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La lettera del Vescovo:

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Perle in giro (e ventuno)

TERESA RACCONTA TERESA
Teresa racconta Teresa. In prima persona. A mo’ di diario intimo. E’ la formula che l’autrice ha scelto per far conoscere la storia di Teresa Martin, vissuta dal 1873 al 1897, divenuta poi santa Teresa di Lisieux. E’ una storia d’amore e di sete di Assoluto che ha inizio nelle lontane generazioni della campagna della Normandia, e si sviluppa e si trasmette di generazione in generazione. E’ l’avventura di una donna normale che si trasforma in uno spaccato femminile di straordinaria spiritualità. E’ lo sviluppo di quella parte spirituale che il mondo d’oggi soffre di aver dimenticato. “Quando ho cercato di definirla più da vicino – dice Catherine Rihoit -, mi sono accorta che Teresa di Lisieux era il segreto di ognuno, la parte intima di tutti. Sapevo che affrontando un giorno la storia di Teresa, avrei capito qualcosa di ciò che mi era rimasto a lungo incomprensibile: il posto di Dio”.

“Voi non mi conoscete come sono in realtà”. Scrisse questo poco prima di morire. La sua vera identità, infatti, sarebbe rimasta un mistero. In un primo tempo è forse stata,come molte altre, una donna dentro l’altra donna. C’era la donna e c’era la santa. La donna voleva essere la santa, forse per non essere più la donna. E in effetti, dopo la sua morte, è stata dichiarata santa. E’ morta il più presto possibile per essere una santa, per non essere più una donna. E’ morta per essere un’altra cosa. Un’altra cosa che fosse al di sopra. Il corpo sotto terra, l’anima in cielo, la santa nelle chiese. Dopo la sua morte, lei così piccola, esile e nascosta da viva, da reclusa, l’ombra nera, si trova ovunque, con un fascio di rose fra le braccia. Abbiamo bisogno di queste presenze invisibili. La vita da sola non basta.

Non ha alcun bisogno di scrivere la propria vita. D’altra parte, l’ha ridotta a ben poca cosa. Muore a ventiquattro anni, il 30 settembre 1897. Nell’autunno che incomincia, i fiori avvizziscono. Ma, per Teresa, l’autunno non sarà stato che l’inizio della primavera. A lei non interessano le stagioni. Il seguito sarà senza fine,perché è sicura di non morire mai, almeno nella parte di se stessa che conta, l’anima. E’ per questo che non scrive la sua vita propriamente detta e intitola il suo racconto Storia di un’anima . Nella primavera così presto conclusa di Teresa fiorisce un’anima.

Quando Teresa muore, nessuno sa ancora chi è. Lo aveva previsto e voluto. Ciò era per lei la condizione stessa della santità. Teresa sarà la santa di tutti, non importa di chi, la santa di chi vuole. Ma Gesù era un profeta, mentre Teresa parlava sottovoce per essere ascoltata dopo la sua scomparsa. Di qui l’ordine delle carmelitane, la cui regola è: silenzio e clausura. Quando si precipita al Carmelo,Teresa si immerge nel silenzio. Ma questo silenzio incomincia con un grido: ella chiede l’autorizzazione al papa di entrare al Carmelo a quindici anni, mentre la gerarchia ecclesiastica glielo impedisce. Prima del Carmelo, il fatto di non essere né vista né ascoltata le permette di riservare ogni sua energia per una conversazione con un Gesù invisibile e silenzioso, nella quale Teresa forgerà la propria anima e a cui attingerà le forze per quell’altra conversazione che terrà con i suoi libri, grazie ai quali sarà conosciuta da migliaia di persone nel mondo.

Quando ho tentato di esaminarla più da vicino, mi sono accorta che Teresa di Lisieux era il segreto di ciascuno, la parte intima di tutti. Da santa, Teresa trascende il tempo, abita quell’altro mondo che considerava come la sua vera patria, l’eternità del cielo. L’ho accompagnata in quella parte del suo percorso segnato dalla crescita del desiderio, dalla corsa in presenza di una passione per un uomo che è più di un uomo dal momento che è Tutto. Ho cioè raccontato la storia umana di Teresa. E’ il libro del desiderio. Il seguito sarebbe il libro della guarigione…

Catherine Rihoit

 Feci il mio ingresso nella vita con molta facilità. Poco dopo il mio arrivo, già sorridevo. Arrivai il 2 gennaio 1873, alle undici e mezza di sera, come un regalo dell’anno nuovo. Ero forte e di buona salute, pesavo otto libre. Fui battezzata l’indomani, secondo il costume familiare. Tuttavia, qualche giorno dopo la mia nascita, il 9 gennaio 1873, morì Napoleone III. Il 24 maggio segnò il passaggio a un regime parlamentare con l’avvento di Mac-Mahon, e il 25 maggio la nascita dell’Ordine morale. La festa imperiale con le sue sregolatezze era proprio terminata. Iniziavo la mia vita sotto il segno dell’austerità.

Mi ricordo un giorno di essere stata molto vicina agli angeli. Quando ho avuto un nuovo attacco di enterite al terzo mese della mia vita, mia zia Maria Dositea ha pregato per me san Francesco di Sales, fondatore della sua congregazione. Ha imposto a mia madre di chiamarmi Francesca. In caso contrario il santo si sarebbe offeso e mi avrebbe ripreso con sé: a mia madre non restava che ordinare una bara. Per questo mi chiamo Maria Teresa Francesca. Maria per la Vergine, come tutte le femmine dei Martin e come mia sorella maggiore, che porta proprio questo nome e che è mia madrina. Teresa per la grande santa d’Avila e anche per la sorellina Teresa morta prima di me. E Francesca per il santo di mia zia che mi ha salvata.

Mi piace restare in ascolto del mondo e sciogliermi dentro. Osservo tutto senza averne l’aria. Da adulta ho continuato ad essere come una bambina. All’inizio mi trovavano precoce, più tardi mi trovarono puerile. Forse non sono mai stata veramente una bambina oppure lo sono rimasta per sempre. E’ bello essere piccoli. Si possiedono molte ricchezze invisibili che si perdono in seguito. Si parla meglio con Dio.

Sarei entrata al Carmelo il 15 agosto 1895: quando rivedo la storia della mia vita, mi sembra che sia una strada diritta, senza meandri, senza esitazioni o piste false. Ero stata istruita da una voce interiore che parlava un linguaggio diverso, che sarei riuscita a decifrare soltanto poco a poco e più tardi. Ma, dentro di me, ne intuivo da sempre il senso. Ho avuto due lingue materne, il francese e il linguaggio degli angeli, un idioma di palpitazioni e di fremiti che mi suggeriva nel silenzio: “Ecco quello che devi fare”.

Teresa d’Avila aveva scelto la grandezza. Sapevo che si può trovare l’eternità altrettanto bene sia  nell’infinitamente piccolo che nell’infinitamente grande. Io, invece, mi sarei chiamata Teresa di Gesù Bambino. In Gesù cercavo la piccolezza, contenuta nella parola bambino. Desideravo la santità di un’infanzia preservata per sempre, con lo sguardo rivolto all’indietro. Imparai a rinunciare con gioia. Conobbi la forza indistruttibile che consiste nel trovare il molto grande nel molto piccolo. Se Dio si trova in un granello di polvere, allora si sarà sempre ricchi. Ero isolata dal mondo, come i bambini che si nascondono sotto i mobili. I pensieri che mi venivano mi erano mandati dal buon Dio. Meno mi si vedeva, più lui era visibile. Mi aveva localizzata. Era il mio maestro e mi istruiva.

Ora mi trovavo in un Gesù immenso come una goccia d’acqua nel mare. Ero soltanto più questa lacrima trasparente, non ero più io dal momento che ero in lui. Non ero più libera, perché mi ero data per sempre. La libertà non è che solitudine e io non sarei mai più stata sola. In seguito, mi comunicai a tutte le messe. L’incontro con Gesù mi faceva piangere di felicità tutte le volte. Esisteva solo il fatto di riceverlo, che mi colmava totalmente. Non avrei avuto più bisogno di nulla, ma avrei sempre avuto bisogno di lui.

In passato avevo sofferto nel sentirmi diversa. Adesso, questa differenza la sceglievo. Non potevano capire dove ero diretta. Non si muore forse sempre quando si ama, per rinascere ad altra cosa ? Non accettavo che le cose finissero, desideravo l’infinito dell’azzurro. Non desideravo più nulla. Per me i segni erano chiari. Dovevo trovare il modo di comunicare agli altri quello che stavo apprendendo. La mia conoscenza prendeva l’avvio dalla rugiada del sangue di Cristo. Procedevo così in fretta da poter dire di aver cominciato “una corsa da gigante”. Dio continuava a venirmi in aiuto inviandomi dei segni.

L’amore che cercavo contribuiva ad allontanare da me gli esseri che amavo di più. Nel constatarlo, pensavo sempre di più al deserto meraviglioso del Carmelo. Il mondo intero acquistava un senso. Tutto ciò che mi circondava, anche le cose più umili, mi parlava. Riuscivo a decifrare sempre meglio questi messaggi. La spiritualità si serve di linguaggi misteriosi. Mi ricordai della frase della grande santa Teresa d’Avila: “Dio da solo basta”.

Commento
Gesù salì sul monte: si pose a sedere e si avvicinarono a lui i suoi discepoli: Si mise a parlare e insegnava loro dicendo:
Beati i poveri di spirito, perché di essi è il regno dei cieli.
Beati quelli che sono nel pianto, perché saranno consolati.
Beati i miti, perché avranno in eredità la terra.
Beati quelli che hanno fame e sete della giustizia, perché saranno saziati.
Beati i misericordiosi, perché troveranno misericordia.
Beati i puri di cuore, perché vedranno Dio.
Beati gli operatori di pace, perché saranno chiamati figli di Dio.
Beati i perseguitati per la giustizia, perché di essi è il regno dei cieli.
Beati voi quando vi insulteranno, vi perseguiteranno e, mentendo, diranno ogni sorta di male contro di voi per causa mia.
Rallegratevi ed esultate, perché grande è la vostra ricompensa nei cieli. Così infatti perseguitarono i profeti che furono prima di voi.

Teresa (… non di Lisieux)