Perle in giro (e trenta tre)
Loading…

Festa dell'Assunta 2018

dal 11 al 17 agosto 2018

Programma

Gita pellegrinaggio a Oropa

Venerdì 17 agosto 2018

Info

Orario estivo S. Messe

Orario estivo S. Messe festive da domenica 21 luglio 2018

Info

Calendario annuale

Calendario generale delle proposte dell'anno pastorale 2017-2018

Vai al calendario
  • 0
  • 1
  • 2
  • 3

Perle in giro (e trenta tre)

IL SILENZIO DELLA PAROLA
Il 31 agosto 2012 Carlo Maria Martini affida l’ultimo respiro a don Damiano Modena, il giovane sacerdote che da tre anni ne veglia i respiri giorno e notte. “Scelto tra mille”, come amava dire il Cardinale, don Damiano lo assiste nell’aggravarsi del Parkinson condividendone gioie e fatiche. Dalla lotta per accettare la perdita della voce ai viaggi in montagna con gli amici, dalla capacità di sorridere delle proprie debolezze agli Esercizi spirituali pregati in solitudine, dagli ultimi incontri con Benedetto XVI al graduale approssimarsi della morte, don Damiano ripercorre in questo volume i momenti più intensi degli anni di vita del Cardinal Martini. Un libro straordinario, ricco di emozioni, che ci fa scoprire l’ultimo inedito volto di Martini: un uomo umile, amante della vita, capace di seguire Dio sui sentieri più impervi.

“Non ho fatto nulla di più di quanto avrebbe fatto un figlio”. Devo essere sincero: mi sono commosso quando ho letto la risposta di don Damiano a tutti coloro – e immagino siano stati tantissimi – che lo hanno ringraziato per l’assistenza, amorevole e premurosa, prestata al Cardinale Martini fino al momento della sua morte. Anch’io l’ho ringraziato a modo mio quando l’autore di questo libro, dal titolo significativo Il silenzio della Parola, venne a trovarmi con la piccola icona che Sua Eminenza aveva deciso di lasciarmi e che ora sovrasta una scrivania affollata di libri nel mio ufficio in via Solferino.

Don Damiano Modena è stato per lunghi anni una presenza discreta e insostituibile a fianco di un padre che non voleva assolutamente che la propria malattia invalidante potesse pesare sul prossimo ed era attento a cogliere, fra le parole degli altri, i pensieri più intimi, le sofferenze meglio nascoste, trascurando le proprie. La sua malattia lo portava inesorabilmente alla paralisi dei movimenti e allo svanimento della voce, ma il Cardinale sembrava non curarsene, attento com’era ad ascoltare i discorsi del prossimo, pur non potendosi più far sentire, nemmeno con i gesti diventati ormai troppo faticosi. A don Damiano, dunque, toccava il compito di interpretare i sussurri, a volte simili a rantoli, che Martini esalava con grande impegno ma assoluta naturalezza. Il suo timbro, timido e intimorito all’apparenza, in realtà sicuro e forte di un’intesa personale consolidatasi nel tempo in una amicizia vera, rendeva calda e ancora più profonda la comunicazione del Cardinale. Lui ne sembrava persino compiaciuto. “L’ha detto meglio di come l’avrei potuto dire io” doveva pensare. E oltre al distillato di sapienza biblica e di saggezza popolare, l’auditorio veniva come avvolto da un’aura di serenità e di pace, veniva catturato dalla sensazione di vivere un momento irripetibile. Le parole di Martini, a noi consegnate con la complicità evangelica di don Damiano, sono custodite nei nostri cuori e noi vorremmo semplicemente trasferirle ai nostri amici, ai nostri figli con la semplicità e la profondità espressiva, rimaste impresse nei vostri ricordi.
Grazie don Damiano, grazie Cardinale Martini.

Ferruccio De Bortoli

“Te la senti di accompagnarmi fino alla morte?”, fu la domanda del tutto inattesa che don Damiano Modena si sentì rivolgere dal Cardinale Martini, già provato dal morbo di Parkinson, alla fine di una vacanza trascorsa insieme in montagna. Altrettanto immediata fu la risposta: “Se ritiene che io sia la persona giusta, sì, Padre, anche oltre”.

Così è cominciato lo straordinario e affettuoso sodalizio, durato quattro anni, tra il giovane prete di Vallo di Lucania e uno dei più grandi cardinali del nostro tempo. All’origine ci fu la tesi che don Damiano dedicò al pensiero teologico di Martini, che gli permise di incontrarlo a Roma e di andare a trovarlo, in più occasioni, a Gerusalemme. Fino ad ”accompagnarlo”, notte e giorno, nella sede dei gesuiti a Gallarate, dopo che il Cardinale, per ragioni di salute e il bisogno di cure adeguate, fu costretto a lasciare per sempre la “Città Santa”. Da allora, don Damiano è stato l’ “angelo custode” di Martini, la sua “voce”, l’interprete delle parole che il Cardinale faceva sempre più fatica ad articolare. Fu lui a “custodire” le sue giornate, a provvedere perché la vita di Martini, nonostante la malattia, fosse il più normale possibile. L’ha accudito come un figlio fa con il proprio padre. E ha appreso da lui, da ogni sua parola e gesto, come un vero “discepolo” fa accanto al maestro. Don Damiano si ingegnava per evitare al Cardinale anche la più piccola fatica. Lo preservava dalla stanchezza, ma cedeva volentieri, con filiale complicità, quando il Cardinale gli chiedeva all’improvviso di organizzare la serata e andare a mangiare una pizza.  Non per gustare il cibo, che toccava appena, ma per stare in mezzo alla gente, per osservare i giovani soprattutto.

Pur impossibilitato a muoversi, Martini non s’è mai isolato dal mondo. Nonostante il suo apparente distacco, frutto di un’innata timidezza, Martini era di un’estrema affabilità, cordiale con tutti. E, all’occorrenza, sapeva sorridere di se stesso, con fine umorismo. Il Cardinale sarà ricordato come un eminente studioso, un uomo di cultura, uno dei più famosi biblisti al mondo. Ha trascorso quasi tutta la vita a studiare i testi sacri. Mai, però, ha trascurato il contatto con le persone, soprattutto i giovani, i più poveri, gli emarginati.

Un mese dopo la morte di Martini, un’altra domanda, di tenore ben diverso, prese in contropiede don Damiano, in visita alla sede di Famiglia Cristiana: “Te la senti di fissare in un libro i ricordi di questa straordinaria esperienza umana e spirituale accanto al Cardinale?”. Mi venne d’istinto chiederglielo, sentendogli raccontare tanti “aneddoti” esemplari, con la voce rotta dalla commozione e gli occhi sempre più lucidi. “Sarebbe un peccato”, gli dissi, “se questi “fioretti” di vita andassero persi”. La risposta non fu immediata. Avrebbe voluto rifletterci durante il riposo che si era concesso, dopo tante fatiche e notti insonni.

Per fortuna, la riserva si sciolse positivamente. Altrimenti, non avremmo avuto un libro prezioso come questo, di straordinaria ricchezza umana e spirituale. Ma anche di bellezza letterale, perché don Damiano ha raccontato con maestria le ultime fasi dell’esistenza di Martini. Soprattutto il coraggio e la grande dignità con cui il Cardinale ha combattuto la grave malattia che, progressivamente l’ha paralizzato nel corpo, fino a ridurlo in carrozzella, dipendente in tutto dagli altri. Ma anche le paure e l’insofferenza di fronte al dolore e alla morte. Martini era attaccato alla vita. “Ci diceva che stava bene qui”, ricorda don Damiano, “che amava vivere, che aveva molti amici e non voleva lasciarli”. Finché le forze gliel’hanno permesso ha condotto una vita normale e serena. Con estrema lucidità, fino al giorno della morte. La malattia l’ha privato, in particolare, di due cose che tanto aveva a cuore: il “dono della parola” e il “sogno” di finire i suoi giorni a Gerusalemme, la “città della speranza”, sacra alle tre religioni monoteiste, dove si decide il destino dell’umanità intera. E dove anche concludere l’esistenza “è quasi come morire in cielo”.

Ci lascia in eredità il suo immenso amore per la Parola di Dio, la sola cosa che conosceva bene. Ci ha lasciato, infine, il “sogno” di una Chiesa da “purificare”, che voleva più profetica: sognava una Chiesa povera che “cerca Gesù” e sa “farsi prossimo” a tutti, in ascolto degli uomini, spoglia dei tanti “apparati burocratici, riti e abiti pomposi”. Una chiesa umile e misericordiosa, per dare vita alla brace che cova sotto la cenere. Quella che, grazie all’azione dello Spirito, si sta realizzando con papa Francesco, un gesuita come lui. E che tanto gli sarebbe piaciuta.

Don Antonio Sciortino

E’ inverno, il primo che trascorriamo insieme, e si cammina spalla a spalla nell’ombra di un bosco pianeggiante. Un tappeto di foglie secche copre il sentiero. Silenzio assoluto, Anche i passeri e il vento tacciono. Il crepitare delle foglie sotto le scarpe rimbalza tra gli alberi.

“Questo rumore una volta mi ha salvato la vita” dice.

Quale rumore, Padre?”.

“Quello delle foglie secche sotto le scarpe . Ero un giovane gesuita in formazione. Mi sentivo solo, depresso, un po’ in crisi. Mi domandavo che senso avesse la vita, per che cosa valesse la pena vivere. Restai in ascolto e mi resi conto che l’unica compagnia era il rumore delle foglie sotto le scarpe. La compagnia di quel rumore mi diede la forza per non scoraggiarmi, valeva la pena vivere”.

Gli uomini vogliono le prove dell’esistenza di Dio. Lo attendono ad ogni svincolo della vita con la pretesa di ricevere indicazioni immediate. Si fidano solo se Dio parla loro ed è per questo che non sentono la sua voce. Carlo Maria Martini, invece, ha dimestichezza con le parole della Bibbia. Sa che Dio parla in un vento leggero, nel fuoco che non brucia, nell’impercettibile consistenza di una nuvola, nel volo impacciato di una colomba. Nel crepitio di qualche foglia morta.

Lui parla a Dio. Parla e vorrebbe parlare di più, parlare meglio, ma la malattia lo spossa. Si vedono piccoli movimenti delle labbra, li si vede mentre è a letto, mentre una nuvola di infermieri gli gira attorno nei momenti critici. Il Salterio è obbligatorio, ma solo se è pregato con amore prende vita. Lui canta, e nel suo canto la voce si frantuma, diventa luminosa, come i cocci di un cristallo al sole. Sa di avere una voce disarmonica, ma non se ne preoccupa.

Cosa accada tra lui e Dio in certi momenti non si sa. Dice solamente: “Portami in Cappella!”. Sembra un richiamo. Un richiamo primordiale. Una piccola luce illumina il tabernacolo. Lui resta in silenzio, si vede che tra i due c’è intesa. Il respiro si distende, rallenta. Chi si ama, non parla mai a lungo. Qualche minuto basterà a chiarire le questioni della giornata. Qualche minuto davanti a Dio basta a chiarire le questioni di una vita, di tutte le vite. “Pregando non sprecate parole”. E’ Dio che lo dice. Non sprecate parole: sprecate vita, sprecate tempo, sprecate impegno, gioia, sorrisi. Lui si scusa di non saper sprecare abbastanza. Gli occhi fissi sul tabernacolo: si guardano, si confidano, si consolano. Quando, durante la Liturgia delle Ore, intorno il Benedictus o il Magnificat, chiude gli occhi, l’indice della mano destra dirige il canto, disegna nel vuoto ciò che la sua voce non può esprimere. E’ un direttore d’orchestra attento ed esigente: “Oggi, mi raccomando, non tralasciare il Te Deum come la scorsa Domenica!”.

Gli uomini, fin da bambini, sanno che la notte è un luogo di fantasmi. Si attende il giorno, come le mogli sul molo attendevano i mariti giungere dall’altra parte del mondo. L’attesa è lunga soprattutto per un malato. Ci si chiede che ora sia una, due, tre volte. Ci si arrende al fatto che è troppo presto, che è ancora notte fonda. Che nessuno verrà. Tranne Dio. Lui non dorme. I fantasmi allora scompaiono e le ore di veglia diventano ore d’amore. La metamorfosi della notte è aiutata da un piccolo strumento: “l’ iPod Sacro” in posizione di riproduzione casuale. I Salmi, il rosario, l’ Imitazione di Cristo si susseguono come un sottofondo per tutta la notte. Anche “l’ iPod profano” aiuta: musica popolare ebraica e Mozart. Dio giunge nella stanza del malato in punta di piedi, lo rassicura, gli resta vicino. Dio resta, mentre tutti, il Salmista, l’anonimo, Mozart, infermieri e assistente, escono dalla stanza.

Ogni fine luglio suo padre, Ignazio di Loyola,  lo attende, otto giorni prima della sua Festa, e lo fa pregando i “suoi” Esercizi Spirituali. Chiede che si osservi il maggior silenzio possibile. Negli ultimi due anni è come chiedere di versare un bicchiere d’acqua in un fiume. Due volte al giorno si legge qualche pagina, poi si fa silenzio. Ci si rivede per raccontarsi cosa ha detto il silenzio. Il Silenzio, quando parla, è molto essenziale. Invita a prendere pochi piccoli impegni. Sa che, seguiti per tutta la vita, sono più generosi di frutti dei grandi impegni di pochi giorni. Il Cardinale si mette tra i banchi di scuola  come uno smemorato. Come uno che ogni anno, lo stesso giorno, dimentica tutto ciò che ha imparato. Uno che ama rifare la prima elementare per tutta la vita.

L’Eucarestia è al centro della giornata. E’ lì come il cuore nel petto. Qualche parola ascoltata nella gioia, altre dette con fatica: “Il Signore sia con voi”, “Ti ringraziamo, o Signore”, “Ti preghiamo, o Signore”, “Rendiamo grazie a Dio”. Tutto il resto è lasciato ad altri. La voce non può più di questo, ma le mani possono. Si tiene su un lato dell’altare e fa il chierichetto: ricompone il manutergi con la precisione della moglie che poggia nel cassetto le camicie del marito. L’ampolla dell’acqua è adagiata con precisione e delicatezza. Chi non lo conosce potrebbe dire, senza sbagliare, che Carlo da grande sarà un ottimo accolito.

Basta sfogliare le pagine finali dei Vangeli per capire che un sacrificio, anche volontario, non ha nulla di attraente. Se qualcosa attrae, è nell’amore che lo sostiene, non nella forma. La forma di un sacrificio è sempre quella di un corpo consumato, di amici che diventano nemici, di corpi che ciondolano nel dolore. “Non ha apparenza né bellezza per attirare i nostri sguardi” grida Isaia dal profondo di tutti i secoli e dunque anche di quello presente. Martini sa che la verità non è mai così grande come nell’umiliazione di colui che l’annuncia.

“A te grido, Signore, mia roccia, con me non tacere: se tu non mi parli, sono come chi scende nella fossa” (Salmo 28-27-,1).

Abramo, Mosè e tutti gli altri abitanti del Libro sono partiti, ma non senza reticenze, non hanno abbandonato la loro quiete con leggerezza. In principio era la lotta, la lotta era presso Dio, la lotta era Dio. Anche Martini scrive di questa lotta. Non sui libri questa volta. La scrive sul bianco di una tovaglia d’altare con l’inchiostro trasparente delle lacrime, il 31 gennaio 2012. Siamo in quattro: Dio, lui, una suora amica e io. Siamo in quattro intorno a un piccolo altare. E’ una giornata di sole. Lui dopo il Vangelo sussurra tre brevi preghiere. Un po’ di silenzio distanzia i pensieri di ciascuno. Lui accenna a riprendere il sussurro, poi si ferma. La liturgia prosegue. C’è qualcosa di crudele nelle liturgie ed è il fatto che debbano proseguire. Si vorrebbe fermarle, ma loro vanno avanti e qualche volta è necessario mettere un freno. Un secondo prima della consacrazione è in piedi, le gambe sono terribilmente instabili, interviene: “Vorrei dire una cosa. Vorrei dirvi che se anche dall’altre parte non ci fosse nulla, sono felice di aver vissuto questa vita e di averla condivisa con voi”. Il calice è purificato dalle lacrime. Oggi, sopra la sua tomba, c’è una croce. Era di un uomo, un santo che portava il suo nome: san Carlo Borromeo. Sotto l’ombra, per nulla rassicurante, di quella croce san Carlo scrive:

“Il tuo amore si è talmente impadronito del mio cuore che, quand’anche non ci fosse il Paradiso, io ti amerei lo stesso”. L’amore, quando vola verso Dio, è così insensato da ammettere anche il Vuoto.

“Nel capitolo tredici del Vangelo di Giovanni, più che in altri, si sente che lo Spirito c’è. E’ profondamente ispirato ! Dice. Basta una lettura veloce per capire cosa intenda: “Figlioli, ancora per poco sono con voi; voi mi crederete ma, come ho detto ai Giudei, ora lo dico anche a voi: dove vado io, voi non potete venire. Vi do un comandamento nuovo: che vi amiate gli uni gli altri. Da questo tutti sapranno che siete miei discepoli: se avrete amore gli uni per gli altri”.

Dopo tre anni di vita condivisa, so che non bisogna mai distrarsi davanti a Carlo Maria Martini, mai. Tenere gli occhi fissi su quel petto che a ogni contrazione del diaframma solleva immensi strati di terra, come Dio durante la creazione, è un imperativo. L’ultimo respiro: “E Dio creò l’uomo a sua immagine; a immagine di Dio la creò (…) E fu sera e fu mattina: sesto giorno”. L’uomo prende vita e Dio riposa. L’uomo muore e Dio si scuote dal suo sonno. Sono le 15.43 di venerdì 31 agosto 2012.

Come ogni Venerdì Santo che si rispetti, ci sono dei riti. Del profumo di Nardo era stato conservato per la sua sepoltura. Prima di essere rivestito della porpora cardinalizia, se ne accerta la morte con un elettrocardiogramma: piatto davanti agli uomini, esultante davanti a Dio. E’ la prospettiva da cui la si guarda che trasforma la vita.

L’olio di nardo cola, il profumo arriva ovunque fin dentro le narici di Dio. Sono le 18:00. “Io vado a pescare”: è il pensiero che si affaccia alla mente di molti. Ci si trova in una decina attorno al solito piccolo altare. Un po’ di pane, qualche goccia di vino, parole sottovoce saranno sufficienti. Si cerca la forza di ripartire.

Primo settembre, alle undici, sotto una pioggia battente, il corteo parte alla volta del Duomo. Medito la fuga, vorrei andar via. Il telefono vibra. Rispondo contro voglia. All’altro capo, una voce paterna, una voce cui non si può rifiutare nulla, dice con fermezza: “ Un padre si accompagna fino alla tomba”.

I piccoli delle rondini e i piccoli degli uomini schiamazzano allo stesso modo. I piccoli delle rondini si lanciano dal nido come in un volteggio solo avessero compreso tutte le traiettorie del cielo.  I piccoli degli uomini si avventurano per qualche metro fuori dal cancello di casa come se avessero percorso tutte le strade del mondo. Gli uni e gli altri, alla fine, tornano al nido.

Don Damiano Modena

 “Quando ci si congeda da qualcuno che si ama, si vorrebbe lasciare se stessi. Ma partire e restare è impossibile. Allora si dona tutto ciò che si ha nel tentativo di lasciare un po’ di ciò che si è”.
Un “figlio”,  un “padre”,  uno Spirito,  un legame non di sangue ma del e nel Padre: è la potenza di Dio, la grazia di un incontro e il dono di ricevere un “padre nello Spirito”.
Camminano insieme, seguendo il Signore, accompagnandosi, passo dopo passo, fino alla fine e anche oltre!
“Il vento soffia dove vuole e ne senti la voce, ma non sai di dove viene e dove va: così è di chiunque è nato dallo Spirito”.

Teresa