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Preghiera per padre Maccalli

Mercoledì 26 settembre alle ore 20:45, preghiera per Padre Maccalli, nella cappella dell'oratorio di Casciago

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Iniziamo... insieme!

Anno oratoriano 2018-2019 - Festa della Comunità dal 27 al 30 settembre 2018

Programma

Proiezione film: Maria Maddalena

Giovedì 27 settembre 2018 ore 21.00 - Oratorio di Casciago

Locandina

PERCORSO FIDANZATI 2018 - 2019

PRIMO INCONTRO SABATO 13 ottobre ore 21.00 Parrocchia di Casciago

Locandina
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Perle in giro (e ventitre)

IL PRETE IMMATURO  per il 1 ottobre (santa Teresa)
Questo libro affronta un paradosso e lancia una sfida. Lo si capisce bene confrontando il titolo con il sottotitolo (Il prete immaturo. Un itinerario spirituale). Infatti, come è possibile parlare contemporaneamente di immaturità del prete e di itinerario spirituale? C’è forse spazio in un cammino spirituale per l’immaturità? La tesi di Stefano Guarinelli è un’altra: la percezione in noi di una costante e insuperabile immaturità permette di vivere una reale esperienza di fede e di scoprirne tutta la fecondità. Si tratta, in altri termini, di dare il giusto peso alle parole di Gesù che invitano a “diventare come bambini per entrare nel regno dei cieli”. Ebbene, non è questo un paradosso? Lo si potrebbe esprimere così: per essere veramente adulti è necessario riconoscere il bambino che è in noi, non per superarlo, ma per confermarlo.

L’ansia della perfezione è figlia dell’efficienza, che ultimamente deriva dall’orgoglio. La fede, invece, poiché è libero affidamento all’amore di Dio, conosce la potenza della redenzione. Dio sa trarre il bene da ogni cosa. Chi crede sa che nelle molteplici aree del nostro vissuto, in particolare in quelle della nostra interiorità, qualcosa rimarrà sempre misterioso e ci apparirà addirittura contradditorio. Così, forse, Guarinelli ci stupirà quando ci dirà in questo libro che da parole come inquietudine, solitudine, tentazione si può ricavare del bene per il proprio cammino spirituale; o quando ci ricorderà che per comprendere il significato di termini nobili quali preghiera, bellezza, visione, appartenenza dovremo farci aiutare dall’esperienza della nostra immaturità. D’altra parte, questa sembra essere proprio la verità che ci consegna il vangelo, quando parla di uno “stile di esistenza” che la tradizione cristiana ama definire infanzia spirituale.

Il libro di Guarinelli si legge volentieri. Tutto verte intorno a dieci parole chiave, (preghiera, tentazione, inquietudine, visione, perversione, bellezza, trasgressione, appartenenza, solitudine e presidenza) che permettono di scandagliare l’esperienza della vita. Il suo modo di scrivere è coinvolgente, diretto, profondo e insieme lieve, spesso accompagnato da un umorismo acuto e benevolo, di stampo chiaramente evangelico. L’autore è un sacerdote psicologo che alla competenza teorica unisce una lunga esperienza di accompagnamento personale, soprattutto di seminaristi e sacerdoti. A essa egli si appella più volte nelle sue riflessioni. E’ del tutto comprensibile che il suo libro, come lui stesso afferma e come il titolo stesso indica, si ponga nel ministero presbiterale. E’ frutto infatti di un pensiero che è maturo in questo modo e che proprio per questo risulta prezioso. Nulla toglie al senso di responsabilità e all’impegno che la missione apostolica porta con sé. Semplicemente quest’ultima viene posta sotto il segno della grazia, come è giusto che sia.

Come possano fondersi armonicamente nel ministero presbiterale l’infanzia spirituale e l’identità adulta è quanto in questo libro si cerca di illustrare, ponendosi in ascolto della Scrittura e lasciando che sia lei stessa a svelarlo. Particolarmente interessante e attraente risulta il tentativo di armonizzare in questa visione delle cose l’ottica psicologica e quella spirituale: la convinzione dichiarata che tra psicologia e spiritualità non vi sia conflitto e che entrambe ricevano giovamento dalla loro reciproca interazione. La convinzione qui si è trasformata in proposta, offerta ora a tutti coloro che la vorranno accogliere.

Mons. Pierantonio Tremolada

 

Credere in Cristo vuol dire scoprire continuamente il suo tratto ineguagliabile nel toccare ciò che è umano e spesso troppo umano in noi e percepire così la straordinaria complicità tra il vangelo di Dio e il mistero della nostra esistenza umana.
C. Theobald

Nelle riflessioni che seguiranno non farò considerazioni di tipo teorico. Quanto ho scritto era stato pensato inizialmente come corso di esercizi spirituali per un gruppo di seminaristi.  Il loro obiettivo, dunque, vorrebbe essere soprattutto quello della meditazione e della preghiera. Seguirò, perciò, il filo conduttore dell’infanzia spirituale nell’adultità del mistero non a partire dal tentativo di comprendere in modo sistematico l’interazione dei due livelli, apparentemente così diversi. Vorrei mostrare, in un percorso inverso, come il vangelo  li presenti già in una sintesi armonica. Benché si tratti di un’armonia talora non priva di tensioni e, magari, di qualche stonatura.

In altre parole: la sintesi di fondo è che in effetti non dobbiamo inventare nulla, ma che Gesù stesso ha offerto indicazioni importanti affinché si possa essere adulti e bambini. Anzi: affinché si debba essere adulti e bambini. Una delle esperienze più belle e sorprendenti che può raggiungere chiunque si accosti alla lectio divina è, da un certo punto in poi, la scoperta che la Scrittura pur non parlando letteralmente di lui, in realtà ……ne parla, eccome! Quando leggo e rileggo, medito e rimedito, rumino e quasi “ossessivamente” mi faccio prendere dalla parola di Dio, inizio e riconoscere che dentro  quelle pagine veramente ci sono io, descritto per quello che sono, fotografato così come sono. Però con una via di uscita, una via di salvezza che è la vita di Gesù,  via per eccellenza. Nella preghiera tutto ciò avviene non solo o non soprattutto per logica ma, appunto, in un’apprensione sintetica che fa anche un gran bene alla mia fede. E che rilancia le mie ruminazioni e le mie emozioni verso una maggiore conoscenza di me nel mistero di Dio.

Notevole allora è la trasformazione della persona che prega, giungendo a comprendere, quasi a fare esperienza delle parole di san Paolo, quando scrive: “Abbiate in voi gli stessi sentimenti di Gesù Cristo…”. La consistenza della preghiera, dunque, non è nel quanto uno preghi, ma soprattutto nella sua capacità di trasformare profondamente la persona, secondo Cristo Gesù.

Parto apparentemente da lontano: che cosa è materialmente la Bibbia? La Bibbia, concretamente, non è un libro, ma piuttosto una collezione di libri: Per l’esattezza si tratta di settantatre libri differenti, di autori differenti, scritti in epoche differenti. Forse a volte ce ne dimentichiamo o, pur senza dimenticarlo, non ne teniamo conto a sufficienza, ma l’arco di tempo coperto dai testi biblici supera i dodici secoli. Il bello, però, non è nemmeno questo. Il bello è che la Bibbia è composta di testi molto diversi, oltre che per il periodo storico cui fanno riferimento, anche per i generi letterari e poi ancora per i contenuti. Accostandolo come libro non è possibile trovare una coerenza materiale fra i singoli testi.

Strano che proprio a questa collezione di inevitabili contraddizioni e incoerenze sia stata riconosciuta addirittura la dignità di testo sacro, in grado cioè di parlarci non di questo o di quello, ma addirittura del mistero di Dio. Abbiamo a che fare, allora, con un’analogia sorprendente fra la Scrittura e la nostra personalità. Infatti, anche la nostra personalità è un insieme disperso di tratti, di caratteristiche che sono per analogia come i libri della Scrittura. Un insieme di “cose”, spesso disarmoniche e talora perfino contraddittorie. Così siamo noi e se di alcune cose non ci rendiamo conto probabilmente è perché, tenendole nascoste, è come se pretendessimo sottilmente di non farle affiorare. Come se non ci fossero. Ma ci sono!

La Scrittura parla a ciascuno di noi, anche perché è organizzata dinamicamente come ciascuno di noi. C’è una sorta di isomorfismo fra la parola di Dio e la persona umana. E come nella persona umana, così nella Scrittura il fatto che Cristo unifichi non significa che le contraddizioni siano tolte o appiattite. Ciò significa che, riconosciuta in Cristo l’unità della vita, della mia vita, ciò che è contraddittorio diventa la trama della mia relazione con Dio e nulla è sottratto a questa relazione. Ma la contraddizione possibilmente rimane, soprattutto se appartiene alla vicenda che precede la conversione.

Pregare è sovrapporre la propria esistenza a quella della Scrittura, affinché la Scrittura diventi il racconto della nostra esistenza. E come la Scrittura in Cristo si unifica, anche la nostra esistenza con le sue contraddizioni in Cristo si unifica e, unificandosi, come la Scrittura, trova la sua verità. La parola di Dio è anche qualcosa che ci stimola, che ci confronta, che può addirittura sfidarci modificare alcuni nostri desideri o alcuni nostri modi di essere, profondi o di superficie.

La lectio divina altro non è se non il continuo ritorno alla parola di Dio, finanche la sua continua “ruminazione”, affinché quelle narrazioni, meditate e metabolizzate, diventino la metafora viva, vera e sempre creativa della mia vita, sulla via di Gesù. In questo modo la preghiera realmente trasforma la vita. Perché si viene a creare un tessuto mentale che è tessuto su un tessuto spirituale, che è lo spirito cristiano. Il risultato è importante e sorprendente: chi si avventura per questa via della preghiera sulla parola di Dio, giunge a una reale sintonia con il Signore.

“Nessuno che ha messo mano all’aratro e poi si volge indietro è adatto per il regno di Dio”. Non possiamo ignorare queste parole. Eppure il rapporto che il Signore ha con la nostra storia, con la nostra biografia, se da un lato sembra insistere sull’importanza di “guardare avanti”, dall’altro non trascura per niente la tensione dialettica – talora drammatica – che si crea tra la propria storia personale e la propria conversione. La risposta evangelica, allora, sembra stare in questo: il rapporto con la propria biografia è dinamico. La nostra storia non è un deposito statico a cui tornare ogni tanto in modo nostalgico o alla ricerca di “cause”, proprie o altrui, per giustificare comportamenti presenti. In questa prospettiva, perciò, è possibile che alcuni percorsi psicologici, là dove troppo concentrati sull’analisi delle radici, si rivelino paradossalmente sterili. Alla propria biografia occorre andare, invece, in modo creativo, perché attraverso di essa e non senza di essa noi costruiamo il futuro. E non solo: costruendo futuro attraverso una storia – che può essere fatta perfino di errori, o di peccati – noi trasfiguriamo quella stessa storia, mettendola a servizio del vangelo e trasformandola perciò, autenticamente, in una storia della salvezza.

Certo è molto più difficile riconoscere che anche una vita “sbagliata” è storia della salvezza – esattamente come ci mostra la donna peccatrice – piuttosto che ripartire azzerando tutto e facendo come se nulla fosse accaduto. Sbarazzarsi di qualcosa significa alleggerire il proprio percorso, ma a prezzo di rendere inautentica una parte, forse perfino non breve, della propria vita. La via dell’autenticità è più difficile. E credo che, realisticamente, ci vogliano molta ascesi e poca ingenuità per fare questo. Non sottovalutiamo, però, la riconciliazione potente che tutto questo attua nei confronti della propria esistenza; e non trascuriamo la capacità di amare che può giungere a esprimere. E’ forte, dunque, il servizio che possiamo rendere al vangelo. E non è da meno il sevizio che il vangelo, in tal modo, rende a noi.

La via evangelica è quella di Gesù: siamo sfidati a un atteggiamento di obbedienza al suo vangelo. Qui entra in gioco la fede: posso chiedere a Gesù di toccarmi, accogliendo che, a quel punto, il mio modo di costruire l’esperienza della realtà sarà il progresso con il mio “lasciarmi toccare” da lui. Il cieco  (Mc 8,23-25) dice: “Vedo la gente, poiché vedo come degli alberi che camminano”. La sua esperienza si è modificata avendo lasciato che Gesù toccasse i suoi occhi. Però egli non vede ancora uomini ma alberi che camminano. Egli deduce che siano uomini, ma non li vede come tali.

C’è un territorio che è soltanto nostro, proprio di ciascuno di noi. E’ il territorio dove gli alberi camminano: solo il Signore potrà aiutare ciascuno di noi a riconoscere che quella percezione non solo ha senso, ma che addirittura può condurci a desiderare, sempre più e sempre meglio, di vedere la vita così come Dio stesso la vede. Che poi è la vita così come realmente è.

 Stefano Guarinelli

In un posto molto speciale, per me, qualcuno mi ha indicato il panorama da una finestra dicendomi che, oltre il bosco, vi era una vista incantevole, che io non potevo vedere in quel momento per la fitta vegetazione …. La stagione è cambiata, il bosco si è diradato ma non sono tornata a quella finestra per vedere l’orizzonte, non era necessario, perché avevo già “visto”, mi aveva fatto “vedere”!  Mi sono fidata, questa è la grazia della fede!

Sono preti, sacerdoti, parroci, sono uomini ma, sono “di” Dio e, se sanno farci affacciare a “quella” finestra, vedremo tutto con  occhi diversi. Cammineremo e cresceremo insieme nel rispetto e se, aiuteremo loro ad aiutarci, insieme aiuteremo il buon Dio

Cominciare da se stessi: ecco l’unica cosa che conta. In questo preciso istante non mi devo occupare di altro al mondo che non sia questo inizio. “Cerca la pace nel tuo luogo”. Non si può cercare la pace in altro luogo che in se stessi finché qui non la si è trovata. E’ detto nel salmo (38,4): “Non c’è pace nelle mie ossa a causa del mio peccato. Quando l’uomo ha trovato la pace in se stesso, può mettersi a cercarla nel mondo intero”. (Buber)

Loro hanno fatto una scelta, si sono consacrati davanti a Dio e agli uomini: allora sulle pagine bianche che ci sono in fondo al libro, potremmo scrivere, per poi “rileggere”, la scelta che abbiamo fatto noi !!

Teresa