mia camera si è messa a cigolare. Qualcuno cercava di aprire senza riuscirvi. La maniglia girava a vuoto, poiché, come facevo ogni sera prima di coricarmi, avevo messo per sicurezza il chiavistello. A soli due metri, continuavo, immobile, la mia preghiera al buio. Dall’esterno nessuno poteva vedermi, dato che la tenda dietro la porta a vetri era tirata. Sarebbe bastato rompere i due grandi vetri per entrare nella stanza. Ma lo sconosciuto non ha insistito. Se ne è andato subito, pensando senza dubbio che il locale non fosse abitato.

Non mi aspettavo certo un rapimento, ma non ero molto tranquillo: poteva capitare di tutto. Dopo un quarto d’ora circa – fra l’una e un quarto e l’una e mezza del mattino – ho sentito rinchiudersi la porta che dava sulla strada, senza vedere nulla né sentire alcun rumore di motore. Mi sono detto che i visitatori se ne erano andati, rasserenato sono uscito per andare in bagno. Fuori tutto era calmo. Poi, senza pormi altri problemi, mi sono di nuovo coricato. E’ allora che qualcuno è venuto a bussare alla mia porta. Ho subito riconosciuto la voce di padre Amédée e sono andato ad aprirgli. Mi sono trovato davanti due figure. Era accompagnato da Thierry Becker, il vicario generale della diocesi di Orano. “Sai cosa è appena successo ?”, mi chiese. “I fratelli sono stati portati via: non restiamo che tu, io e quelli del Ribat”.

Eravamo storditi e sconvolti, senza tuttavia cedere al panico. In quel momento e nei giorni successivi, non immaginavamo una conclusione tragica. Secondo noi – ne eravamo certi – erano stati semplicemente presi in ostaggio per servire da moneta di scambio.

All’avvicinarsi dell’estate del 1996, nel caldo già opprimente della conca di Fez, restavamo in attesa di notizie dei nostri fratelli, mantenendo regolari contatti con la diocesi di Algeri. Dal mattino alla sera, ogni preghiera era per i nostri fratelli rapiti affinché custodissero la grazia di essere fedeli testimoni e continuassero  a vivere la loro vocazione monastica là dove si trovavano sequestrati.

Fino a quel 21 maggio1996, quando un comunicato attribuito al Gruppo Islamico Armato (GIA) fu diffuso dall’emittente della radio Médi 1 a Tangeri: “Abbiamo tagliato la gola ai monaci, conformemente alle nostre promesse …..” Una chiamata telefonica al vescovo di Tangeri, mons. Peteiro, m’informò del tragico epilogo. Erano quasi le diciotto e stavano per cominciare i vespri. Il fratello che ritornava dalle commissioni, in città, si gettò prono davanti al tabernacolo della cappella, esclamando: “I fratelli sono morti !” Dopo l’ufficio e la cena, mentre lavavamo insieme le stoviglie, gli ho detto: “Sai, quello che stiamo vivendo non è triste. E’ una cosa grandissima. Dobbiamo esserne all’altezza. L’eucaristia che offriremo in loro memoria non sarà una messa né in nero, né in viola, colori del lutto; sarà in rosso, colore del martirio e dell’amore”.

Sarebbe certo difficile nascondere lo shock provato da tutti noi di fronte a questi avvenimenti traumatizzanti che significavano anche la fine di un’intera vita comunitaria unita e fraterna a Tibhrine. Ma la vita dei nostri fratelli di Tibhrine era stata una vita riuscita, una vita offerta a Dio e all’Algeria. Erano giunti presso di lui, certamente ricompensati di tutto quello che avevano dato con tanto amore, fino alla fine. Questo dono ultimo era il pieno compimento della loro relazione con l’islam.

L’amore e il martirio: a Notre-Dame d’Afrique, la messa fu celebrata in rosso, in un giorno di grande solennità – la solennità della Santissima Trinità – alla presenza dei sette feretri che circondavano quello del cardinale Duval, arcivescovo emerito di Algeri, morto due giorni prima. Finivano così, per Amédèe e per me, più di trent’anni di impegno monastico in Algeria.

Non ero triste. Non sono triste. Oggi come ieri, le loro voci risuonano profondamente dentro di me. Ripenso a tutti i miei fratelli ogni giorno, nel nostro monastero. A Midelt, la grazia dei loro sorrisi mi accoglie quando spingo la porta della cappellina del ricordo, decorata con i loro ritratti dipinti da un artista algerino nostro amico. Vi è stato aggiunto quello di padre Amédée, che ha condiviso la nostra vita di qui dal 2001 fino al suo ritorno a Dio, nel 2008.

E così sono diventato quello che certi giornali hanno chiamato “l’ultimo sopravvissuto dei monaci di Tibhirine”. Non che questo appellativo mi disturbi , ma io resto prima di tutto un semplice religioso, impegnato da cinquantacinque anni nella vita monastica, una scuola comunitaria di apprendimento a Dio, che costituisce la mia gioia e mi aiuta a rispondere alle domande che immancabilmente sorgono nel corso dell’esistenza.

Frére Jean- Pierre

Per il commento alla perla (credo che le Sue parole siano quelle giuste): Io ho dato loro la tua parola e il mondo li ha odiati, perchè essi non sono del mondo, come io non sono del mondo. Padre giusto, il mondo non ti ha conosciuto, ma io ti ho conosciuto, e questi hanno conosciuto che tu mi hai mandato. E io ho fatto conoscere loro il tuo nome e lo farò conoscere, perchè l’amore con il quale mi hai amato sia in essi e io in loro. Gv 17

Teresa