Loading…

La lettera del Vescovo:

a partire dalla lettera dello scorso anno traccia della lettera di quest'anno

Approfondimento

Festa di Tutti i Santi e Commemorazione dei Fedeli defunti

Orari e programma delle celebrazioni e delle funzioni

Programma

Calendario mensile

Calendario delle proposte del mese di ottobre 2018

Vai al calendario

... sulla Tua parola

Non un corso biblico ma un aiuto per proseguire la ricerca del Maestro attraverso i quattro vangeli. Giovedì ore 21.00 a Casciago Guida gli incontri don Norberto

Programma

PERCORSO FIDANZATI 2018 - 2019

PRIMO INCONTRO SABATO 13 ottobre ore 21.00 Parrocchia di Casciago

Locandina

Calendario annuale

Calendario generale delle proposte dell'anno pastorale 2018-2019

Vai al calendario
  • 0
  • 1
  • 2
  • 3
  • 4
  • 5

Perle in giro (e trantacinque)

OMBRA DI DIO O TENEBRA DELLA STORIA?
Edith Stein è icona del suo tempo perché la sua vicenda, il suo stato interiore, la sua ricerca filosofica e quella di Dio, divengono simultaneamente radiografia della storia coeva e, in un frangente di tenebre, testimonianza luminosa che forerà il suo secolo per giungere fino a noi. In lei si avvertono delle forze: l’ombra di Dio o la tenebra della storia? L’interrogativo lacera le coscienze e chiede chiarezza anche se diramato in molti fili e rilanci.La giovane Edith, studentessa, si ritrovò senza prospettiva, conobbe le tenebre dello spirito e le patì. Con la piena consapevolezza che ciascuno, e solo ciascuno, è responsabile delle proprie domande e dei propri passi, malgrado le sfugga ancora il portato trascendentale dell’evento. Talvolta, leggendola e ascoltando il suo cammino nella storia, si ha l’impressione di qualche cosa visto dal buco della serratura, frammentario.

L’ombra di Dio stava per invadere la sua persona
Nella notte di Bergzabern del 1921 – una crepa in uno stato d’animo ingessato? – la sua anima si dilatò come si apre un ventaglio e ospitò l’evento: scoprì l’ombra di Dio che diviene luce in cammino, con la nube che guida nel deserto e la sua ombra protettiva. Un evento da leggersi come esperienza vissuta, perché vissuto e sperimentato quando Edith Stein si lasciò interrogare dalla propria sensibilità, dalle proprie intuizioni, dalle proprie emozioni e pensieri, ma da accettare come, esperienza: un viaggio da intraprendere che necessita della ricomprensione teologale e teologica, ruminata a assimilata.

La scoperta della rivelazione di Dio, nel cammino quotidiano di ricerca, la conoscenza di Dio, vengono assimilate all’interno dell’interesse teorico e pratico, nei suoi due versanti: conoscere e fare. Quando l’ombra di Dio, paradossalmente, divenne per lei luce, esplose la Verità di Gesù Cristo e la sua vita ne fu mutata e trasfigurata.

Nelle due grandi fasi, in cui il rapporto con la gravità di luce e ombra dialoga con l’interno, con i suoi moti profondi, con le sue riflessioni a lungo meditate, Edith Stein aveva piena consapevolezza che vita e morte erano inscindibili, sperimentabili entrambi, come fenomeno e come mistero. Non per razionalizzare l’irrazionale, la sconfitta della vita, ma per viverne a fondo il mistero di abbandono, fiducia e comunione.

Ci si pone dinanzi al “grande portone oscuro”.
Lo si deve varcare – ma che cosa c’è dopo ? Questo che cosa c’è dopo è la questione autentica della morte, di cui si fa esperienza nel morire. C’è una risposta alla domanda prima che il portone sia varcato?
E se ne accettano le conseguenze, non per scongiurare la sventura ma per leggere e fare propria l’esistenza, pensata come una pietra porosa scavata dal tempo che, in fine, abbia acquistato la sua autentica forma.

Il grande oscuro portone, la morte, ecco il referente simbolico che autorizza questa ricerca nell’esperienza e nel pensiero di Edith Stein che, dopo la notte di Bergzabern, acquistano un’altra tonalità luminosa e trasparente, quella di Pasqua, mistero di morte e risurrezione.

Edith Stein ha molto raccontato in prima persona, sia in Storia di una famiglia ebraica sia nelle lettere; si evidenzia così l’importanza del passato per la ristrutturazione del suo presente. Scrutandola è necessario tenere presente un elemento importante, il racconto porta in sé il segno di chi racconta, come la tazza quello del vasaio. La sua fedeltà è espressa nell’amore delle parole versate sulla carta.

Gli scritti personali ci consentono di conoscere il vibrare del suo animo, gli interrogativi che lo pervadono, la sua continua crescita nell’assimilazione a Cristo; quelli “occasionali”, richiestigli dalla priora per qualche evento comunitario oppure per qualche articolo stampato, portano l’impronta della semplicità e della chiarezza, denunciano un sottofondo, preciso e indiscutibile, di fede riflessa e di ricerca teologica. Se il pensiero e l’esperienza non si dispiegano in modo sistematico, bisogna cercarne i passi nell’esperienza della vita.

Teresa Benedetta guarda alla morte con ottica cristocentrica, dalla morte di Gesù Cristo viene ogni salvezza e ogni pace per ogni defunto. Ha avuto modo, nell’ultimo anno di vita, di chinarsi sul mistero della morte di Gesù e da questo evento chiave per la fede cristiana attinge forza e lucidità di mente e di cuore:
Nessun cuore umano è mai piombato in una notte così oscura come quella che avvolse l’Uomo Dio nel Getsemani e sul Golgota. Nessuno spirito umano [….] potrà mai penetrare nell’immenso mistero dell’abbandono divino da cui (Lui) fu afflitto [….] alle soglie della morte. Ma Gesù può dare modo a certe anime elette di provare almeno parzialmente questa estrema amarezza. Sono i suoi fedeli amici ai quali chiede l’ultima prova del loro amore.

Questa prova l’attendeva, Teresa Benedetta, con piena consapevolezza; anche se ne ignorava la modalità, respirava questa tensione:
Le chiamate alla sequela sul cammino della Croce della vita ci mettono in mano la risposta corrispondente e gettano ugualmente uno sguardo sul significato della morte di Cristo; infatti, alle parole d’invito si collega direttamente il monito: “Chi vuol salvare la propria vita, la perderà; ma chi perderà la sua vita per me, la salverà” (Lc 9,24). Cristo dona la Sua vita per aprire agli uomini l’accesso alla eterna vita. La croce non è fine a se stessa. Essa, ergendosi, indica la direzione verso l’alto. Quindi non è solo segno, è la forte arma di Cristo; la verga del pastore con cui il divino Davide esce incontro all’infernale Golia; con cui Egli bussa alla porta del Cielo e la spalanca. Allora sgorgano i flutti della luce divina e si estendono a tutti coloro che sono al seguito del Crocifisso.

Questa luce l’avrebbe avvolta nella densa e terrificante tenebra oscura della camera a gas, resa vigorosa nella fede da quella robustezza che le aveva comunicato l’Eucaristia:
Cristo dona la Sua vita per aprire agli uomini l’accesso alla vita eterna. Allora essi, per guadagnare la vita eterna, devono anche spezzare quella terrena. Devono morire con Cristo, per risorgere con Lui: la morte, che dura tutta la vita, della sofferenza e del quotidiano rinnegamento di sé; se è il caso, anche la morte di sangue del testimone della fede per il messaggio di Cristo.

L’attendeva una morte condivisa, perché vissuta insieme ai suoi fratelli e alle sue sorelle, ma anche una morte solitaria, spesa nel suo più profondo sentire in abbandono fiducioso, un crepaccio che le si spalancava davanti. Chi vegliò vicino a lei nel momento in cui fu rinchiusa nella camera a gas? Tutti coloro che vi erano passati:
La storia della Shoà è la storia della “legatura di Isacco” ripetuta sei milioni di volte. Sei milioni di martiri sono morti senza lamentarsi, senza fare domande, ma con amore e con fede, recitando Shemà Israel…

Chi la soccorse nel trapasso per far sì che la disperazione non l’assalisse?
L’ombra di Dio nella sua custodia insonne e ultima, la Luce di Cristo, tutta la Chiesa, tutto il Carmelo, tutti coloro che lottavano nei tempi bui dallo spessore impenetrabile per la Verità, perché Gesù Cristo, nella sua morte, aveva per primo aperto la strada e accolto su di sé la morte e lo strazio di tutta l’umanità. La notizia giunse al Carmelo solo dopo la conclusione della guerra: così la ricordano:
Nel ricevere la notizia pensai subito che la sua morte fosse stata un grande sacrificio espiatorio. Non ricordo di aver mai pregato per la pace della sua anima. Ho invece invocato la sua intercessione [….] La Serva di Dio viene onorata come una santa da persone degne di fiducia. Io la ritengo una santa già per il fatto che è stata perseguitata e che nel discorso della montagna è chiamato beato chi patisce persecuzione. La ritengo una martire, che ha patito la morte anche per la sua fede.

Un esempio che dimostra il suo grande amor di Dio mi pare il seguente: una volta a ricreazione, dissi che desideravo che mi fosse cantata, dopo la morte, la Salve Regina. La serva di Dio disse a sua volta : “Io desidero che dopo la mia morte mi si canti il Te Deum”. Ho avuto pensare a queste parole quando ho letto che la Serva di Dio aveva rivolto un sorriso incoraggiante alla suora che dopo il mattutino accompagnava il Te Deum con l’harmonium. Penso che allora la Serva di Dio non volesse soltanto incoraggiare la suora, ma che pensasse che la sua vita e la sua morte dovevano essere una lode a Dio. Testualmente mi aveva detto: “E quando morirò io si potrà cantare Te Deum laudamus”. Abbiamo saputo della sua morte nella tarda estate del 1945. Abbiamo cantato un Te Deum, mi pare. Io non ho pregato per il riposo della sua anima, perché io la so nascosta in Dio.

Per Teresa di Gesù l’Umanità di Cristo è centrale ed Egli è presente alla storia e alla Chiesa:
“Se l’umanità di Cristo è il “sacramentum coniuctum”, lo strumento principale della redenzione dal quale tutti gli altri ricevono la loro forza, allora il sacramento centrale deve essere l’Eucaristia che contiene la stessa umanità di Cristo”.

Tutto l’essere e l’esistere di Edith Stein ha riconosciuto il suo perno, tutto vi ruoterà attorno e nulla avrà più importanza e senso della vita di grazia:
Quando la singola persona nella santa Comunione accoglie in sé il Signore, allora Egli la porta in sé, vive in Cristo e Cristo in lui.

Edith Stein, ormai cristiana, ha la percezione nuova della propria identità e lo dimostra l’appartenenza del suo vocabolario, divenuto non ibrido ma del tutto venato dal “trans condurre” immerso nella novità del Risorto. Le parole di Gesù nella grande preghiera e il suo atteggiamento sono il compimento dell’attesa:
Egli sapeva che era l’ultimo loro incontro e volle dare loro tanto quanto e come poteva. Dovette trattenersi per non dire di più. Ma sapeva che non potevano sopportare di più, che non potevano tollerare nemmeno quel poco. Doveva arrivare prima lo Spirito di verità, per poter loro aprire gli occhi. E, dopo aver detto loro tutto e tutto compiuto, alzò gli occhi al cielo e parlò in loro presenza al Padre (Gv 17). Noi denominiamo queste parole la preghiera sommo sacerdotale di Gesù.

Il mistero di Pesach e di Pasqua di Risurrezione si ritrovano intimamente legati e connessi e ci hanno condotto, grazie all’acuta meditazione di Edith Stein, all’intreccio della storia universale con quella di ciascuna persona nella propria Pasqua quotidiana e in quella finale in cui trapasserà dal tempo e dalla storia, varcandone la soglia per entrare nel non-tempo, in quell’eternità che rimane ancora molto misteriosa, innestata però nella vita della Trinità. Esiste la possibilità di spendere la propria vita alla luce di questo mistero, vivendo attratti dall’Eucaristia, cibo e bevanda che trasformano:
Come il Venerdì Santo è il punto centrale della storia del mondo, così il Santo Sacrifico della Messa appartiene al punto centrale della vita di ogni cristiano. Qui la singola persona partecipa all’opera della redenzione, che gli consente di vivere tutta la sua vita da Cristo. E nella misteriosa unione dell’anima con Cristo nella santa Comunione, anche nell’operare colmo di mistero che promana dal tabernacolo, il Signore acquista sulle anime forza potentissima, qui esse sperimentano in totale silenzio e nascondimento la loro decisiva formazione ed educazione.

Egli ha aperto lo scrigno del Cuore divino davanti a noi nel tramandarci il discorso di addio del Signore e della sua preghiera sommo sacerdotale. Da questa sappiamo quale sia la partecipazione alla vita di Cristo – come tralci sulla vite divina – e alla vita del Dio Trinità. Bisogna creare spazio nel nostro spazio di vita per il Salvatore eucaristico, perché possa plasmare la nostra vita nella sua. Ogni lode di Dio avviene per, con e in Cristo. Per lui, perché solo per Cristo l’umanità ha accesso al Padre.

Che cosa significa, in concreto per lei, spendere la propria vita cibandosi dell’Eucaristia?

La figliolanza di Dio significa divenire piccoli. Anche, nel contempo, però divenire grandi. Vivere eucaristicamente significa uscire dalla strettezza della propria vita e crescere nell’interno dell’ampiezza della vita di Cristo. Chi visita il Signore nella sua casa, non si occuperà più solo di se stesso e delle proprie questioni. Inizierà a interessarsi delle questioni del Signore:
Et Verbum caro factum est: divenuto verità nella stalla di Betlemme. Anche adempiuto in un’altra forma “chi mangia la mia carne e beve il mio sangue, questi ha la vita eterna”. Il corpo terreno necessita del pane quotidiano, […] il corpo divino anela a noi, al cibo che permane. “Questo è il pane vivo che è disceso dal Cielo”. Per chi lo rende veramente suo pane quotidiano, in lui si compie quotidianamente il mistero del Natale, l’Incarnazione del Verbo. E’ questa la via più sicura: ogni giorno penetrare sempre più saldamente e profondamente nel mistico Corpo di Cristo […] In concreto significa per la maggioranza, quando iniziano di nuovo, un’inversione di tutta la vita, interna ed esterna.

Morire con Cristo in Croce, per risorgere con Lui, diviene realtà per ogni credente e, particolarmente, per ogni prete nel santo sacrificio della Messa che, per l’insegnamento della fede, è il rinnovarsi del sacrificio della Croce. Per chi lo celebra con fede viva o vi prende parte, per lui e in lui, avviene quanto avvenne sul Golgota.

Il mondo è in fiamme. Desideri spegnerle ? Guarda al crocifisso. Dal cuore squarciato sgorga il sangue del Redentore. Questo spegne le fiamme dell’inferno. Rendi il tuo cuore libero con l’adempimento completo dei tuoi voti, allora sgorgherà il flusso dell’amore divino nel tuo cuore, finché traboccherà e sarà fruttuoso fino ai confini della terra. Senti il gemito dei feriti sui campi di battaglia a Oriente e a Occidente ? Non puoi essere medico o infermiera e non puoi medicare le ferite. Sei rinchiusa in una cella e non puoi raggiungerli. Senti il grido angoscioso dei morenti ? Vorresti essere prete e stare loro accanto. Ti commuove il pianto delle vedove e degli orfani ? Vorresti essere un angelo consolatore e aiutarli. Guarda al Crocifisso. Gli sei unita sponsalmente nella fedele osservanza dei tuoi santi voti, allora il Suo prezioso sangue diventa tuo. Unita a Lui diventi onnipotente come Lui. Non potrai aiutare qui o là come il medico, le infermiere, il prete. Potrai essere tutti i fronti, in tutti i luoghi di dolore nella potenza della Croce, il suo amore misericordioso ti porta dovunque, l’amore attinto dal cuore Divino, diffonde dovunque il suo prezioso Sangue, che lenisce, salva, redime.

Cristiana Dobner
Carmelitana scalza nel monastero di S. Maria del Monte Carmelo
Concenedo di Barzio (Lecco)

 

Il libro si apre con questa dedica: “Chi fosse veramente, come abbia vissuto e sia morta, rimarrà per sempre il suo segreto”. Ricordo di mia zia Edith Stein.

L’incontro tra Dio e la sua Serva rimarrà per sempre e solo la loro storia: in vita “scoprì l’ombra di Dio che avviene luce in cammino e la sua anima si dilatò come si apre un ventaglio e la ospitò”. Adesso mi piace saperla nascosta in Dio.

La Serva di Dio voleva si cantasse il Te Deum il giorno della sua morte:”Vincitore della morte, hai aperto ai credenti il regno dei cieli… Accoglici nella tua gloria nell’assemblea dei santi”. Capisco perché lo desiderasse!

Teresa