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Preghiera per padre Maccalli

Mercoledì 26 settembre alle ore 20:45, preghiera per Padre Maccalli, nella cappella dell'oratorio di Casciago

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Iniziamo... insieme!

Anno oratoriano 2018-2019 - Festa della Comunità dal 27 al 30 settembre 2018

Programma

Proiezione film: Maria Maddalena

Giovedì 27 settembre 2018 ore 21.00 - Oratorio di Casciago

Locandina

PERCORSO FIDANZATI 2018 - 2019

PRIMO INCONTRO SABATO 13 ottobre ore 21.00 Parrocchia di Casciago

Locandina
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Perle in giro (e ventiquattro)

John Henry Newman (1801-1890) è stato proclamato beato, una tappa decisiva in vista della canonizzazione. Prima della sua conversione al cattolicesimo, avvenuta nell’ottobre del 1845, era parroco anglicano presso la chiesa di St Mary, a Oxford, ed era considerato il predicatore più dotato del suo tempo. Questa raccolta di quelli che lui stesso considerava i suoi migliori sermoni rappresenta l’introduzione più efficace al suo insegnamento. Qual è il segreto del persistente richiamo esercitato dagli scritti di Newman? Forse risiede nel modo fresco, persuasivo e incredibilmente vivace con cui ci presenta il cristianesimo. Penetra a fondo nelle pieghe delle verità e dei grandi temi che si propone di indagare (l’obbedienza alla Legge di Dio, l’autenticità della professione della fede, l’importanza dell’amore e della carità ecc.), senza il timore di assumere posizioni scomode o difficili, e anzi imboccando con decisione e lucidità le vie che conducono al cuore di ogni argomento. E poi continua a incantarci perché ci sollecita a non dare un fiacco assenso a una serie di enunciazioni astratte, ma a cercare un vivido incontro con un insieme di realtà concrete, che conquistano tutta la nostra persona e a cui ci chiede di aderire senza esitazioni o incertezze, nella sostanza e non solo nella forma.

Negli ultimi anni, nei momenti in cui sentivo che la mia mente era congestionata dalle troppe voci che ascoltava, inclusa la mia, mi sono rivolta ai sermoni pronunciati da John Henry Newman di fronte agli studenti di Oxford quand’era parroco della chiesa di St Mary. A detta di tutti, la sua voce dal pulpito possedeva in fascino veramente speciale. Sono sicura che, da centovent’anni a questa parte, nulla di tale fascino sia andato perduto e anzi che, col passar del tempo, esso sia ulteriormente cresciuto: infatti, se c’è un tratto comune che emerge dagli scritti di Newman è che hanno tutti una “voce”, una voce che è sua e di nessun altro. E, perlomeno per me, questa voce non manca mai di risuonare con eccezionale intensità dalle sue pagine, per quanto vecchio e ammuffito sia il libro che le contiene. Leggo i sermoni di Newman perché sono di Newman, non perché sono sermoni. Egli è limpido come l’acqua.
“Ogni mio pensiero – afferma – è solo quel pensiero, e ogni mia parola è solo quella parola.”

Muriel Spark

 Leggere sermoni è passato di moda, leggere quelli di Newman no.

Essi rientrano tra i brani proposti ai monaci francesi durante le letture che scandiscono i loro pasti in refettorio, e i fautori dell’ecumenismo vi trovano un terreno comune. Scritti e pronunciati quando l’autore era ancora anglicano, questi sermoni sono così profondamente cattolici che furono ripubblicati molto tempo dopo la sua conversione al cattolicesimo senza che vi fosse quasi bisogno di apportarvi correzioni.

La maggior parte di questi sermoni fu pubblicata nella chiesa di St Mary, a Oxford, dal 1828, quando Newman ne divenne parroco, al 1843, quando abbandonò l’incarico. Un ascoltatore contemporaneo ci ha lasciato la seguente descrizione della chiesa alla domenica mattina, mentre i fedeli aspettavano che Newman cominciasse il suo sermone:

La grande chiesa, e i fedeli che la riempivano a stento, erano senza fiato, accomunati da un’unica, trepidante attesa. La lampada a gas, posta appena a sinistra del pulpito, veniva abbassata affinché il predicatore non ne restasse abbagliato………….

Poiché si trattava di una chiesa sia parrocchiale, sia dell’edificio di culto collegato alla locale università, l’assemblea dei fedeli era costituita da negozianti, artigiani e inservienti dei college, ma anche da giovani laureati, insegnanti e studenti. Non era il timbro argentino della voce di Newman a spiegare l’incredibile effetto di questi sermoni, ma il metodo e lo stile con cui erano redatti.

Il metodo di Newman era in parte condizionato dal contesto storico: un contesto dominato da un cristianesimo inautentico e formalistico. Era una religione che si era talmente adattata all’ambiente in cui operava da sostituire al regno di Cristo la raffinatezza e la cultura della società civilizzata. Questa religione mondana non mancava di solidi valori. Assicurava, decenza, ordine, rispetto, buone maniere e un tatto squisito, ma era priva della componente soprannaturale e poteva essere vissuta senza far riferimento a Cristo, alla grazia e ai sacramenti. Una tale religione evitava accuratamente gli aspetti più severi e difficili del messaggio evangelico. Né esigeva, né provocava alcuna profonda metanoia, in quanto sostituiva all’autentica carità un raffinato egoismo.

All’opposto di questo cristianesimo decadente, Newman presentava una visione fresca delle verità evangeliche, una visione al tempo stesso patristica e personale. L’impronta patristica che è possibile ravvisare nei sermoni non nasce dall’interpretazione di questo o quel passo della Scrittura alla luce dei testi dei Padri. Deriva semmai dal contatto vitale – alimentato da una costante riflessione – con le realtà illustrate della Bibbia, che, per Newman come per i Padri, presenta il dramma vivente della relazione salvifica tra Dio e l’uomo.

Fondamentalmente i sermoni trasmettevano un richiamo alla santità, che per Newman, come per i Padri, significava confronto e conformità con Cristo, essenza, modello e movente della santità: “Questa è la definizione stessa del cristiano: uno che cerca Cristo, e non il guadagno, la distinzione, il potere, il piacere o le comodità…..è certamente cristiano colui, e solo colui, che non persegue alcuno scopo di questo mondo, i cui pensieri e i cui scopi sono in relazione con l’invisibile, con il mondo futuro”.

Ma, se il distacco dal mondo è il tratto distintivo del cristiano, egli è anche colui il quale vive alla presenza di Dio, che per lui “troneggia alla sorgente stessa dei suoi pensieri e dei suoi affetti”. La distinzione tra il cristiano autentico e quello che non lo è consiste in questo: “Cristo dimora nella coscienza del primo, ma non in quella del secondo; se il primo apre il suo cuore a Dio, l’altro non lo fa; mentre il secondo guarda a Dio onnipotente come  un ospite occasionale, il primo vede in lui il Signore e padrone di tutto il suo essere; e infine, se il secondo lo accoglie per lo spazio di una notte, o per un periodo prestabilito, l’altro si considera il servitore e lo strumento di Dio ora e per sempre”.

Nei suoi sermoni Newman, si propone di condurre gli uomini a “realizzare” vividamente e personalmente i misteri della fede, a capire che il vero cristianesimo è un concreto stile di vita, non soltanto un progetto esistenziale astratto. La dottrina e la morale cristiana vengono presentate in un modo che esige una risposta autentica, un ben preciso impegno di tutto il nostro essere. Operare un tale cambiamento nella consapevolezza dei suoi ascoltatori non era un compito facile. Dei semplici ragionamenti logici sarebbero stati del tutto inefficaci, e Newman adottò il metodo, ben più sottile, del ragionamento implicito, che era, in effetti, una logica personale, basata sulla persuasione più che sul rigore delle argomentazioni.

Accumulando uno dopo l’altro esempi biblici, suggerimenti, analisi dei diversi atteggiamenti mentali, Newman portava a poco a poco i suoi ascoltatori ad assimilare il significato delle verità cristiane in rapporto alla loro vita personale. Essi non potevano più ignorare o rifiutare la dottrina cristiana senza sentirsi rimordere la coscienza. Il metodo utilizzato da Newman per sviluppare un sermone, pertanto, differisce da quello degli altri predicatori. Egli non procede da un’idea mediante graduali passaggi logici, ma continua a penetrare sempre più a fondo in una medesima idea generale finché essa non diviene più concreta e personale.

Questa è la spiegazione del fenomeno, notato da tanti suoi contemporanei, per cui Newman sembrava leggere dentro la mente stessa del suo pubblico e rivelargli i suoi più intimi pensieri. Con il suo penetrante intuito psicologico, egli lo guidava attraverso un ben definito schema di pensiero, che sfociava in un nuovo atteggiamento mentale. Li metteva davanti ai loro sottili autoinganni, alle loro pretese inconfessate, alla loro ipocrisia spirituale, affinché potessero acquisire una disponibilità incondizionata a farsi trasformare da Cristo.

La religione – insisteva Newman – diventa una forza vitale e vivificante solo quando l’uomo ha costantemente  presente i dogmi cristiani non come verità astratte, ma come realtà concrete: nel cristianesimo, infatti, Dio si rivela come persona che esige una risposta altrettanto personale. Quindi il cristiano deve coltivare una religione squisitamente personale, deve vivere continuamente alla presenza di Dio e, tramite la meditazione sulla Scrittura, entrare in un dialogo sempre più profondo con Cristo. I sermoni stessi costituiscono un concreto esempio di questa preziosa forma di meditazione: “Nessuno si è mai accostato ai Vangeli con tanta innata affinità spirituale come lui” diceva William Sanday, il quale riteneva che i requisiti minimi per scrivere una vita di Cristo fossero la cultura, la fede profonda e il penetrante acume psicologico di uomini come Newman.

La sua più grande conquista consiste nell’aver portato a termine con successo il compito infinitamente difficile di fare del mondo invisibile un mondo reale. Newman era convinto che le persone si sarebbero appassionate ai suoi sermoni leggendo i migliori di essi. Quest’antologia è basata su tale premessa. Essa contiene infatti quelli che egli stesso, in una lettera ad Ambrose St. John del 26 gennaio 1846, definì i suoi sermoni migliori. Per lui la fede cristiana non era soltanto qualcosa in cui credere, era soprattutto qualcosa da vivere.

Nel sermone 1 ricorda ai cristiani il loro alto destino; nel sermone 2 Newman mette in guardia contro “i pericoli del compromesso” tra l’egoismo e l’obbedienza a Dio. La carità, come sottolineato nel sermone 3, è “l’unica cosa veramente necessaria” per distruggere l’amor proprio. Una volta garantito “il primato della carità”, il cristiano sarà pronto a rischiare tutto per Cristo, come indica il sermone 4, e troverà a sua disposizione “le armi dei santi” (sermone 5). La sincerità verso se stesso, verso Dio e verso gli altri uomini (sermone 6) caratterizzerà i suoi discorsi e le sue azioni. Animato da gratitudine personale nei confronti di Cristo (sermone 7), il cristiano cercherà Dio, che è segretamente presente in tutte le cose (sermone 8), e i semplici gesti della vita quotidiana acquisteranno un significato straordinario (sermone 9), specialmente alla luce del ritorno di Cristo, tema patristico che Newman sviluppa con penetrante intuizione (sermone 10). Negli ultimi tre sermoni (11,12 e 13) l’autore si concentra sui numerosi paradossi implicati dall’attesa del secondo avvento di Cristo. Ad esempio, il distacco dal mondo terreno non implica mai l’abbandono dei propri impegni e doveri in questa vita, come talora i non cristiani hanno erroneamente supposto: “Non solo: possiamo formulare progetti su vasta scala, impegnarci in nuove iniziative, dare il via grandiose opere di cui non vedremo mai il compimento, fare preparativi per il futuro e anticipare con le nostre azioni le certezze dei secoli a venire, eppure continuare ad attendere Cristo”.

Ma, soprattutto, il vero cristiano sperimenta la pace interiore, perché “Dio è il Dio della pace, e nel donarci la pace egli non fa che donarci se stesso, non fa che rivelarci se stesso: la sua presenza, infatti, è pace”.

Vincent Ferre Blehl SJ Fordham University
(postulatore della causa di canonizzazione di Newman)

Credo che le prediche “nascondano”  messaggi destinati ad ognuno di noi, come una candela che improvvisamente si accende per farci vedere un angolo buio della nostra vecchia vita, magari dimenticato in un cassetto.

“Scrutami, o Dio, e conosci il mio cuore, provami e conosci i miei pensieri; vedi se percorro una via di dolore e guidami per una via di eternità”

In ogni sermone possiamo trovare il nostro “contatto” con Dio e avvertirne la scossa. E in chi li scrive?!  Sarebbe bello saperlo!!

Teresa