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Avvento 2018

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Perle in giro (e ventisei)

UN PARROCO SANTO
Jean-Marie Vianney, santo curato d’Ars, nasce nel 1786 nel tempo della Rivoluzione francese. Questa breve biografia abbraccia tutto l’arco della sua vita: l’infanzia, la vocazione, l’ordinazione sacerdotale e l’affidamento della piccola e povera parrocchia di Ars. La sua vita austera, l’amore per i poveri e per gli orfani, la qualità della sua direzione spirituale attraverso la confessione, pur descritti nel contesto storico, sono evidenziati con una sensibilità tutta contemporanea e contribuiscono a dare un’immagine del Curato d’Ars significativa per il nostro tempo. Un uomo per il quale il segreto della felicità sta nell’amare Dio. Il suo miracolo più vero: essere stato credibile per quanti lo hanno conosciuto e avvicinato. La sua morte avviene nel 1856 e la canonizzazione nel 1925. E’ dichiarato Patrono dei Parroci da Papa Pio XI nel 1929.

Verso il 1830, il villaggio di Ars – quaranta chilometri a nord di Lione – conta circa duecentotrenta abitanti, ma vi si è formato un pellegrinaggio che attira ogni giorno una folla di visitatori. Nel 1834 si sono potuti contare ad Ars circa trentamila pellegrini. Perché questo afflusso? Ad Ars non ci sono apparizioni della Madonna come ci saranno a La Salette nel 1846, o a Lourdes nel 1858. No, c’è solo un curato e i pellegrini non hanno altro scopo che incontrarlo e soprattutto confessarsi da lui. Per questo, sono disposti ad attendere ore, talvolta tutta la notte.

Questo sacerdote si chiama Jean-Marie Baptiste Vianney. Vive in una estrema austerità. Si racconta che sia spesso esposto alle persecuzioni del demonio. Si può essere il curato stimato di un piccolo villaggio, ma altra cosa è diventare in pochi anni il più celebre dei sacerdoti di Francia. E’ tutta un’avventura di fede, di preghiera e di grazia.

Jean-Marie Vianney nasce l’8 maggio 1786 a Dardilly, villaggio situato a una decina di chilometri a nord di Lione. Il padre, Mathieu Vianney, è proprietario di una dozzina di ettari di terreno che coltiva di persona.

Con la moglie Marie, hanno sette figli, e Jean-Marie è il quarto, battezzato il giorno stesso della nascita. Secondo la testimonianza della sorella Marguerite, Jean-Marie frequenta volentieri la chiesa, fin dall’età di quattro anni, e quando essa diventa inaccessibile, continua a pregare per quanto possibile. Con altri bambini del villaggio porta al pascolo il bestiame, e spesso si isola per pregare. In casa, ogni sera si continuano a recitare le preghiere tradizionali. Più tardi, dirà: “Ero davvero felice nella casa di mio padre, quando portavo al pascolo le pecore e l’asino; avevo tempo per pregare il Buon Dio, per meditare, per occuparmi della mia anima. Nell’intervallo dei lavori della campagna, facevo finta di riposarmi e di dormire come gli altri, e pregavo Dio con tutto il cuore: era davvero un tempo bello e come ero felice”!

Più tardi, il suo primo biografo, l’abbé Monnin, annoterà: ”L’ho sentito dire che il desiderio di essere sacerdote gli era venuto molto presto, dall’incontro fatto con un confessore della fede”. Nell’autunno 1806, Jean-Marie lascia Dardilly per stabilirsi a Ecully, presso lo zio Humbert. Ha vent’anni, sa leggere ma appena scrivere e si esprime in un francese con un vocabolario abbastanza ridotto. E ora deve imparare anche il latino, che è la lingua in cui all’epoca non solo si celebra la liturgia, ma si fanno anche tutti gli studi teologici necessari a un futuro sacerdote.

Per tre anni, Jean-Marie studia soprattutto francese e latino. Ha poca memoria e impara con lentezza, ma non è per niente stupido e capisce bene quello che gli si spiega pazientemente, in un linguaggio vicino al suo. Si impegna con tutte le forze, ma i risultati sono davvero modesti. Nell’autunno 1809 la vita di studio del giovane Vianney viene interrotta brutalmente: è chiamato sotto le armi. All’epoca, per molti giovani cattolici, la leva rappresenta un vero e proprio caso di coscienza. Il conflitto tra Napoleone e Pio VII raggiunge il culmine: l’imperatore ha invaso gli Stati pontifici, il papa lo ha scomunicato e Napoleone ha fatto arrestare il capo della Chiesa.

Il parroco Balley dirà: “Jean-Marie non sarà mai soldato, ma sacerdote”. Nella primavera 1811, accoglie con gioia l’allievo, lo ospita in canonica, e tre mesi dopo lo presenta in vescovado come candidato al sacerdozio. Alla Festa dei Santi del 1813, entra dunque nel seminario Sant’Ireneo, a Lione. Tutti i corsi si tengono in latino e Jean.Marie è immediatamente travolto: non capisce nulla. Dopo un mese, il primo esame- nel quale deve rispondere in latino – lo squalifica completamente: “Inadeguato al massimo grado”. Il registro del seminario porta questa semplice annotazione: rinviato al suo parroco il 9 dicembre. La decisione non significa comunque un’esclusione definitiva: se il suo parroco riesce a inculcargli un minimo di teologia, si potrà rivedere il suo caso. L’abbè Balley si rimette al lavoro con l’allievo e, pazientemente, lo fa studiare in francese e non in latino. Alla fine dell’anno scolastico ottiene di farlo interrogare da un solo esaminatore, nell’ambiente familiare della canonica di Ecully e, evidentemente, in francese. Jean-Marie risponde con chiarezza e buon senso. Viene ammesso e, il 2 luglio 1814, è ordinato suddiacono.

La domenica del 13 agosto 1815 viene ordinato sacerdote da mons. Simon, vescovo di Grenoble. E’ l’unico ordinando e siccome qualcuno fa notare a mons. Simon che si è tanto affaticato per quell’unico candidato, il vescovo risponde: “Non è fatica sprecata, se si tratta di ordinare un buon sacerdote”. Il giovane sacerdote comincia a istruire i bambini del catechismo: per tutta la vita amerà parlare ai bambini. Lo spirito pratico e il senso dell’immagine e degli esempi presi dalla vita di tutti i giorni lo aiutano a trovare il linguaggio vicino a quello dei ragazzi, ricco di parole pronunciate nel dialetto che è loro familiare. Un anno dopo l’ordinazione riceve il permesso di confessare e il primo penitente è l’abbè Balley che gli esprime in questo modo la sua stima. Il parroco affida progressivamente all’aiutante dei compiti pastorali sempre più importanti e, quando all’inizio del 1817 si ammala gravemente, Jean-Marie deve farsi carico della totalità del servizio parrocchiale. La cosa più difficile per il giovane sacerdote è la predicazione domenicale. All’epoca si fanno prediche lunghe: quarantacinque minuti o addirittura un’ora.

Nel dicembre 1817, le condizioni di salute di Balley si aggravano. Il suo vicario gli impartisce gli ultimi sacramenti e lo assiste fino alla fine. Poco dopo, Jean-Marie Vianney è convocato dal vicario generale Courbon – uno dei pochi ad aver compreso di quale stoffa fosse fatto quel giovane sacerdote considerato ignorante-, il quale gli affida il villaggio Ars-en-Dombes. La decisione dell’amministrazione diocesana porta la data dell’11 febbraio 1818.

Il venerdì 13 febbraio, Jean-Marie Vianney arriva a ad Ars: la domenica successiva il giovane curato prende un primo contatto con l’insieme della parrocchia. Tutto il villaggio è raccolto in chiesa per la messa solenne, se non per devozione, almeno per curiosità. Il curato si alza presto, alle quattro del mattino e sparisce in chiesa: i curiosi che si introducono nella navata lo vedono inginocchiato davanti al tabernacolo dell’altare maggiore. Ogni mattina prega almeno tre ore: legge il breviario in sacrestia oppure recita a bassa voce, prima che arrivi l’ora della messa, le preghiere del mattino. Soprattutto rimane in silenzio, con gli occhi fissi sul tabernacolo. Prima delle sette, in inverno, e delle sei, in estate, suona la campana e si prepara a celebrare la messa.

Se ha rinunciato a molte ore di sonno, è soprattutto perché ha preso alla lettera le parole della Scrittura che dice come bisogna sempre pregare, senza mai stancarsi. Così esclama: “L’anima non può nutrirsi che di Dio! Solo Dio basta! Solo Dio può riempirla! Solo Dio può saziare la sua fame!”. “Dovremmo essere contenti di veder arrivare la domenica, dice il curato d’Ars. Dovremmo dire: oggi mi occupo del Buon Dio”. E infatti non cessa di ripetere: “Dopo aver trascorso tutta la settimana senza quasi pensare a Dio, è giusto trascorrere la domenica a pregare e ringraziare Dio”. Per il curato, la messa non è solo importante: è essenziale. Egli afferma con tutta la forza della sua convinzione: “Partecipare alla messa è la migliore e più grande azione che possiamo fare”. All’epoca ci si comunica poco. Si è legata la comunione al sacramento della penitenza: i cristiani sono invitati a confessarsi la vigilia di ogni comunione. E il rigorismo di numerosi confessori del XVII secolo ha contribuito parecchio ad allontanare i fedeli dalla piena partecipazione all’eucarestia.

I parrocchiani di Ars diventano sempre più attenti e addirittura i confratelli lo invitano a predicare nelle loro chiese. In realtà, non sarà mai un oratore prestigioso, ma diventa un testimone del Vangelo: umile, appassionato, convinto e convincente. Lui diceva semplicemente: “Il mezzo più sicuro per accendere questo fuoco – l’amore di Nostro Signore – nel cuore dei fedeli, è spiegare loro il Vangelo”. La fede nell’Eucaristia, soprattutto nella presenza reale e permanente di Cristo nell’ostia consacrata, è al centro della vita spirituale di Jean-Marie, il quale dice: ”Se avessimo la fede, vedremmo Gesù Cristo nel Santo Sacramento come gli angeli lo vedono in cielo. E’ lì. Ci aspetta”. Il curato d’Ars ritiene che nulla è troppo bello per il Signore, prima di tutto l’altare in cui il suo corpo e il suo sangue diventano presenti, e poi il tabernacolo in cui sono conservate le ostie consacrate.

Nel 1859, Jean.Mari si indebolisce molto. Ormai ha settantatre anni ed è costretto ad appoggiarsi al braccio dell’uno o dell’altro dei suoi accompagnatori per andare dalla casa parrocchiale alla chiesa. Martedì sera 2 agosto, circondato da tutti i missionari, riceve l’estrema unzione e l’Eucaristia. Risponde lucidamente alle preghiere, poi piange: “Vi sentite ancora più stanco?”, gli chiedono. “Oh no! – risponde – Piango pensando a quanto il Signore è buono venendo a farci visita nei nostri ultimi momenti”. Poi, un po’ alla volta, perde conoscenza. Giovedì 4 agosto, alle due di notte, muore serenamente.
Così finisce la vita di sacrificio del grande servo di Dio.

Marc Joulin

Conoscere la vita del  Santo Curato d’Ars vuol dire conoscere la vita di un servo di Dio, un uomo felice di amare Dio. E’ la storia di un direttore spirituale che  insegnava ad amare Dio “semplicemente” con le parole del Vangelo.
“Se avessimo la fede, vedremmo Dio nascosto nel sacerdote come una luce dietro il vetro, come un vino mescolato nell’acqua…  Solo in cielo si comprenderà la felicità che c’è a dire la messa!”.
Avere fede vuol dire vedere e sentire nella messa e nel  sacerdote che la celebra la presenza viva di Dio, vuol dire sentirsi penetrare dalla Sua presenza… non possiamo più farne a meno!

Teresa

Devo molto a questo prete, quando sono stato per tre giorni da solo ad Ars. In un paese piccolo e sperduto è passata in abbondanza la Grazia, mi sono detto. Dio sa scherzare con gli uomini  facendo grandi cose con del materiale “umanamente scadente”. Vuol dire che ognuno “serve” secondo il pensiero di Dio! Buono il libro, buona la lettura.

don Norberto