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Incontro con Padre Alsabagh

Parrocchia di Masnago - 25 giugno 2018

locandina

Festa patronale di Luvinate

dal 25 giugno al 2 luglio 2018

Programma

MONTE TRE CROCI

Pellegrinaggio e S. Messa - Sabato 30 giugno - partenza ore 8.00

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Siamo nati e non moriremo mai più

Spettacolo - 27 giugno 2018 - h. 21:00 - Chiesa di Luvinate

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Calendario annuale

Calendario generale delle proposte dell'anno pastorale 2017-2018

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Perle in giro (e venticinque)

UN PICCOLO GRANDE UOMO
Lo sguardo trasparente e appassionato dell’autore ripercorre l’itinerario spirituale di un uomo che nel progressivo abbassarsi nella piccolezza ha raggiunto una dimensione universale, come avviene quando lo spirito del vangelo penetra in un cuore docile. Obbedienza e spirito di iniziativa, solitudine e desiderio di comunione, ascolto della Parola contemplazione del mistero di Gesù di Nazaret plasmano tappa dopo tappa quest’uomo destinato, come il chicco di grano della parabola evangelica, a dare frutto in abbondanza dopo essere caduto a terra per morire.Antoine Chatelard, piccolo fratello di Gesù, vive a Tamanrasset – ultima dimora di Charles de Foucauld – dal 1954: è uno dei “custodi” privilegiati della radiosa testimonianza del piccolo fratello universale. I primi quindici anni della vita di Charles de Foucauld, secondo la sua stessa testimonianza, trascorrono in una famiglia credente e praticante. Di solito, questo periodo della sua infanzia è descritto come un tempo caratterizzato dall’infelicità. Ma non è affatto questo il ricordo che Charles de Foucauld ha conservato dei suoi primi anni: per lui, infatti, erano stati il tempo della felicità. E tuttavia, quando ha soltanto sei anni, perde in poco tempo, uno dopo l’altro, entrambi i genitori: prima la madre, e quindi il padre, che non ha quasi conosciuto, visto che era affetto da una malattia che lo teneva da tempo lontano dalla famiglia.. Se è vero che quasi mai parla di lui, egli conserva invece un vivo ricordo della madre, che considera una santa. Ma Charles serberà soprattutto il ricordo del nonno, il colonnello de Morlet, che ha preso presso di sé Charles e sua sorella minore Marie.

Tra i ricordi felici, Charles annovera quello della sua prima comunione: occasione in cui gli venne regalato un libro di Bossuet intitolato Le elevazioni sui Mister . Si tratta di meditazioni sull’Evangelo che si regalavano per la prima comunione nel formato ridotto dei messalini. E’ un’opera che eserciterà una certa influenza sul resto della sua vita. Più tardi, Charles dirà di aver perso la fede all’età di quindici anni, attribuendo tale disgrazia alle letture a cui si abbandonava in quegli anni, nonché alla sua carenza di formazione filosofica.

Il secondo periodo, che durerà tredici anni, è per Charles il tempo dell’incredulità. Egli stesso lo descrive come una “discesa verso la morte”. Abbandonate le pratiche e i riferimenti religiosi, “disimpara a pregare” e la sua vita non ha più alcun senso. “La mia vita – scriverà – comincia ad essere una morte”. La tenerezza manifestatagli dal nonno è l’unica cosa che gli impedisce di cadere negli eccessi estremi. Il 3 febbraio 1878, la morte del nonno segnerà il suo itinerario con una vera e propria rottura: Charles era entrato da poco nel suo ventesimo anno di vita.

Ogni bene, ogni buon sentimento, ogni buona apparenza sembra siano radicalmente scomparsi dalla mia anima: restano solo l’egoismo, la sensualità, l’orgoglio e i vizi che a queste si accompagnano .L’amore per la mia famiglia era stato ardente, vivo ancora, benché attenuato, era il mio faro, la mia ultima luce, in quella profonda oscurità. Ma anche quella luce si sta attenuando: ancora non è spenta del tutto, ma si è molto affievolita. Da allora sono nella notte, non mi resta più nulla: non vedo più né Dio né gli uomini; non resta che il mio io, e l’io … è l’egoismo assoluto nell’oscurità e nel fango. Per scacciare la solitudine, la noia, organizza feste, si dà alla bella vita, il che gli è possibile in quanto può disporre dell’eredità lasciatagli dal nonno e già inizia a dilapidare la sua fortuna.

Ma una tale vita di piacere non fa che provocare in lui un vuoto doloroso: “Non ho mai sentito una simile tristezza, un malessere, un’inquietudine come in quel periodo“. Il tempo della conversione sembra essere avvenuto nel sud del Marocco. La vita solitaria, le difficoltà del percorso, le reiterate minacce di morte, tutto questo ha potuto fare la propria parte; ma ciò che è determinante è stato soprattutto l’incontro con dei credenti. Uomini che, dirà Charles, vivevano “alla continua presenza di Dio”, uomini con i quali ha intessuto legami di amicizia: tale esperienza non può averlo aperto a un’altra dimensione ? “La visione di una tale fede, di quelle anime che vivevano alla continua presenza di Dio, mi ha fatto intravedere qualcosa di più grande e di più vero rispetto alle occupazioni mondane”, scriverà più tardi.

Sentii un profondo bisogno di raccoglimento (era la fine del 1886). Mi domandai nel più profondo dell’anima se veramente la verità potesse essere conosciuta dagli uomini. Feci allora questa strana preghiera: domandai a quel Dio, nel quale allora non credevo, di farsi conoscere da me, se veramente esisteva. Mi sembrò che la cosa più saggia fosse, nel dubbio che pure mi abitava, studiare quella fede cattolica. La conoscevo pochissimo; per saperne qualcosa mi rivolsi a un prete istruito che conoscevo un po’. Per averlo visto da mia zia: don Huvelin. Egli ebbe la bontà di rispondere alle mie domande, la pazienza di ricevermi tutte le volte che volevo. Mi convinsi della verità della religione cattolica. Da allora don Huvelin, – che si rivela un vero direttore spirituale, uno dei grandi direttori spirituali del XIX secolo, –  è divenuto per me come un padre e ho vissuto da cristiano.

In una lettera del 14 agosto 1901, scriverà: “Restai dodici anni senza negare nulla e senza credere nulla, desiderando della verità e non credendo nemmeno più in Dio, perché nessuna prova mi pareva abbastanza evidente. Mentre mi trovavo a Parigi, una grazia interiore di eccezionale forza mi spingeva: cominciai ad andare in chiesa, senza credere, perché mi trovavo bene soltanto in quel luogo e vi passavo lunghe ore a ripetere questa strana preghiera: “Mio Dio, se esisti, fa che ti conosca”.

Penso che questa frase sia reperibile almeno sei o sette volte in lettere differenti, e questo dice tutta l’importanza che ha avuto per lui quella preghiera. In una meditazione al salmo 31, evocherà ancora il tempo della sua conversione: “Beati coloro a cui i peccati sono stati rimessi”. Undici anni fa, in questo stesso periodo dell’anno, mi ha convertito: undici anni fa, senza che ti cercassi, hai ricondotto la mia anima peccatrice all’ovile. E in mezzo a quali dolcezze mi hai fatto tale grazia. Non che questo sia stato senza pena: il dolore è necessario per purificare l’anima; ma quanto si fa sentire la dolcezza della tua mano! In quali mani mi hai messo! A quali anime mi hai affidato! Come sono stati dolci e cari coloro dei quali ti sei servito perché contribuissero esteriormente alla tua opera ! Come sei stato buono ! Divinamente buono!

Nella meditazione dell’8 novembre 1897: “E che intime grazie ! Quel bisogno di solitudine, di raccoglimento, di letture spirituali, quel bisogno di frequentare le tue chiese, io che non credevo in te, quel turbamento dell’anima, quell’angoscia, quella ricerca della verità, quella preghiera: “Mio Dio, se esisti, fa che ti conosca!” Tutto ciò era opera tua, mio Dio, e tua soltanto. Un’anima bella ti assecondava, ma con il suo silenzio, la sua dolcezza, la sua bontà, la sua perfezione. si lasciava vedere ed era buona e spandeva il suo profumo attraente, ma non agiva ! Tu, mio Gesù, mio salvatore, tu facevi tutto, nel mio intimo come al di fuori di me. Tu mi hai attirato alla virtù con la bellezza di un’anima nella quale la virtù mi era parsa così bella da rapire irrevocabilmente il mio cuore. Mi hai attirato alla verità con la bellezza di quella stessa anima.

Mi hai fatto allora quattro grazie; la prima fu di ispirarmi questo pensiero: “Dal momento che quell’anima è così intelligente, la religione a cui aderisce così fermamente non può essere una follia, come invece pare a me”;  la seconda fu di ispirarmi quest’altro pensiero: “poiché questa religione non è follia, forse quella verità che sulla terra non si trova in nessun sistema filosofico si trova in essa”; la terza fu di suggerirmi: “studiamo dunque questa religione, cerchiamo un professore di religione cattolica, un prete istruito, e vediamo di che si tratta, e se bisogna credere quanto essa mi dice”: la quarta fu la grazia incomparabile di indirizzarmi, per avere queste lezioni di religione, al reverendo Huvelin facendomi entrare nel suo confessionale, uno degli ultimi giorni di ottobre, tra il 27 e il 30 credo, mi ha fatto il dono di ogni bene, mio Dio. Che giorno benedetto, che giorno di benedizione!”.

E’ tale “solitudine inattesa” a spingerlo a presentarsi al reverendo Huvelin: “Chiedevo che mi desse qualche lezione di religione, ed egli mi fece inginocchiare e confessare, quindi mi mandò seduta stante a ricevere la comunione”. Obbligandolo a una certa umiliazione davanti a Dio e alla confessione, Huvelin gli propone di compiere l’atto che provoca la sua radicale conversione. Nei mesi successivi Charles de Foucauld si recherà molto spesso da Huvelin, intrattenendosi ogni volta a lungo con lui. Non è che tutto accada in un momento; tuttavia, a partire da quel giorno, egli diverrà per lui “il padre”, e lo rimarrà fino al 1910, anno della morte di Huvelin.

Non appena credetti  che c’era un Dio, compresi di non poter fare altro che vivere solo per lui; la mia vocazione religiosa risale allo stesso momento della mia fede: Dio è così grande ! Vi è una tale differenza tra Dio e tutto ciò che non è lui. Per lui “convertirsi” vuol dire lasciarsi trasformare da una forza che pare venire da altrove. Un giorno di nascita, il dies natalis, nei martirologi è il giorno della morte dei martiri, il giorno dell’ingresso nella vita. E’ utile segnale, a proposito di questo “giorno natale”, le molteplici “conversioni” rilevabili per tutto l’arco della sua vita. Ogni volta sono una sorta di nascita alla vita, alla vera vita, come Charles ama descriverle. Era così in grado di incidere questa data come il giorno della partenza di una nuova vita. Giustamente Jean Guitton ha parlato di lui come di “un uomo che non cessa di nascere”

E’ questo il senso di un giorno che fu per lui un passaggio per la morte, anche se soltanto la morte corporale potrà completare quella avvenuta il 15 gennaio 1890. Da ciò deriva l’importanza assunta nel resto della sua vita dal pensiero della morte e dal desiderio dell’incontro con Gesù: “ A forza di sommarsi gli uni agli altri, i mesi arriveranno un giorno ad esaurirsi”. Sì, la morte sarà dolce, e gli permetterà non solo di essere perfettamente unito a Gesù, ma anche di ritrovare coloro che ha lasciato.

Charles vive in un nuovo mondo, quello della fede, che gli fa vedere ogni cosa in modo diverso. Fin dall’inizio gli si impone una scelta radicale: quella della vocazione religiosa, tutto o niente; egli vuole tutto e subito. Già si manifesta in lui un desiderio di vivere solo per Dio, un’attrazione irresistibile verso colui che diverrà sempre di più il suo amato Fratello e Signore. Duveyrier – amico di Charles – in quanto non credente, non era riuscito a discernere da dove venisse il cambiamento che aveva constatato già precedentemente nel suo amico, e se ne preoccupava: “E’ una natura elitaria e, temo, un uomo che o è stato colpito da una malattia inguaribile oppure profondamente colpito nei suoi affetti”. Un mistico mussulmano, Ibn Arabi, si presta bene a  rispondere agli interrogativi di Duveyrier, quando dice: “Colui la cui malattia si chiama Gesù, non può guarire”. Viene da chiedersi se Charles de Foucauld imparerà mai ad amarsi come Dio lo ama.

Antoine Chatelard

Il libro termina con questo bellissimo augurio per tutti noi:
“Possa questa lettura aiutare ciascuno di noi a seguire il proprio cammino, diverso dal suo, lasciandosi trascinare dalla Forza che spinge ogni uomo affinché trovi il posto in cui è chiamato a realizzarsi nei deserti di questo mondo”.

Teresa