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06/06/2018 - Pellegrinaggio Sotto il Monte e Madonna del Bosco

Presenza delle reliquie di San Giovanni XXIII (Papa Giovanni) nel suo paese natale

Programma

QUATTRO MARTEDI' nel tempo di pasqua

PRIMO INCONTRO -Martedì 10 aprile 2018 ore 21.00 - Guida don Giuseppe -Oratorio di Luvinate

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Pellegrinaggio a Lourdes con i malati UNITALSI

IN PULMAN 23 - 29 maggio 2018 / IN AEREO 24 - 28 maggio 2018

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VERSO IL SINODO DEI GIOVANI

Terra Santa - 18/19enni e giovani - 3-10 agosto 2018

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Calendario annuale

Calendario generale delle proposte dell'anno pastorale 2017-2018

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Perle in giro (e diciannove)

UNA GROTTA CHE CHIAMA
Numerosi personaggi della cittadina di Lourdes narrano la vicenda della piccola Bernadette. Il racconto si apre l’11 febbraio 1858, giorno della prima apparizione della Vergine, per concludersi il 16 luglio. Cinque mesi che cambiano la sorte di Lourdes. Da questo racconto corale emergono le penose condizioni di vita di Soubirous, il piccolo mondo della cittadina pirenaica, la sorpresa per la scelta di Bernadette, il senso del mistero. L’autore lascia che sia lei stessa a parlare… 11 febbraio 1858. Avevo appena compiuto quattordici anni, ma non ero del tutto sicura. Avevo paura. Quattordici anni, era la fine dell’ infanzia. Come uscire da un bosco per andare sotto il grande cielo nudo e grigio. Ero bassa, col viso rotondo. Parlavo forte, eppure non mi sentivano. La gente non mi dava quattordici anni, né tredici, ma undici o dodici. Toinette, la mia sorella minore, aveva già fatto la prima comunione. Io no. Quando si è fatta la comunione, si entra nella società.

Mi sentivo confusa, con le cifre e le lettere. I beni che avevamo avuto, i beni che non avevamo più.  Il nome di cui eravamo fieri, il nome di cui avevamo vergogna. Quel giorno l’ordine del giorno si è capovolto. Siamo andati verso il niente di niente. Una mattina come le altre, un giorno d’inverno. Avevamo fame, era normale. La malattia mi diminuiva l’appetito, ma risentivo di quello degli altri. “Senti tutto, sarai infelice” diceva mia madre. Il vuoto nero della fame rende il corpo tutto bianco. Sentivo ancora di più la fame degli altri. Mi pareva che tutto il mondo avesse fame. La bisboccia dei ricchi, il cibo che si spreca, non potevo immaginarlo. Mia madre sentiva solo il mio silenzio. Tenevo la bocca chiusa su ciò che mi separava.

Da noi i ricchi parlano in francese e i poveri in patois  (dialetto locale), che cambia da una vallata all’altra. Io parlavo il bigordino (dialetto della Bigorre). Il latino è la lingua della Chiesa, benché Dio le sappia tutte. Tutte le sere, in famiglia, si proclamava “Maria concepita senza peccato”. Le parole difficili erano i nostri tesori. La fede, nessuno poteva prendercela. Gridavamo per farci sentire dal buon Dio che viveva lontano, al di là del Pic du Midi. Don Aravant mi aveva detto: “La Madonna è la madre di tutti. Se sei triste ti consolerà”. Se le parlavo, Lei non rispondeva. Ma forse è per questo che dopo è successo. Si può sempre pregare quando non si ha nessuno a cui parlare.

Gesù aveva sofferto più di tutti ed era stato disprezzato, eppure era lassù sul muro della camera, e sul muro della chiesa, e su quello della scuola. Tutti si inginocchiavano davanti a Lui. Aveva talmente sofferto da giungere nella grande luce delle cime. Al di là dell’inverno. Guardavo il suo costato trafitto che sanguinava. Anch’io avevo male al petto e talvolta sputavo sangue. Avrei voluto essere lassù accanto a Lui.

Credevo che a scuola sarei divenuta una persona, ma anche lì mi vedevano come gli animali. Una frase sentita in chiesa mi ha attraversato la mente: “Gli ultimi saranno i primi, e i primi gli ultimi”. Lui era sempre lì, sul muro, sopra la maestra, il cui disprezzo era solo ignoranza. Come avrebbe potuto insegnarmi ciò che non sapeva ? Avevo un’idea, vaga e allo stesso tempo precisa. Imparare la salvezza. Solo Lui mi avrebbe insegnato. Lo amavo, lassù contorto sui due pezzi di legno. “Guardami quando ti parlo”, diceva la maestra. “Non c’è niente di scritto sul muro”. Sul muro, sopra di Lui, c’era scritto INRI. Gesù Nostro Signore re dei giudei. Lo avevo chiesto a don Aravant. Ho fissato la croce.

L’11 febbraio era il cuore ghiacciato dell’inverno, ero meno povera, avevo più brio. Ho detto: non ci lasceremo abbattere. Raccogliendo la legna, forse troveremo un tesoro ! Il Gave, il canale, la collina delle Espélugues, il cielo grigio sopra, tutto ciò mi sembrava immenso. Ero solo un misero punto in questa grandezza. Dall’altra parte mia sorella mi prendeva sempre in giro: avevo il fiato grosso,il naso che colava, l’occhio lacrimoso. Tentavo invano di trattenere ciò che piangeva dentro. Scorreva senza che potessi farci niente. L’acqua era fuori, dentro, era dappertutto.

Ho intuito una presenza lontana. Qualcosa di molto grande e invisibile che aspettava. Le calze fangose mi si appiccicavano alla pelle, non riuscivo a togliermele. Rasente il terreno, una grotta vi apriva la sua bocca nera. Un grande silenzio aveva invaso l’intero paesaggio. I corvi avevano cessato il loro baccano. Ho immerso un dito nell’acqua. La corrente era piena di coltelli di ghiaccio. Ho detto fra me: “Non ci riuscirò”

Ho chiuso gli occhi un istante, poi li ho riaperti. L’acqua traditrice era sempre davanti a me. Se fossi rimasta lì, sarei gelata sul posto. Ma la nostra casa era troppo lontana per tornarci. Più in alto, a destra, c’era una seconda grotta, piccola, meno profonda, e raggiunta dalla luce. I rami di una rosa di macchia le formavano intorno una sorta di scrigno verde, poco abbondante in quella stagione. La rosa di macchia, fiore magico delle vergini. Lei e io avevamo qualcosa in comune, il bisogno di fiorire da un terreno arido sull’orlo di un precipizio. Nel silenzio è risuonato come un grande soffio. Ora ero scalza. Una seconda volta il rumore ha lacerato la quiete, la rosa di macchia si è mossa. L’aria era perfettamente immobile, eppure una forza la agitava. Mi sono ricordata di avere sentito dire in chiesa: lo Spirito soffia dove vuole. Il cespuglio mi faceva segno. Bisognava che capissi. Forse lassù si giocava la mia vita.

E allora ho visto. Ero una superficie liscia. Riflettevo. Perché non ero niente. Lo Spirito riempiva il mio vuoto. Ne avevo paura e allo stesso tempo desideravo il fuoco del cielo. Ho fissato la rosa di macchia pelata dalla stagione fredda, e ho pensato alla corona di spine sulla fronte di Cristo. Ho smesso di avere paura. Dalla grotta scaturiva una luce dolce e potente. Il fango è scomparso, il freddo è scomparso. Non mi muovevo più, inchiodata sul posto per timore che il bianco mi abbandonasse. Avrei voluto che Quella lì non se ne andasse mai. “Quella lì, Aquero” in patois. Solo trattenere Quella ancora un po’.

Nella tasca ho tastato il rosario che mia sorella mi aveva regalato, come ogni volta che avevo un’emozione, un dubbio. Sono caduta in ginocchio e ho pregato. “Maria concepita senza peccato”. Ero immersa in questo calore. Un fardello di sofferenza portato da anni e giunto da molto lontano mi è caduto dalle spalle. La cavità era dolce e familiare per me. Il mio cuore non avrebbe mai più avuto freddo. Silenzio.

Ciò che era successo non apparteneva al nostro mondo. Era scomparso com’era arrivato. Quella lì mi era sicuramente apparsa perché lo trasmettessi. Eppure parlando avrei tradito: nessuna parola avrebbe detto quello splendore. Ho incrociato le mani sul petto, per custodire il ricordo di Aquero al caldo del cuore. L’inferno non è tanto sottoterra quanto nei cuori di pietra. Si diceva che a Massabielle, il luogo più basso di Lourdes, si nascondevano cose segrete e nere. Allora ho pensato di nuovo: gli ultimi saranno i primi. Ciò che è in basso sarà in alto. Era possibile elevarsi. Aquero mi dava il diritto di essere quella che ero. Cristo ha detto: Quelli che non hanno niente erediteranno il regno dei cieli. L’amore viene a colui che ci crede

Ne avevo abbastanza di essere invisibile. Ma perché mi vedessero, prima avrei dovuto vedere. Una donna aspetta tutta la vita. Aspetta quello che la aspetta. Un uomo. Un figlio. Per quanto mi riguarda, non è questo. Ma quando ho visto Aquero, ho saputo che l’avevo sempre aspettata. Uscivo dall’abbagliamento. La penombra mi sorprendeva. Tutto si disegnava in me, un particolare dopo l’altro. Quella luce mi aveva chiamata. Dio ha respirato. Il suo soffio è sceso e il lampo mi ha accecata. Ho preso fuoco a un tratto. La luce di Aquero era quella del cuore e mi aveva conquistata tutta. Attraverso di me ne avrebbe raggiunti altri.

Il mondo era una chiesa. Le braccia di Gesù mi accoglievano. Liberata dal fardello dell’erranza, rifugiata nella sicurezza dell’amore. La sua totalità. Il mio corpo e il mio spirito riuniti, i pezzi raccolti. Ero me stessa. Bernadette. Ero all’inizio di un grande viaggio. Il segno mi aveva messo in cammino. Aquero non ha solo scaldato l’acqua, non mi ha solo scaldato il corpo,  Lei mi ha scaldato il cuore. In quest’altro mondo che ho intravisto, tutto è unione.

La tristezza si mescolava alla gioia, una tristezza infinita, una gioia infinita, che mi lasciava felice e desolata. La notte divorava le mie lacrime. Non si sapeva cosa fosse quello che mi era successo, ma si sapeva che era impossibile. Io avevo capito che i limiti ce li creiamo noi. Ero uscita da quella disperazione sorda, compagna della vita ordinaria. Ero entrata nella fede e sapevo che quindi non c’è più separazione. Avevo raggiunto quella terra in cui si è nutriti dalla manna. Aquero mi aveva aperto il paradiso, e quando ci si è penetrati un giorno, non lo si dimentica più. “Io non vi prometto la felicità in questo mondo, ma nell’altro”, ha detto lei. Lei abita in alto e ci aiuta a salire.

Ogni giorno ero sempre più calma. Questa serenità mi turbava. Mi dicevo: sei diventata questo, un’altra, Lei mi aveva cambiata. Nello sradicamento mi trovavo. Ho bisogno della solitudine per stare con Lei, ho bisogno della solitudine per non essere sola. Aquero non è venuta perché ero qualcuno. Sono stata qualcuno perché Aquero è venuta. Dopo questo non c’è più granchè da dire. Ma non avendo visto, la gente vuole una spiegazione.  Parole e ancora parole …

Catherine Rihoit


Veniva nel mondo la luce vera, quella che illumina ogni uomo.
Era nel mondo E il mondo è stato fatto per mezzo di lui;
eppure il mondo non lo ha riconosciuto
Dio, nessuno lo ha mai visto: il Figlio unigenito, che è Dio
ed è nel seno del Padre, è lui che lo ha rivelato.

“Padre giusto, il mondo non ti ha conosciuto, ma io ti ho conosciuto, e questi hanno conosciuto che tu mi hai mandato. E io ho fatto conoscere loro il tuo nome e lo farò conoscere, perché l’amore con il quale mi hai amato sia in essi e io in loro”

 Ogni domenica, un uomo di Dio ci trasmette la Parola, ci parla del Regno di Dio, ci insegna a vedere e a sentire l’infinito: ad ogni messa un Suo discepolo ci comunica la fede. Se ci lasciamo condurre, aprirà i nostri occhi e i nostri cuori, ci donerà la vita vera e ci metterà sulla strada che ci farà arrivare a Lourdes, perché a Lourdes si arriva non si va… questo è il vero miracolo!

Gesù gli disse: “Perché mi hai veduto, tu hai creduto; beati quelli che non hanno visto e hanno creduto!”.

Teresa