Loading…

La lettera del Vescovo:

a partire dalla lettera dello scorso anno traccia della lettera di quest'anno

Approfondimento

Festa di Tutti i Santi e Commemorazione dei Fedeli defunti

Orari e programma delle celebrazioni e delle funzioni

Programma

Calendario mensile

Calendario delle proposte del mese di ottobre 2018

Vai al calendario

... sulla Tua parola

Non un corso biblico ma un aiuto per proseguire la ricerca del Maestro attraverso i quattro vangeli. Giovedì ore 21.00 a Casciago Guida gli incontri don Norberto

Programma

PERCORSO FIDANZATI 2018 - 2019

PRIMO INCONTRO SABATO 13 ottobre ore 21.00 Parrocchia di Casciago

Locandina

Calendario annuale

Calendario generale delle proposte dell'anno pastorale 2018-2019

Vai al calendario
  • 0
  • 1
  • 2
  • 3
  • 4
  • 5

Perle in giro (e ventidue)

ERA VERAMENTE UOMO
Chi è per noi, oggi, Gesù? L’errore più diffuso è forse (o certamente) la negazione della divinità di Gesù: un grande uomo, un profeta, una persona unica, ma non il Figlio di Dio. Il vero credente nota la meraviglia che il Figlio di Dio ha condiviso tutto dell’uomo, anche le sue domande che a volte sembrano rimanere senza risposta, anche che cosa significa essere uomo davanti a Dio.Gesù è morto come muore l’uomo: morire con grido senza parole è il modo più umano di morire. L’umanità di Gesù ha un valore teologico irrinunciabile, perché è la “trasparenza” del volto di Dio, non l’involucro che lo nasconde. I tratti umani di Gesù – la storia concreta e precisa che egli ha vissuto, le sue scelte, i suoi comportamenti e i suoi sentimenti – sono importanti non solo per conoscere l’uomo Gesù (in altre parole, se così posso dire, il lato umano della sua persona divina), né soltanto per conoscere il progetto di uomo che egli ci ha offerto, ma per conoscere il lato divino della sua persona. Non basta credere che Gesù è Messia e Figlio. La novità del volto del Dio cristiano è rivelata dall’umanità di Gesù.

Un uomo si rivela nel suo modo di parlare. Il parlare di Gesù è vivo, pittoresco, immaginoso, a lampi, per paragoni e parabole. Non fa lunghi discorsi. Gesù ha parlato soprattutto per parabole, che rappresentano la punta più alta e geniale, più rifinita del suo linguaggio: la comunicazione parabolica non avviene attraverso una luce che acceca, ma attraverso un’intuizione, un lampo, che insieme mostra e nasconde.

Questo non semplicemente perché ciò che si intende comunicare è un mistero tanto grande che non può essere detto diversamente, ma perché la sua accoglienza possa appartenere veramente all’uomo, essere risposta e non sopraffazione. La parabola crea lo spazio per una libera adesione e sollecita l’intelligenza dell’ascoltatore a intuire e proseguire.

Anche i miracoli occupano un posto privilegiato nell’attenzione della comunità. Ma si tratta di miracoli che non vogliono essere segno di ciò che Dio può fare, bensì di chi egli sia. I miracoli, da soli, non sono in grado di comunicare l’identità di Gesù. Dicono che egli è il Messia, ma non ancora quale tipo di Messia. Per tale motivo i miracoli sono, nel comportamento di Gesù, accompagnati dal silenzio. L’evangelista Marco ricorda in più occasioni che Gesù imponeva il silenzio a chi voleva divulgare la sua messianicità. La novità di Gesù non può fare a meno della parola che la spiega. Ma ha anche bisogno di silenzio. Oltre che dal suo modo di parlare e di agire, un uomo si rivela anche dal suo modo di guardare. La profondità dello sguardo rivela l’ampiezza dello spirito.

Gesù prega come chi non conosce peccato. Che il Figlio di Dio abbia condiviso in tutto l’esperienza dell’uomo, trova la sua piena conferma anche in due brevi passi della Lettera agli Ebrei (Eb 4,14-16 e 5,8). L’intento dell’autore della Lettera agli Ebrei è di indicare al cristiano il fondamento fermo sul quale poggiare la propria fiducia e la propria serenità. Questo fondamento è la mediazione sacerdotale di Gesù Cristo. Un fondamento che si regge su due prerogative di Gesù, che devono stare strettamente legate.

La prima è che egli ha “attraversato i cieli” ed è il Figlio, specchio della fedeltà di Dio. Dunque, si tratta di un fondamento saldo, come è salda la fedeltà di Dio. E su questo fondamento saldo il cristiano può mantenere ferma la professione della propria fede. La seconda prerogativa di Gesù che costituisce il fondamento della fede è la sua umanità, la sua piena condivisione delle situazioni dell’uomo. E’ su questo secondo aspetto che il testo particolarmente insiste. Ed è quello che particolarmente interessa anche a noi.

Attraverso il suo “patire” Gesù ha imparato la realtà fondamentale dell’uomo, cioè l’atteggiamento più essenziale, ma anche più difficile, che l’uomo è chiamato ad assumere, se vuole essere nella verità di Dio e di se stesso: l’obbedienza. Soffrendo e compatendo, Gesù ha obbedito e insieme ha “capito” che cosa significhi veramente obbedire. Ha capito che cosa significhi essere uomo davanti a Dio: ha conosciuto la debolezza e la paura di fronte alle richieste di Dio, e ha capito che solo con la preghiera si può ritrovare fiducia e serenità. In questo, Gesù ha vissuto l’esperienza più delicata, e direi anche più qualificante, di ogni uomo: non solo la debolezza di fronte alle sofferenze, ma anche (se mi è lecito usare qui un’espressione forte che la Bibbia usa altrove) lo “scandalo” di fronte a una sofferenza che sembra smentire la bontà di Dio. Se Gesù fosse sfuggito a questa esperienza non sarebbe stato uomo vero, uomo pieno, e la sua mediazione sarebbe rimasta a metà.

La convinzione che sorregge e configura tutta la fede cristiana – quella dei primi cristiani come quella della Chiesa oggi – è che in Gesù si è rivelata la verità di Dio, la verità dell’uomo e il senso della storia. Gesù di Nazaret – nelle sue parole, nella sua persona e nelle precise vicende storiche che ha vissuto – è la “trasparenza” umana, storica, visibile di Dio. Gesù è “l’immagine del Dio invisibile”. In tutto ciò che ha detto e ha fatto, Gesù ha sempre manifestato Dio. Per Gesù il nome più appropriato per parlare di Dio è Padre. La tensione di tutta la sua vita è stata il Regno, ma rivolgendosi a Dio egli lo ha sempre chiamato Padre,  non re. Gli attributi di Dio sono tanti, e tutti veri, ma il titolo che sorregge gli altri e li rischiara è Padre. Dio è Giudice, Onnipotente, Signore del mondo, ma questi titoli perderebbero la loro verità, se non venissero letti a partire dalla paternità. La signoria di Dio non è per dominare, ma perdonare, sempre perdonare. Dio è anzitutto il “Padre di Gesù, il Figlio”: padre nel senso più vero del termine, padre a titolo unico. E’ questo il centro più profondo del mistero di Dio e della persona di Gesù. Ed è questo che ci permette di ribadire che Padre è davvero un nome diverso da ogni altro, perché esprime una relazione che Dio vive all’interno di se stesso, nella profondità del dialogo trinitario; il Padre e il Figlio.

Padre dice una relazione interna alla sua stessa vita, costituita della sua figura. La meraviglia è che permettendoci di chiamarlo “Padre nostro”, Dio estende anche a noi ciò che egli vive in se stesso, introducendoci in un dialogo che è suo. “Tutto mi è stato dato dal Padre mio; nessuno conosce il Padre se non il Figlio e colui al quale il Figlio lo voglia rivelare”.

Tutto mi è stato dato”. Nel “tutto” è racchiuso il livello divino, la grandezza di Gesù che ci colloca sul piano di Dio; nel “mi è stato dato” è racchiusa la dipendenza, l’accoglienza del dono. La grandezza di Gesù è dono del Padre. L’uomo può essere immesso nel dialogo fra il Padre e il Figlio, ma come puro dono: solo Gesù può immetterlo. Molto profonda e meravigliata è la riflessione di Giovanni: “Guardate quale grande amore ci ha donato il Padre per essere chiamati figli di Dio, e lo siamo realmente!”. Ecco perché nella sua esistenza terrena “il Verbo fatto carne” non fa che obbedire e ascoltare il Padre: non dice parole sue, ma quelle del Padre; non compie opere sue, ma quelle del Padre. E suo cibo è fare la volontà del Padre.

Gesù sembra annullare la propria volontà in una totale obbedienza, ma proprio in questa obbedienza manifesta di essere in tutto la “trasparenza” del Padre. Per questo la sua storia è la manifestazione visibile del Dio invisibile. Per questo Gesù può dire a Filippo: “Chi ha visto me ha visto il Padre”. Il Padre è l’orizzonte di tutta la vita di Gesù. Venuto dal Padre, egli è continuamente in cammino verso il seno del Padre. L’amore tra il Padre e il Figlio non rimane chiuso fra loro, ma si apre e raggiunge l’uomo. La storia dell’amore ha la sua sorgente nel Padre ed è guidata da un come: “Come il Padre ha amato me, così io ho amato voi”; “Come io ho amato voi, così amatevi anche voi gli uni gli altri”.

Per Gesù Dio è Padre, e tuttavia non sottrae il Figlio alla drammaticità della vita, neppure al dramma di trovarsi di fronte a un Padre che sembra rimanere silenzioso al momento della prova. Persino la stessa paternità di Dio può costituire, a volte, una prova, come lo è stata per Gesù nel Getzemani e sulla croce. Il Padre non toglie la croce, ma aiuta ad attraversarla trasformandola in rivelazione del suo stesso amore.  Nel Getzemani Gesù si è rivolto – nell’angoscia – al Padre, invocandolo con tenerissimo nome: “Abbà, babbo”, ma ha incontrato il silenzio. Non è il silenzio dell’abbandono e del disinteresse. E’ un diverso modo di parlare. Il Padre non abbandona il Figlio Gesù, ma lo farà risorgere.

A Maria Maddalena che voleva trattenerlo, il Signore risorto dice: “Non mi trattenere, perché non sono ancora salito al Padre; ma và dai miei fratelli e dì loro: Io salgo al Padre mio e Padre vostro, Dio mio e Dio vostro”. Per prima cosa Gesù distingue il suo rapporto col Padre dal nostro. Non dice: “ Padre nostro”, ma “Padre mio e Padre vostro. In secondo luogo, Gesù definisce il Padre ricorrendo a due relazioni non del tutto omogenee: Padre mio e Dio mio. Padre e Dio, filiazione e dipendenza.Il rapporto di Gesù con il Padre, pur essendo unico e del tutto singolare, utilizza tuttavia uno schema di relazione che è anche nostro. Anche il nostro rapporto con Dio è di filiazione e  dipendenza. Comprendiamo la profondità della nostra relazione con Dio guardando a quella di Gesù. Giustamente il Risorto per indicare i suoi discepoli li ha chiamati “i miei fratelli”.

Nella sua essenza più intima il Figlio è in relazione, ascolto,obbedienza al Padre. Il Gesù di Giovanni è il Figlio obbediente che – divenuto uomo – continua a vivere nella sua esistenza umana la sua più intima vocazione, che è l’obbedienza e l’ascolto : “Quel che ho sentito, io lo dico al mondo”; “Voi cercate di uccidere me, che vi ho detto la verità sentita da Dio”; “Tutto ciò che ho ascoltato dal Padre mio, io ve l’ho fatto conoscere”. Gesù è la Parola in ascolto: parola dice che  Gesù è il rivelatore, in ascolto dice che egli può parlare agli uomini perché guarda Dio.  Il Figlio di Dio non ha parlato agli uomini stando a lato delle loro esperienze, ma attraversandole.

Proprio perché in ascolto del padre e dell’uomo, Gesù ha potuto parlarci dell’unica realtà che veramente importa a ogni uomo, lo sappia o no. Con la sua persona, la sua vita e la sua parola, Gesù non ha fatto altro che “narrare” Dio. Dietro i molti bisogni dell’uomo, ha saputo cogliere quello che sta alla radice di tutti gli altri: il bisogno di Dio.

Gesù parla, dialoga e ascolta, ma incontra anche il silenzio ed egli stesso, in diverse occasioni, sta in silenzio. A volte il silenzio dice più della parola.Il momento più espressivo del silenzio di Gesù è la passione. Qui il silenzio è veramente più denso delle parole. Nella passione, Gesù parla poche volte, mai per difendersi, ma soltanto per spiegare la sua identità Il silenzio è una parola importante per spiegare chi egli è. Attorno al crocifisso sono in molti  a parlare: i passanti, i sacerdoti, le guardie, i due ladroni. Tutti parlano di Gesù e contro Gesù, ma lui tace. Rivolge una domanda al suo Dio “Dio mio, Dio mio, perché mi hai abbandonato?” che cade nel silenzio. Muore con un grido senza parole: “Ma Gesù, dato da un forte grido, spirò”.

Il Padre parlerà, ma dopo, con la risurrezione. La croce è il momento in cui tocca al Figlio manifestare tutta la sua fiducia nel Padre. Tocca al Crocifisso manifestare fino a che punto un Figlio di Dio condivide l’esperienza del silenzio che l’uomo incontra davanti a Dio. Tocca al Crocifisso rivelare fino a che punto giunge l’amore di Dio. Tutta questa sorprendente rivelazione è racchiusa nel silenzio di Gesù sulla croce.

Il vero discepolato inizia qui, quando ci si accorge che il Messia, che ha fatto miracoli, è un Messia crocifisso: se ha fatto miracoli è per rendere credibile la croce, non per toglierla. Il vero distacco avviene non quando si cerca Dio, ma quando lo si trova.

Bruno Maggioni

Capita di ritrovarsi, in un momento particolare della vita, senza riuscire nemmeno più a pensare e sentirsi rivestire dal silenzio. Un silenzio “rotto” dalla Sua voce e scoprire di non aver nulla da dire, nulla da chiedere, nulla … perché il Maestro sa già tutto!
E allora, si rimane ad ascoltare quell’uomo sulla croce che parla della Sua vita, parla della mia vita, della nostra vita.

“Come tu, Padre, sei in me e io in te, siano anch’essi in noi una cosa sola. Io in loro e tu in me, perché siano perfetti nell’unità. L’amore con il quale mi hai amato sia in essi e io in loro”.

Poche righe della grandiosa preghiera (Gv 17), parole di Gesù che toccano le corde più profonde del nostro cuore e racchiudono il miracolo, il grande miracolo della fede!

Teresa