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Preghiera per padre Maccalli

Mercoledì 26 settembre alle ore 20:45, preghiera per Padre Maccalli, nella cappella dell'oratorio di Casciago

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Iniziamo... insieme!

Anno oratoriano 2018-2019 - Festa della Comunità dal 27 al 30 settembre 2018

Programma

Proiezione film: Maria Maddalena

Giovedì 27 settembre 2018 ore 21.00 - Oratorio di Casciago

Locandina

PERCORSO FIDANZATI 2018 - 2019

PRIMO INCONTRO SABATO 13 ottobre ore 21.00 Parrocchia di Casciago

Locandina
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Perle in giro (e trentuno)

FARE ESAME DI COSCIENZA
Il termine esame di coscienza sembra sparito dal vocabolario corrente della spiritualità contemporanea. Eppure, ancora oggi, l’esame di coscienza appartiene ad una delle parti integranti della celebrazione della penitenza sacramentale, e si raccomanda, pur nella sua brevità, nel momento dell’atto penitenziale all’inizio della celebrazione eucaristica e della compieta alla fine della giornata. La scomparsa dell’esame di coscienza, ha come radice ultima una certa paura di confrontarsi con se stessi, di rientrare nella verità della propria coscienza, di mettere ordine nella propria vita. Spesso si tratterà di rimettere ordine nella vita e mettere la vita in ordine, secondo il disegno di Dio.

Ma per questo occorre una buona teologia, una buona spiritualità ed una opportuna prassi rinnovata che faccia risplendere come un gioiello ritrovato e ripulito l’esame di coscienza. E’ quanto ci offre p. Marko Ivan Rupnik con questo libro agile e completo, moderno e pratico, capace di ridimensionare in lunghezza e larghezza, in altezza e profondità l’esame di coscienza.

Un altro cardine della spiritualità è rivisitare l’esame di coscienza come esercizio del discernimento, quello che noi facciamo alla luce della Parola di Dio e della vita in Dio, ma anche quello che Dio fa in noi quando “sottoponendoci alla prova” ci rende, provati, passati per il discernimento spirituale, per la prova o il discernimento divino; è l’azione di un Dio che conosce la nostra verità e la verifica, la sottopone alla verifica e apre strade nuove nella nostra esperienza spirituale. Teresa di Gesù, rivolgendosi a Dio nelle terze mansioni del Castello interiore, le mansioni della prova, lo invoca con queste parole che sembrano ricordare l’inizio del salmo 138: “Provaci, tu, Signore, che conosci le verità, affinché ci conosciamo”.

Ma come si potrà arrivare alla verifica di quello che Dio compie in noi, se non siamo consapevoli del suo passaggio salvifico di purificazione e di illuminazione nella nostra vita? Ed ecco di nuovo l’importanza di un esame che ci aiuti a scrutare il passaggio di Dio nella nostra esperienza.

p. Jesus Castellano Cervera

 “…Se una cosa, per esempio un corpo visibile, scompare ai nostri occhi, ma non dalla nostra memoria, la sua immagine si conserva dentro di noi e così la cerchiamo finché non la vediamo di nuovo e trovatala la riconosciamo grazie all’immagine che ne portiamo dentro; non potremmo dire di aver trovato l’oggetto perduto se non lo riconoscessimo, né di riconoscerlo se non lo ricordassimo: era, infatti, scomparso dalla nostra vista, ma conservato nella memoria”. (Agostino, Confessioni).

Sant’Agostino mette in rilievo l’importanza indispensabile della memoria nel processo della conoscenza. La memoria è basata sull’esperienza. La vita dell’uomo è fondata sulle relazioni che egli intreccia con le persone e con il creato, con se stesso e con Dio. Più radicalmente, l’uomo vive perché il Creatore si relaziona con la sua creatura, ed è proprio questa relazione la fonte vivificante che sigillerà il mistero della vita con l’amore, con il relazionarsi e il comunicarsi. Ma le relazioni sono esposte al peccato e al male, e dunque anche la memoria umana non sfugge a questa condanna. Una volta che la memoria è sconvolta, ferita, non siamo in grado di aggiustarla semplicemente con il ragionamento, con l’autocomprensione, come se fossimo noi a poter decidere com’è. Poiché è direttamente legata alla vita, la memoria è come se agisse su due registri. Da un lato è un’attività del tutto umana, perché elaborata dalla nostra intelligenza sulla base dell’esperienza. Dall’altro lato è aperta a quel mistero sconfinato a cui ci introduce la vita stessa: la vita infatti non la possediamo, ma viene, ci visita, ci è donata. E ciò che nella vita non si riesce a dominare e che ci porta a intuire questa apertura è esattamente il mistero delle libere relazioni, dell’amore, cioè dell’altro. In ultima istanza, il mistero di Dio, Signore della vita.

Come dice proprio sant’Agostino appena un po’ più avanti nel brano citato, Dio non si può trovare in modo diretto nella nostra memoria. Però come si è certi che ci dona la vita, ci chiama all’esistenza, ci crea a sua immagine, ci redime, si è ugualmente certi che Egli si comunica a noi nella vita. C’è allora in qualche modo una memoria abitata da Dio, tanto è vero che tutta la Sacra Scrittura è una memoria di Dio nella storia degli uomini. Anzi, la religione in gran parte è una memoria dell’azione di Dio.

Andiamo adesso a vedere passo per passo come è possibile, da un punto di vista teologico, che la persona possa esaminarsi nei pensieri, nei sentimenti, nell’agire quotidiano, nelle sue scelte facendo leva su un esercizio della memoria come lo descrive sant’Agostino. In questo modo si intuisce subito che esaminarsi non è un atto isolato che si compie con la nostra ragione davanti a modelli di comportamento, di ragionamento, di agire, che ci sono stati imposti o che apprendiamo in modo teorico. Ma è immediatamente chiaro che l’esame è una preghiera, un atto che avviene all’interno di un rapporto stretto dove l’esperienza dell’amore, della redenzione, della verità di vita sono il fondamento attivo. L’esame di coscienza è un incontro reale con Dio in Gesù, che fa sì che ci possiamo vedere davanti a Lui, con Lui e con gli altri: esaminarsi “nella cameretta più nascosta del cuore”.

Considerando l’esempio di sant’Agostino, cioè che alla base della memoria si riconosce che cosa è vero e che cosa non lo è, si può constatare il nesso tra il peccato e la conoscenza. Il peccato distrugge la relazionalità, perché perverte l’amore. Ma con ciò si distrugge la verità dell’uomo, la su autentica verità. Ma, per scoprire la propria verità ci vuole la redenzione dal peccato. L’uomo non può togliersi da solo dal peccato, né ricostruire ciò che il peccato ha distrutto. O scopre la propria verità in Cristo redentore, e con Lui si ritrova inserito in una relazionalità sanata, oppure continuerà a crearsi dei modelli, degli ideali di se stesso sulla base dei quali si giudicherà non riuscito o un fallimento, un realizzato o uno sconfitto.

Ma non si può conoscere se stessi da soli, perché per conoscersi bisogna recuperare la capacità di relazionarsi in maniera libera, di poter avere verso di noi, verso il mondo, verso gli altri, e persino verso il tempo, un rapporto non possessivo, non di dominio, non di uso. La relazione è una rete, un tessuto che si distende su tutto ciò che è lo spazio e il tempo e che affonda negli abissi dell’amore inesauribile di Dio Trino, le tre Persone veramente libere e fedeli nell’amore.

“Il mistero dell’incarnazione del Verbo contiene in sé il significato di tutti i simboli e gi enigmi della Scrittura, come pure il senso nascosto di tutta la creazione sensibile e intellegibile. Ma colui che conosce il mistero della croce e del sepolcro conosce anche le ragioni essenziali di tutte le cose. Infine, colui che penetra ancora più lontano e si trova ad essere iniziato al mistero della risurrezione, apprende il fine per cui Dio ha creato tutte le cose al principio” (Massimo il Confessore)

Questa guarigione così radicale da porsi come nuova creazione è stata realizzata in Gesù Cristo. Cristo è la piena rivelazione dell’amore libero e assoluto delle Persone della Santissima Trinità nella storia. In Cristo, vero Dio e vero uomo, si comunica tutto l’amore di Dio agli uomini. E Lui, nuovo Adamo, afferma e fa splendere davanti a Dio tutta la verità e la bellezza dell’uomo redento. Con l’incarnazione, assumendo la natura umana, Cristo instaura un rapporto del tutto particolare con ogni uomo e in Lui ogni persona umana può trovare quell’accesso all’altro, quella relazione con l’altro che Egli ha instaurato. Cristo diventa la porta, come del resto lui stesso si chiama attraverso la quale si può entrare in comunione con tutti gli uomini. Con la redenzione si viene riabilitati a rivivere la propria verità, che è quella di persone create ad immagine di Dio trino, del Dio delle relazioni libere, fedeli, cioè del Dio dell’Amore. La redenzione è una realtà così realistica, concreta e personale che diventa l’inizio oggettivo e allo stesso tempo personale di una memoria indimenticabile.

Se consideriamo l’uomo come immagine di Dio, vediamo che Chi comunica la vita divina alla creatura, Colui che fa partecipare la persona creata alla natura di Dio è lo Spirito Santo. Lo Spirito Santo imprime nella nuova creatura, nella sua anima, la sua immagine, che è l’immagine del Figlio. Sappiamo come nelle simbologia cristiana “immagine” significhi la presenza reale e attiva del Figlio. E siccome il Figlio è a sua volta immagine del Padre, anche il Padre si rende presente. L’uomo, creatura, riceve così, nel suo essere persona, una incisione trinitaria. Lo Spirito Santo rende dunque partecipe l’uomo della vita di Dio, lo unisce alla vita divina.

Lo Spirito Santo è Colui che ha incarnato il Verbo nella Vergine di Nazaret. E’ l’artefice dell’incarnazione, dunque della manifestazione piena di Dio, che è allo stesso tempo redenzione dell’uomo, manifestazione della gloria di Dio sul volto di Cristo e redenzione dell’uomo contemplata sullo stesso volto. Grazie allo Spirito, l’uomo può riconoscere Cristo come suo Signore e intuire la vastità dell’amore sacrificale e salvifico tra Padre e Figlio, in modo da potersi scoprire amato da Dio nel Figlio di Dio, riconosciuto insieme come salvatore e fratello, dal momento che è lo stesso Spirito a renderci figli nel Figlio, pronunciando in ogni uomo il vero nome di Dio, che è “Padre”.

Lo Spirito Santo inabita l’uomo con la santa carità. Ma che cos’è la santa carità? E’ l’agape percepita e vissuta nella storia e nella creazione. Perciò è l’unica realtà che rimane, perché è l’unità di tutto, persino degli opposti. La santa carità rimane perché è talmente divina da riuscire ad includere anche l’opposizione, il rifiuto, la ribellione e persino la negazione. La carità si lascia negare, calpestare, umiliare, distruggere – come ha fatto Cristo, manifestazione dell’amore del Padre – ma sempre risuscita, rimane lì, umile, mite senza interessi per sé, senza voglia di affermarsi, senza desiderio di un proprio spazio, di proprie forme di esistenza. La carità è la vita eterna. La carità ha così tanto di Dio che nulla di creaturale la può distruggere.

“La nostalgia riguarda un passato di cui si soffre la mancanza. L’anamnesi è un ricordo gioioso che rende il passato ancora più presente di quanto non lo fosse quando fu vissuto” (T. Spidlik)

Solo una memoria che ricorda la pasqua è una memoria viva, che dunque garantisce una razionalità sapienziale che porta al saper vivere. Saper vivere per non morire per sempre. Saper vivere smascherando le illusioni, le fate morgane, i fantasmi. Una memoria che ricorda la pasqua sa che le cose tornano tutte, ma non così come sono state vissute, piuttosto trasformate, trasfigurate nel processo della redenzione, che è il processo della filiazione universale in Cristo.

La memoria spirituale fa dunque presenti le cose tramite la trasfigurazione che avviene nella pasqua, fa tornare le cose perché le ricorda in relazione alla pasqua, cioè in relazione ad un Dio che anch’Egli si comunica in modo pasquale. E la pasqua è l’impedimento di ogni fossilizzazione, di ogni pensiero sclerotico, nostalgico, formalista, possessivo. Nella liturgia la memoria umana si unisce così efficacemente e realmente alla memoria di Dio da rendere presente ciò di cui si ricorda. Nella liturgia si compie questa opera dello Spirito Santo che è “rendere presente”.

Per vedersi nella verità, bisogna guardarsi con gli occhi dello Spirito Santo, che poi è lo sguardo di Cristo Salvatore, è la misericordia di Dio. Per vedersi nella realtà e nella verità, bisogna chiederlo allo Spirito Santo. E Lui ci porterà a Cristo, che è l’unico a poterci dire come ci vede, perché ci guarda in modo tale da non esitare a dare la propria vita per recuperarci alla vita.

“Lo Spirito Santo è la carità che attira” ( Gugliemo di Saint-Thierry)

Il peccato distrugge la persona, pervertendo l’amore in un egoismo esasperato, ma la redenzione di Cristo ci risana, ricrea l’uomo nuovo e lo Spirito Santo ci rende partecipi di questa salvezza facendoci vivere come figli nel Figlio. Quando la persona fa l’esame di coscienza, compie un atto di preghiera in cui, invocando lo Spirito Santo, attivando l’intelligenza del cuore, cioè lo sguardo d’insieme, contempla il proprio vissuto – i gesti, gli atti, i pensieri, i sentimenti, il volere, le sue relazioni – sullo sfondo della memoria e dei ricordi precisi di come Cristo lo vede nel suo amore pasquale. L’uomo cerca di vedersi come Cristo lo ha visto nella sua pasqua, nella quale lo ha redento. Si tratta di vedersi all’interno della memoria di Cristo. Il ricordo che Cristo ha di me redento è la mia verità e l’immagine vera della mia persona.

Nella preghiera dell’esame ha allora la possibilità di rivisitare questi momenti dolorosi di buio e di ritrovarli nell’amore salvifico di Cristo. Nel battesimo, immersi nella vita di Cristo per lo Spirito Santo, è compiuta una radicale identificazione di noi con Cristo, tanto che la nostra vita si ritrova nella sua e Cristo già ci vede redenti.

E’ chiaro che la prima caratteristica dell’esame di coscienza è quella di essere preghiera. L’esame di coscienza è ascoltare il cuore ma è impossibile ascoltare il cuore senza che lui ci ricordi dello Spirito Santo, del Signore che dà la vita. Questo è già ammettere il primato del Signore, riconoscere il nostro principio vitale in Lui, cominciare a ragionare con una logica di amore, cioè di adorazione del Signore.

L’esame è un dialogo puramente religioso dove si esplicita la fede del credente, la sua relazione con Dio, il suo primato, dove il nostro silenzio è ascolto. L’esame di coscienza è una preghiera, dunque un colloquio, una conversazione nella quale si verifica una comunicazione così reale che cominciamo a guardarci con gli occhi del Signore, e in questo modo si accresce la nostra memoria spirituale in noi stessi.

Il cuore ci mantiene in relazione e la relazione confluisce sempre al volto. Ed è solo di fronte al volto che si percepisce il peccato in modo giusto: un peccato che allora provoca il pentimento, il pianto, la domanda di perdono, il rinnovo dell’impegno, del voto, dell’alleanza.

Non c’è buio, morte, notte così fitta, peccati così orribili dove il Signore non sia già penetrato e da dove aspetta che noi ripassiamo per aprire queste realtà a Lui. E in questa apertura a Lui, in questo incontro, Lui ci comunica il suo sguardo e come vede questa realtà. Ecco che la nostra memoria si arricchisce con dei ricordi della salvezza. Noi abbiamo certe memorie degli episodi vissuti che, quando scopriamo come Cristo si ricorda di loro, le nostre non tengono, vengono scartate. La sua memoria non è fossilizzante, ma trasformatrice. L’amore trasfigura. L’esame di coscienza per coloro che non hanno una viva esperienza di Dio.

“Stamani mi sono disteso in un’urna d’acqua e come una reliquia ho riposato e qui meglio mi sono riconosciuto una docile fibra dell’universo” (G. Ungaretti, I fiumi).

La memoria è legata al volto, perciò è realistica. Tuttavia chi non ha un’esperienza concreta della salvezza, del perdono di Dio, una memoria del suo volto, un’esperienza coscientizzata di come è stato pulito e lavato, può comunque fare l’esame di coscienza nella speranza di giungere all’esperienza dell’incontro con Cristo Signore e Salvatore anche per lui.

Marko Ivan Rupnik

Quando il nostro colloquio con Dio ha inizio solo noi lo possiamo percepire così come quando sentiamo che poco alla volta Lui ci ha trasformato: avviene tutto lentamente, con i Suoi tempi ma avviene. Allora ci accorgiamo che il nostro dialogo è interminabile perché è come se Lo portassimo dentro di noi, in ogni istante con la consapevolezza che non ci lascerà più.

Si possono avvertire delle sensazioni di un’intensità unica, quasi magiche, ed è proprio dentro queste emozioni che sappiamo che stiamo camminando verso l’Alto.

“I momenti più luminosi della mia vita sono quelli in cui mi accontento di vedere il mondo apparire. Questi momenti sono fatti di solitudine e silenzio. Sono sdraiato su un letto, seduto a una scrivania o cammino per strada. Non penso più a ieri e domani non esiste. Non ho più legami con nessuno e nessuno mi è estraneo. Questa esperienza è semplice. Non c’è da volerla. Basta accoglierla quando arriva. Un giorno ti sdrai, ti siedi o cammini, e tutto ti viene incontro senza fatica, non c’è più da scegliere, tutto quello che viene porta il segno dell’amore. Forse la solitudine e il silenzio non sono nemmeno indispensabili per degli istanti così puri. L’amore da solo basterebbe. Mi limito a descrivere un’esperienza semplice che possono fare tutti, per esempio in quei momenti in cui, senza pensare a nulla, dimenticando anche che esistiamo, appoggiando la guancia contro un vetro freddo per guardare la pioggia che cade” (Mozart e la pioggia – Bobin).

“Non c’è da volerla. Basta accoglierla quando arriva”.

Teresa