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Rosario di Maggio

Quarta settimana Morosolo - ore 20.45

Programma

Pellegrinaggio La Salette e Laus

17 e 18 giugno 2019 - iscrizioni in segreteria entro il 25 maggio

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Oratorio Estivo 2019

dal 12 giugno al 12 luglio

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Calendario generale delle proposte dell'anno pastorale 2018-2019

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Perle in giro (e trenta!)

PICCOLA TEOLOGIA CHE STA IN GINOCCHIO
“Tu sei il silenzio” nasce da un’esperienza che leggiamo nel presente libretto: “La stessa tua rivelazione in parole umane”, scrive Rahner rivolgendosi al suo Signore, “non acquieta la nostalgia del cuore, mentre la mia anima si stanca nelle mille parole che noi diciamo di te, senza poterti raggiungere”. Bisogna tentare un’altra strada che allevi la “stanchezza” della teologia, del discorso su Dio, grazie al colloquio con Dio. Qui siamo davanti proprio a una piccola teologia poetica che sa stare in ginocchio.

Nel 1913 p. Léonce de Grandmaison, gesuita come Rahner, all’interno di uno studio su La religione personale, aveva ricordato che S. Francesco d’Assisi, in certi giorni di melanconia, si faceva una specie di violino con due rami raccolti a caso, e si studiava di riprodurre, su questo strumento improvvisato, i gesti consueti che spesso risuscitavano in lui, con l’emozione della sua anima musicale, la pace e la gioia interiori.

Rahner in questa raccolta compie un gesto simile con le parole. Egli, che amava la musica e l’arte, sapeva bene che esse sono in grado di esprimere la postura spirituale. Tuttavia era convinto del fatto che il cristianesimo come religione della parola annunciata, della fede ascoltata e di una sacra Scrittura ha indubbiamente un’intima e particolare relazione alla parola. Dio non si è rivelato in musica, ma in parole precise. L’uomo, d’altra parte, da sempre ha “parlato” con Dio e da sempre ha fatto esperienza di sé come in ascolto di una possibile sua rivelazione. L’uomo è plasmato interamente dallo spirito e perciò ha l’orecchio teso, come un radar. La parola in quanto tale è saldamente tesa, innestata nella vicenda del rapporto tra Dio e uomo. Da questa convinzione ha origine “Tu sei il silenzio”. Nasce in particolare da una esperienza che così Rahner descrive in questo libretto in forma di colloquio:

Affinché cessi da me il terrore della tua infinità, tu devi rendere finita la tua parola infinita, che possa entrare nella mia piccolezza, che vi si adatti senza distruggere la piccola dimora in cui solo può vivere il mio essere finito. Allora lo potrò comprendere, senza che l’infinità tua e della tua parola metta la confusione nel mio spirito e l’angoscia nel mio cuore. Nel tuo verbum abbreviatum, nella tua “parola rimpicciolita”, che non dice tutto, ma qualcosa che io posso intendere, io troverò ancora il respiro. Tu devi assumere una parola umana a tua parola e questa devi dirmi.

Da questa esperienza della parola di Dio nasce il desiderio di Rahner: “Con te voglio parlare”. Sono queste le prime parole di Tu sei il silenzio. E tuttavia queste parole di fede accesa non sono fatte per essere meditate, ma per essere pronunciate. Il “lettore” è chiamato ad assumerle per fare il proprio unico e irripetibile discorso a Dio. Sono parole. Esercizio, sulle quali, secondo la tradizione ignaziana, il lettore è chiamato ad articolare il proprio testo, il suo proprio linguaggio di colloquio con Dio.  Ignazio di Loyola chiede di concludere la preghiera con un “colloquio” che “si fa parlando veramente, come un amico parla all’altro amico, o un servo al suo signore: ora chiedendo qualche favore, ora accusandosi per qualche manchevolezza, ora comunicando le proprie cose e chiedendo consiglio su di esse”. Le “parole del silenzio” dunque non sono “preghiere”, ma “colloqui” sui quali il lettore può costruire il proprio discorso a Dio.

Pronunciandole, allora ci si rende conto che qui la parola non “esprime, denomina e distingue, limita, definisce, avvicina, fissa e ordina”, come suo solito. In questa parola di colloquio con Dio si innesta il paradosso che agisce proprio sulla capacità nominativa della parola stessa. Qui ciò che è nominato, è “evocato”. Le parole di Rahner qui sono, come lui le ha definite, “parole-conchiglia”, capaci di evocare nella loro finitudine l’infinità di Dio. E questa conchiglia è in grado di contenere tutta la vita dell’uomo, dell’orante. L’uomo che si raccoglie, senza temere il silenzio, non produce il vuoto assoluto e sconfinato. Il raccoglimento del cristiano porta misteriosamente con sé il mondo in cui l’uomo era uscito in precedenza. Se l’uomo non facesse questo, infatti, non riuscirebbe a ritrovare se stesso in Dio. Dio non potrebbe afferrarlo. E così le parole-preghiere di Tu sei il silenzio sono “cariche” della vita quotidiana, dei “miei poveri giorni”. In questo senso le parole possono raccogliere anche l’esperienza del buio, dell’oscurità e rivelare questa condizione come il calco vuoto di una presenza fortissima.

Fintanto che in una parola non ci afferra l’inafferrabilità di Dio, se non ci alletta ad entrare nella sua lucente oscurità, se non ci fa uscire dalla casupola della realtà segretamente e familiarmente comprensibile, verso la notte inquietante, che sola è la vera patria, noi non avremo capito, o avremo capito male tutte le parole del cristianesimo.

Dicendo “Con te voglio parlare”, dunque, l’autore di queste pagine vuole porsi nella condizione di essere afferrato da Dio a cui sta parlando, è, in definitiva, ciò che Rahner chiama “raccoglimento”. Questa esperienza spirituale vive di una tensione escatologica verso quel momento in cui “sarà muta ogni parola umana”, e finalmente “essere e sapere, conoscenza ed esperienza saranno una cosa sola”. Da quel momento, scrive qui Rahner, “non ci sarà parola umana, né immagine, né concetto fra me e te. Tu sarai la mia parola del giubilo dell’amore, della vita che riempie ogni spazio della mia anima”. Mentre adesso viviamo il tempo delle tante parole necessarie ma fortunatamente insufficienti, non definitive, che non possono che articolarsi in un colloquio senza fine, di cui Tu sei il silenzio è una semplice, umile tappa.

Antonio Spadaro

 Con te voglio parlare. In questo mio parlare di te con te, in questo parlare sommesso e timido, tu intendi sempre un parlare di me, sebbene io voglia dire di te. Perché, che posso dire di te, se non che sei il mio Dio, Dio della mia origine e del mio tramonto, Dio della mia gioia e della mia afflizione, Dio della mia vita?

Che altro ti posso dire di te, se non che tu sei colui senza il quale io non posso essere, che tu sei l’infinito in cui solo può vivere la mia finita umanità ? E con questo mi sono dato anche il mio vero nome, quello che ripeto sempre pregando con il salterio di Davide: “Io sono tuo”. Io sono colui che non appartiene a se stesso, ma che appartiene a te. Di più non so di me, né di te. Tu, Dio della mia vita, infinità della mia finitezza. Ma che cosa mi hai messo nell’anima, quando mi hai creato, che io di te e di me so solo che tu sei l’eterno mistero della mia vita ? Signore, tremendo mistero è l’uomo che appartiene a te – e tu sei l’incomprensibile ! Incomprensibile nel tuo essere e più ancora nelle tue vie e nei tuoi giudizi. Poiché se tutto il tuo agire nei miei riguardi è frutto della tua libertà, insondabile abisso di grazia che non conosce alcun perché, se la mia creazione è tutta la mia vita è tua libera elezione e le mie vie sono in fondo le tue imperscrutabili vie, allora, o Signore, nessun perché del mio spirito ti può comprendere, allora tu resteresti l’incomprensibile anche qualora io ti vedessi faccia a faccia.

Amare la tua stessa vita. Entrare e perdermi in te, sapendo che tu mi accogli dentro al tuo cuore,sapendo che io posso incontrare te, incomprensibile mistero della mia vita, e nell’amore darti del tu, perché tu sei l’amore. Nell’amore soltanto io ti trovo, mio Dio ! E allora la mia anima si apre, allora posso abbandonarmi e dimenticarmi di me, e tutto il mio essere si riversa oltre la stretta dei suoi confini, oltre l’angustia della mia propria affermazione che mi tratteneva nella povertà e nel mio vuoto. Con tutte le forze la mia anima ti viene incontro e non vuole più tornare in se stessa, ma perdersi in te, che, nell’amore, sei il cuore del mio cuore, “più intimo a me di me stesso” (Agostino, Confessioni) … se tu stesso, l’incomprensibile, sei divenuto attraverso questo amore il centro della mia vita, allora io ho dimenticato me stesso in te, con tutti i miei dubbi, Dio del mistero. Così che tu stesso, non la tua immagine, appartieni a chi ti ama nello stesso momento in cui smette di possedere se stesso. L’amore mi innalza e mi rapisce in te. E più è totale la dipendenza del mio essere problematico delle tue imperscrutabili decisioni, più incondizionato è il beato abbandono della mia anima in te, amatissimo Dio; più sconcertanti e incomprensibili sono le tue vie e i tuoi giudizi, tanto maggiore sia la santa audacia del mio amore, che tanto più è grande e beato, quanto meno il mio povero spirito può comprenderti.

Esiste perciò almeno uno in cui posso amare senza confini né condizioni, senza limite o misura: sei tu. Nell’amore della tua santità, libero da ogni misura, diventa tollerabile questa nostra vita sempre costretta alla misura e all’ordine. La nostalgia di infinito del nostro cuore si può dilatare in te senza misura, senza traviare; in tutto quanto è in te posso prodigare il mio amore perché tu sei tutto in tutto. Se noi amando possiamo raggiungere te, cadono per così dire da noi, almeno per quell’ora dell’amore, i confini angusti della nostra finitezza. E allora anche nella nostra povertà quotidiana ritroviamo la gioia.

Tu sei venuto a me in parola d’uomo. Poiché tu, infinito, sei “il Dio del Signore nostro Gesù Cristo”. Egli ci ha parlato in parole d’uomo: e la parola dell’amore non nasconde più nulla che io debba temere. Quando egli dice che ci ama e che tu ci ami in lui, questa parola esce da un cuore umano: e in un cuore d’uomo essa ha solo un significato, che è la nostra beatitudine. E se questo cuore d’uomo ci ama, il cuore del Figlio tuo, il cuore che – per questo tu sia benedetto – è pur finito come il mio, allora s’acquieta il mio cuore. Se esso mi ama, io so che l’amore di un tale cuore umano non può essere che vero amore e niente altro. E Gesù mi ha detto davvero che egli mi ama e la sua parola è uscita dal suo cuore di uomo. E questo cuore è il tuo cuore, o Dio del Signore nostro Gesù Cristo.

Benedetta la tua misericordia, o Dio infinito, perché io non ho solo parole e concetti di te, ma nella mia esperienza, nella mia vita, nella mia sofferenza ho incontrato te. Poiché tu sei la prima e l’ultima esperienza della mia vita. Tu, non un concetto, né il nome che noi ti abbiamo dato. Tu sei sceso su di me nell’acqua e nello Spirito del battesimo. Nessun sapiente pensiero ho avuto allora per concepire te. Allora tacevano ancora la mia mente e ogni presunzione del mio ingegno. E tu sei diventato la sorte della mia vita, senza richiedermi un parere. Sei tu che mi hai afferrato, non sono io che ti ho “compreso”. Tu hai trasformato il mio essere fin nella sua ultima radice, nella sua più intima sorgente. Tu mi hai introdotto nella comunione del tuo essere e della tua vita. Tu ti sei donato a me: mi hai donato te stesso, non solo una pallida, lontana notizia di te in parole umane. E io non ti posso dimenticare più, poiché tu sei diventato il più intimo centro del mio essere. Poiché tu vivi in me, non sono  più solo fantasmi di vuote e morte parole a portare l’eco della realtà nel mio spirito, a confondere il mio cuore e a stancare il mio spirito con la loro molteplicità confusa. No, nel battesimo tu, o Padre, hai detto la tua Parola dentro la mia anima, il Verbo che era prima delle cose, più reale delle cose, dal quale solo ogni cosa attinge essere e vita.

Questa Parola della vita è divenuta mia esperienza, per opera tua, o Dio della grazia. La tua Parola e la tua Sapienza sono in me, non perché io con la mia mente ti conosco, ma perché tu mi hai riconosciuto figlio e amico tuo. E’ vero, la parola eterna, quella della “fede mediante l’udito”, mi è necessaria ancora per possedere quel Verbo che hai generato uguale a te dal tuo cuore e che hai pronunciato nella mia anima. E tutto quanto io so e apprendo non sia che una guida a te e, nel dolore che secondo la parola del tuo saggio l’accompagna – (Qo 1,18), mi porti a maturità fino a comprendere meglio te, e poi scompaia nell’oblio.

Allora sarai tu l’ultima parola, l’unica che rimane e non si dimentica. Allora, quando tutto tacerà nella morte e io avrò consumato il mio sapere e il mio soffrire, allora avrà inizio il grande silenzio in cui tu solo risuoni, parola dell’eternità. Allora sarà muta ogni parola umana: essere e sapere, conoscenza ed esperienza saranno una cosa sola.  “Conoscerò come anch’io sono conosciuto” comprenderò quello che tu da sempre mi hai detto : te stesso. Non ci sarà parola umana, né immagine, né concetto fra me e te.

La tua Parla – di cui sta scritto: “La Parola del Signore rimane in eterno” – vive in me. Se penso alle ore che passo al tuo altare o a recitare la preghiera della tua chiesa, allora io comprendo: non le occupazioni mondane rendono monotoni e vani i giorni, ma il fatto che io ho il potere di trasformare le azioni più sante in meccanica, grigia ripetizione. Sono io che svuoto i miei giorni, non i miei giorni me. Io vedo, perciò, che se c’è una via che a te mi possa condurre, essa passa attraverso la mia vita quotidiana. Altra via per rifugiarmi in te non potrei trovare che lasciando indietro me stesso nella mia fuga.

Bisogna allora che ti cerchi in tutto, perché ogni giorno è quotidianità, e ogni giorno è il tuo e l’ora della tua grazia. Uscendo nel mondo, devo rientrare presso di te, possedere in tutto te, l’Unico. Ma come può la mia quotidianità diventare il tuo giorno ? E’ solo opera tua, Signore. Solo tu puoi fare di me un uomo “interiore” nella molteplicità delle occupazioni di ogni giorno. Solo tu mi puoi mantenere, nel mio intimo,  vicino a te, quando io esco quasi da me per essere con le cose. Tocca il mio cuore con la tua grazia. Quando, nella gioia o nel dolore, tratto le cose di questo mondo, fa che, attraverso di esse, io giunga all’amore e al contatto con te che di tutte le cose sei l’unico primordiale principio.  Mi è sempre di consolazione rileggere come Jan van Ruusbroec, uomo interiore, concepiva la sua vita.

Dio viene senza posa in noi, attraverso le cose e senza le cose, e vuole da noi quiete amorosa e lavoro, e che l’uno non impedisca l’altra, ma si fortifichino sempre a vicenda. L’uomo interiore perciò possiede la sua vita in queste due maniere, nella quiete e nel lavoro. E in ciascuna di esse egli è intero e indiviso. Egli è tutto in Dio, godendo la sua quiete, ed è tutto in se stesso, rimanendo attivo nell’amare. E costantemente riceve egli da Dio il monito e l’incitamento a rinnovare l’una e l’altro: la quiete e l’amore.

Ecco, è di nuovo Avvento nell’anno liturgico della tua chiesa, mio Dio. E di nuovo innalziamo le preghiere della nostalgia e dell’attesa, i canti della speranza e della promessa. E dolore e nostalgia e fedele attesa si addensano ancora nella invocazione: “Vieni!” Questa preghiera ci sale dal cuore, come un tempo ai patriarchi, ai re e ai veggenti, che videro solo lungi il tuo giorno e lo benedissero. E’ solo che noi celebriamo l’Avvento, o in verità è sempre Avvento ? Sei tu davvero già venuto ? Tu stesso, proprio quello che la nostra nostalgia voleva, quando invocavamo colui che deve venire, il Dio forte, il padre del secolo futuro, il principe della pace, la luce e la verità e l’eterna beatitudine ? Nella prima pagina della sacra Scrittura è già promessa la tua venuta, eppure, nel suo ultimo foglio, a cui nessuno più ne ha da aggiungere, sta ancora la preghiera: “Vieni, Signore Gesù !”

Tu non sei veramente venuto, tu vieni di continuo: dalla tua incarnazione al compimento del tempo non è che un momento, anche se si aggiungono millenni a millenni per costituire, benedetti da te, solo un istante di questo momento. E’ il momento unico dell’unica tua opera, con la quale tu, nella tua vita umana e nel suo destino, abbracci tutti noi e il nostro destino, e ci riconduci in patria, nell’ampiezza eterna della vita di Dio. Fa che io viva in questo tuo avvento, affinché io viva in te, o Dio che vieni. Amen

Karl Rahner

Il silenzio di Dio si sente con il cuore e invade tutta la nostra persona, toglie il respiro e ci riempie gli occhi: è un silenzio buono, delicato, è la Sua presenza viva, sempre. Esiste, però, anche un altro silenzio ed è assordante, irrompe dentro di noi per ferirci, costruisce muri, cala come un mantello quando il male ci ha toccato, è come se lo seguisse. E’ un silenzio che si vede, è quasi palpabile, simile a quella nebbia che al tramonto sale dal terreno e, piano, piano invade tutta l’aria, impedendo agli occhi di vedere e lasciando, solo in lontananza, una piccola striscia di luce.

Chi ha visto la luce, vede le tenebre: senza quella luce si vive nelle tenebre, senza vederle. Se ci lasciamo afferrare da Dio entreremo con Lui nella “lucente oscurità” e ci nutriremo del Suo silenzio.

Per te il silenzio è lode, o Dio, in Sion, a te si sciolgono i voti. A te, che ascolti la preghiera, viene ogni mortale. Pesano su di noi le nostre colpe, ma tu perdoni i nostri delitti. (sal 64)

Teresa