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Novena di Natale 2018

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Perle in giro (e trentasei)

perleBATTESIMO E NON SOLO
Talvolta si pensa che le conferenze, la formazione etica, la diffusione di certi valori bastino a fare i cristiani. Ma la frustrazione che ne deriva dovrebbe aver convinto da tempo che la questione è vivere la vita ricevuta al battesimo. Non si può, sulla vita vecchia, costruire la vita nuova. Perciò una dimensione fondamentale della vita cristiana è il sacramento della riconciliazione, che gli antichi chiamano anche “sorella del battesimo”, con il quale vengono guariti i tradimenti al dono ricevuto e siamo rigenerati alla vita.

Questo libro è un approccio originale alla riconciliazione, non perché l’autore presenti una visione sua, ma perché – scavando nella tradizione di tutte le Chiesa cristiane -, struttura il tema in un modo oggi non usuale. Da decenni, infatti, la riflessione (e la pratica corrispondente) sulla riconciliazione si è concentrata esclusivamente su alcuni aspetti a scapito di una visione d’insieme.

Dalla memoria della sapienza penitenziale della tradizione cristiana d’Oriente e d’Occidente e nell’attenzione alle esigenze spirituali dell’uomo moderno, emergono alcune indicazioni su come il cuore diventa penitente e guarisce dalle ferite del peccato, e su come oggi si possono celebrare, con stile rinnovato, la confessione personale e la riconciliazione comunitaria.

Una questione difficile, una sorta di duro scoglio per la teologia, la pastorale, la formazione è quella della trasmissione della fede. Gli ultimi decenni continuano a raccogliere l’insuccesso di tanti approcci, tentativi e metodi. Il punto è che trasmettere la fede significa trasmettere la comunione con Dio e la partecipazione alla sua vita, insieme alla capacità di plasmare e formare la mentalità e l’agire, cioè la cultura. Ma le idee, l’insegnamento e le varie metodologie applicate non riescono a trasmettere la vita. Non è nella loro natura far passare la vita e l’amore. Per vivere, ci vuole qualcuno che ti generi. La vita che riesce a superare la tomba è donata nella Chiesa, grembo che ci genera nel battesimo.

rupnik8Ma, se il battesimo viene sepolto, ci ritroviamo di nuovo rinchiusi in una vita psico-somatica, che per mezzo di uno sforzo intellettuale e morale sempre destinato a fallire vorrebbe sfondare nello Spirito. Lo dice apertamente Cristo stesso a Nicodemo: nessuno è salito al cielo, nessun uomo si è fatto Dio, ma Dio si è fatto uomo. Bisogna cioè rinascere dall’alto. Questo, per chi ha smarrito il tesoro ricevuto nel battesimo, avviene nella riconciliazione. Nella riconciliazione si attua un vero e proprio miracolo della misericordia di Dio, che non consiste semplicemente nel fatto che siamo riammessi alla presenza del Signore, pienamente in lui e attivamente parte del suo Corpo che è la Chiesa. Il miracolo più grande consiste nel trovarci partecipi di quell’amore di Dio che, unico, è capace di convertire il male in bene.

Ci sono stati anni nel nostro passato nei quali il peccato è stato forse ossessivamente sottolineato in un modo legalista e moralista. Ma dopo, per una sorta di reazione a pendolo, sono seguiti anni di grandi spensieratezza nei quali si era convinti che è possibile gestire il male con la psicologia, la sociologia, l’economia, e persino con la politica. E il peccato è quasi del tutto sparito dall’orizzonte della vita cristiana. Oggi sperimentiamo sempre più che la vita non ce la possiamo dare da soli e che i rapporti spezzati, falsi, ingiusti e violenti non si aggiustano automaticamente. Così, si fa discretamente avanti la convinzione che in questa Europa ci vuole qualcuno che cambi il peccato in luce, che ci unisca a Dio – quello vero, quello non solo pensato e oggetto di dibattiti, ma anche pregato e amato. Don Gianmarco Busca ci dona, in questo tempo così difficile, un libro di raro valore. Si tratta di un piccolo capolavoro, terso e pulito come una perla, tale come lo può offrire solo uno che da anni lavora su questo tema.

Attraverso la sua opera don Busca pian piano svela che tipo di teologo è. Un teologo umile, mite e sereno, perché credente, inserito nella vita e nella liturgia della Chiesa come sacerdote, padre spirituale e confessore. La sua teologia è bella, calda e ricca di sapienza, perché ha fatto propria una metodologia ecclesiale. Nel testo, il lettore incontra tanti Padri, santi, pastori, teologi ….. Sembra di partecipare a una sinassi dello scambio dei doni, delle tradizioni di tempi e terre diverse. Attinge alla memoria della Chiesa di diverse tradizioni e parla a noi oggi. E’ un libro nuovo, fresco, originale, perché trae fuori dal tesoro cose antiche e nuove, composte insieme in un’affascinante opera d’arte, capace di suscitare il desiderio di misericordia, di vita nuova in Cristo, come suo vivo Corpo. Ma anche suscita la voglia di confessare e distribuire la misericordia, come la Chiesa vuole che si continui a fare.

Marko Ivan Rupnik

Don Marco BuscaIL BATTESIMO DIMENTICATO
La modernità ha spostato la domanda di senso dell’universo di Dio alla storia dell’uomo. Il soggetto si è concentrato sulla ricerca della sua identità e ha moltiplicato le analisi dell’io inseguendo ora un approccio scientifico, ora uno psicologico, sociologico o culturale.

La questione dell’identità è fondamentale. Nessuno può vivere senza sapere chi è. Il percorso con cui si percepisce l’identità soggettiva e si diventa “persona” – “il volto rivolto a qualcuno” – comporta l’iniziazione a un ordine simbolico e dunque relazionale: il soggetto è introdotto in uno spazio umano che lo dischiude a un mondo di significati e di valori che rappresentano l’identità sociale del gruppo a cui chiede di appartenere a da cui viene accolto. La Chiesa è lo spazio divino-umano, suscitato dal dono pentecostale dello Spirito, in cui il credente perviene alla sua identità percorrendo l’itinerario dell’iniziazione cristiana che lo introduce nel Corpo di Cristo mediante i tre sacramenti fondamentali della fede: “Il battesimo dona l’essere, il sussistere conforme al Cristo, è il primo dei misteri: prende gli uomini morti e corrotti e li introduce alla vita. Poi l’unzione del myron porta a perfezione l’essere già nato, infondendogli l’energia conveniente a tale vita. Infine la divina eucaristia sostiene e custodisce la vita e la salute ….. Perciò in virtù di questo pane viviamo e in virtù del myron ci muoviamo, dopo aver ricevuto l’essere del lavacro battesimale”.

Si tratta di un unico processo sacramentale, che solitamente i Padri designano con il titolo sintetico di “battesimo”, che comunque prevede delle tappe, in ciascuna delle quali gradualmente si forma l’insieme dell’identità cristiana. Il perno dell’iniziazione è posto al vertice, nell’eucaristia, ma il suo fondamento è il battesimo che inaugura il processo e conferisce all’uomo il suo “essere” in Cristo.

Paolo lo descrive ricorrendo alle metafore del lavaggio (1Cor 6,11), dell’unzione e del marchio (2Cor 1,21-22), del vestito nuovo (Gal 3,27). Questo linguaggio dice che il neofita è purificato con l’abluzione battesimale e consacrato a Cristo, ma non riesce ancora a esprimere la connaturalità che il battesimo crea tra Cristo e l’uomo che viene incorporato a lui. Paolo ricorre, allora, alla formula del “battesimo nel nome di Gesù” (at 2,38 – 8,16 – 1Cor 1,13-15) che indica, alludendo alla terminologia commerciale del tempo, un passaggio di proprietà che avviene nel neobattezzato, il quale appartiene ormai a Cristo nel cui “nome” (che indica la persona e l’opera) è stato immerso. Ancor più incisiva è la terminologia paolina dell’essere battezzati “in Cristo” (Rm 6,3 – 4,8). Come Cristo fu battezzato nel Giordano, cioè fu immerso e avvolto nelle sue acque (Mc 1,9), così il cristiano è immerso e avvolto in Cristo, che diventa per lui un nuovo spazio di vita. Il battesimo segna, dunque, il passaggio del regno del peccato al regno della vita nuova che è Cristo. Per indicare che quest’immersione è un’adesione intima e personale che stringe il cristiano a Cristo, Paolo conia alcuni verbi composti che esprimono una forte identificazione mistica e ontologica: i battezzati sono con-morti, con-sepolti e con-risorti insieme a Cristo (Rm 6,4 – 6,8).

L’immagine più eloquente che Paolo adotta nella sua catechesi battesimale è quella dell’essere “cresciuti insieme”, che l’Apostolo prende dal mondo agricolo: dopo che il ramo è stato innestato nella pianta, i due elementi vitali crescono insieme, intrecciandosi l’un l’altro, a tal punto da formare un unico organismo. Così è del battezzato: dopo il suo innesto in Cristo, si è come “connaturato” al suo nuovo principio di vita, che diventa anche il dinamismo propulsore della sua crescita, dinamismo della Pasqua che segue una ritmica di morte e resurrezione.

Il battezzato è connaturato alla somiglianza della morte di Cristo : crescere insieme a Cristo vuol dire condividere una morte conforme alla sua. Chiaramente quella di Gesù non fu una morte dovuta al peccato, ma un atto di totale donazione che Gesù ha offerto al Padre nella sua condizione di Figlio vivente in una carne umana. Questa condizione filiale di Gesù è esattamente il contrario di ciò che è il peccato e, nel battesimo, passa da lui a noi e la possiamo assimilare come nostra morte al peccato, come nostra vittoria nei suoi confronti, come possibilità di disobbedire alla sua logica e alle sue proposte, in quanto non più soggiogati dal suo dominio, ma liberi di creare una vita diversa, a immagine di quella di Gesù, nella potenza del suo Spirito.

E’ evidente che nel battesimo ci associamo alla morte di Gesù non in senso fisico ma sacramentale, Il nostro “morire uniti a Cristo” avviene interamente nel tempo e sta ormai alle nostre spalle, sigillato nel momento in cui fummo battezzati. Dinanzi a noi si trova la nostra risurrezione finale in Cristo, di cui abbiamo già ricevuto il pegno nel battesimo con quel rinnovamento della vita che è già in atto.

La vita battesimale si gioca tra questi due tempi: la morte in noi dell’uomo vecchio in forza della morte fisica di Gesù e il rinnovamento della nostra vita che prende la sua forza dalla risurrezione di Cristo e ci condurrà fino alla nostra risurrezione nella carne.

I Padri chiamavano il battesimo “piccola resurrezione”. Venire conformati al Corpo glorioso e celeste di Cristo è frutto più maturo del battesimo che è riservato alla mietitura della vita eterna, ma già ora il cristiano ha la caparra del regno, è un essere in via di resurrezione. La sua più vera identità è quella di un “vivente per Dio in Cristo Gesù”. Rispetto al peccato che riguarda il suo passato, lui è un “vivo tornato dai morti”, ha deposto l’uomo vecchio e ha rivestito il nuovo.  Da qui l’insistenza sul tema della novità di vita, che è il fermento posto dal battesimo dentro l’esperienza umana: il cristiano è una creatura nuova, possiede un nome nuovo, vive una capacità di relazioni e comportamenti nuovi. Il battesimo è la grazia di essere figli nel Figlio è la partecipazione alla vita di Gesù nella forma dell’adozione filiale.

[La nostra identità] giunge a noi mediante la fede e il sacramento del battesimo, che è realmente morte e risurrezione, rinascita, trasformazione in una vita nuova. E’ ciò che rileva san Paolo nella Lettera ai Galati: “Non sono più io che vivo, ma Cristo vive in me” (2,20). E’ stata cambiata così la mia identità essenziale, tramite il battesimo, e io continuo ad esistere soltanto in questo cambiamento. Il mio proprio io mi viene tolto e viene inserito in un nuovo soggetto più grande, nel quale il mio c’è di nuovo, ma trasformato, purificato, “aperto” mediante l’inserimento nell’Altro, nel quale acquista il suo nuovo spazio di esistenza. Diventiamo così “uno in Cristo” (Gal 3,28), un unico soggetto nuovo, e il nostro io viene liberato dal suo isolamento. “Io, ma non più io”: è questa la formula dell’esistenza cristiana fondata nel battesimo, la formula della risurrezione dentro al tempo, la formula della “novità” cristiana chiamata a trasformare il mondo. La nostra vocazione e il nostro compito di cristiani consistono nel cooperare perché giunga a compimento effettivo, nella realtà quotidiana della nostra vita, ciò che lo Spirito Santo ha intrapreso in noi col battesimo: siamo chiamati infatti a divenire donne e uomini nuovi (Benedetto XVI).

Essere battezzati “nel Nome del Padre” significa che gli uomini sono “destinati a essere figli, a entrare con Dio nel rapporto del Figlio e a essere perciò collocati nell’unità dello Spirito con il Padre. L’essere battezzato sarebbe allora la vocazione a partecipare al rapporto di Gesù con Dio. Di qui si potrebbe già intuire perché il battesimo può esistere solamente al passivo, come essere battezzato; per il fatto che nessuno è capace di rendersi figlio da sé. Si deve divenire figli. Prima del fare sta il ricevere. “ (J. Ratzinger)

Don Marco BuscaLA RICONCILIAZIONE:
UN SECONDO BATTESIMO
Con la decisione di creare l’uomo come essere libero, Dio si è reso vulnerabile e si è posto al rischio che la sua creatura rifiuti l’offerta dell’amore divino e possa pervertire l’ordine voluto dal Creatore. Nel suo consiglio eterno, la Trinità ha però stabilito che nella decisione originaria di creare l’uomo fosse insita anche quella di ricrearlo, qualora fosse caduto nel male. Dio prevede la possibilità del peccato e introduce nella creazione il rimedio redentore ancor prima della caduta, predispone la medicina prima della ferita. Siccome la salute del Figlio è la salute dell’uomo, l’antidoto al peccato non può che essere il sangue vivificante di Gesù: egli è “Farmaco di Vita”.

Nella sua fedeltà, Dio custodisce l’identità filiale della sua creatura e, dopo che si è perduta nel male, la restituisce a se stessa: “L’artefice dell’immagine è il Figlio di Dio. Artefice di tale valore che la sua immagine può, sì, essere oscurata dalla negligenza, ma non distrutta dal male. L’immagine di Dio rimane sempre in voi”. Ricreare non significa fare dal nulla una nuova creatura, bensì riparare ininterrottamente la stessa creatura: “E’ necessario che il vasaio sia sempre accanto alla sua creatura e più e più volte ne ripari la forma confusa; così noi dobbiamo trar profitto continuamente dalla mano del medico, che risani la materia che si sgretola e raddrizzi la volontà che si piega”. (Nicola Cabasilas – La vita in Cristo)

“Coloro che sono già stati battezzati, con la penitenza possono essere meglio guariti, non rinnovati, perché la rinnovazione è nel battesimo. Dove dunque opera la penitenza, lo fa perché c’è il fondamento. Se resta il fondamento, si può restaurare l’edificio; se qualcuno volesse reiterare il fondamento, è necessario che sovverta l’edificio”. (Agostino)

Il peccato grave esercita il suo potere distruttivo sulla grazia del battesimo, ma non in modo totale e irreparabile. La relazione battesimale è radicalmente compromessa dall’iniquità, il binomio battesimale io-Cristo si sfalda, ma il responsabile di questa interruzione è l’uomo. L’altro membro del binomio resta fedele alla relazione; da parte di Dio, la volontà di rimanere in comunione con il figlio che ha adottato rimane inviolata e senza pentimento. I doni di Dio, infatti, sono irrevocabili e Dio non toglie il potere che ha concesso nel battesimo: “Ci sono in noi due potenze relative alla pietà verso Dio: la potenza di ricevere l’occhio mediante i misteri [sacramenti] e quella di usarlo per guardare verso il raggio divino.

L’identità cristiana non è mai perduta, anche quando diventa un’identità tradita. Il perdono che Dio continua a elargire al cristiano non agisce sul vuoto, ma sulla struttura fondamentale dell’ipostasi che gli è stata data dal battesimo e che fa da base stabile su cui si costruisce la sua vita spirituale coi suoi slanci e le sue cadute.  Proprio per questo il battesimo non può essere ripetuto e la riconciliazione non rappresenta un suo doppione. Piuttosto “la penitenza ravviva il battesimo; è una rinnovata alleanza vitale con Dio” (Climaco – La scala del paradiso).

“Non c’è nessuna specie di peccato tanto grande, alla quale Gesù non sia superiore, lui che è il Verbo e la sapienza di Dio. Su tutto egli trionfa, su tutto egli vince […] di fronte a qualsiasi tipo di peccato, la Chiesa non perde le sue viscere di madre pietosa”.

L’unico peccato “imperdonabile” è la bestemmia contro lo Spirito Santo, che rappresenta un limite al perdono non imposto oggettivamente da Cristo, ma dalla situazione soggettiva del peccatore, che si ostina a perseverare in uno stato di cose che lo condurrà irrimediabilmente alla perdizione. Colui che resiste agli impulsi dello Spirito Santo, che con molteplici tentativi lo attira alla conversione, si estranea all’opera di Cristo e rinuncia ad accogliere l’unica via che lo può condurre alla salvezza.

“L’impenitenza è la bestemmia contro lo Spirito che non sarà perdonata né in questa vita né in quella futura …. Perché il pentimento ottiene in questa vita il perdono che avrà valore nella vita futura. Ma questa coscienza refrattaria al pentimento non può essere giudicata finché uno vive in questa carne. Non si deve infatti disperare di nessuno finché la pazienza di Dio spinge alla penitenza” (Agostino).

Marc0 Busca

“L’arte liturgica non è un’arte orgoglio che si innalza sopra le altre, ma è un’arte che testimonia la misericordia di Dio. Quest’arte esprime nelle forme artistiche l’oggettività del Credo della Chiesa. E lo esprime come bellezza, come una specie di identità della Chiesa stessa. Quest’arte è considerata parte integrante della liturgia. Fa talmente parte della liturgia che, anche quando la liturgia non è in atto, l’arte continua a rivelare e rendere presente in quello spazio lo stesso Mistero che si è celebrato nella liturgia …. è lo spazio dell’umanità trasfigurata in Cristo.

Davanti all’arte sacra io mi inchino, mi inginocchio, mi segno con la croce, mi metto la mano sul petto e dico: “Santo, santo, santo sei tu, Signore”. La verifica più seria se l’arte presente in uno spazio ecclesiale è adatta a quel luogo è quella se lì la comunità cristiana prega, se davanti a essa le persone percepiscono il mistero, la presenza di Cristo come Signore e Redentore  …. Quest’arte, infatti, evoca una presenza, rivela una Persona, la indica.

Prima di entrare in chiesa, l’arte dovrebbe vivere un passaggio, una purificazione, una trasfigurazione. Ma come si entra in Chiesa ? Attraverso il battesimo.Allora anche l’arte deve essere battezzata: ed essere battezzati significa morire per resuscitare ad una vita nuova. Tutti noi entriamo in chiesa attraverso la morte, come vivi tornati dai morti.

Non si entra nella Chiesa con un biglietto d’ingresso, né di diritto, ma in punta dei piedi, umilmente”.                                                     p. Marko Ivan Rupnik

 

E noi come entriamo in Chiesa ?!
Rivivere il proprio battesimo, trovarsi davanti al volto di Dio vuol dire “entrare” nel nuovo battistero altrimenti sarà solo ……….arte, bellissima ma, solo arte !!

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