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Iniziamo... insieme!

Anno oratoriano 2018-2019 - Festa della Comunità dal 27 al 30 settembre 2018

Programma

Proiezione film: Maria Maddalena

Giovedì 27 settembre 2018 ore 21.00 - Oratorio di Casciago

Locandina

PERCORSO FIDANZATI 2018 - 2019

PRIMO INCONTRO SABATO 13 ottobre ore 21.00 Parrocchia di Casciago

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Perle in giro (trentasette)

perleGERUSALEMME CITTA SANTA
Percepire con forza, a un certo momento della propria esistenza, l’istanza di dirigersi a Gerusalemme, scegliendola come città per la propria vita e desiderandola come terra per la propria sepoltura, non è un’esperienza comune. Non lo è certo per chi non è ebreo. In un cristiano è un fatto decisamente inconsueto. Quando però questa esperienza ha l’intensità che trapela dalle parole con le quali Carlo Maria Martini ne discorre, allora essa ha il potere di suscitare profonde risonanze in persone, le più diverse, al di là dei confini confessionali tra laici, religiosi, cristiani e non.

Sembra quasi che si stiano inverando le parole del salmo biblico che fa di Gerusalemme la patria di tutti i popoli: “E di Sion si dirà: questi e quello sono nati in essa”. Il fatto merita attenzione. Pertanto, al termine del suo episcopato a Milano, mi è sembrato culturalmente e spiritualmente significativo raccogliere in una pubblicazione alcuni degli interventi di Martini che meglio offrono le coordinate del suo itinerario verso Gerusalemme.

BottoniLa Gerusalemme a cui con determinazione Martini dirige i suoi passi è quella terrena e contemporanea, carica di mistero e contraddizioni, sempre più contesa e sanguinante, segnata da passioni contrapposte e lacerata da conflitti violenti. Non è semplicemente la città dei cosiddetti luoghi santi, meta di viaggi devoti. Ancor meno una capitale strategica del Medio Oriente, oggetto di interessi culturali o diplomatici. Non è neppure da confondere con la nuova Gerusalemme che scende dall’alto, di cui parla l’Apocalisse: da essa, nella visione cristiana della fede, non è certo separata, ma tanto meno sostituita. Ricca di storia e di profezia, di simboli religiosi e di culti è, invece, città santa per le tre religioni monoteistiche. E’ comunque città non di mura o di pietre monumentali, ma di persone viventi, di popoli, di comunità religiose e di famiglie duramente provate da sofferenze e ferite nella speranza. E’ verso questa Gerusalemme e la sua complessa e tragica realtà che un cardinale, quasi spogliandosi delle sue insegne ecclesiastiche, ha inteso mettersi in cammino.

Verso: la preposizione è d’obbligo. Innanzitutto perché l’itinerario interiore verso questa città caratterizza un ampio arco di anni della vita di Martini, quasi in un “crescendo” che è giunto a informare il suo stesso ministero episcopale. C’è poi un altro motivo. Al termine del suo servizio pastorale a Milano, egli si reca a Gerusalemme solo per dedicarsi, nel silenzio, alla preghiera e al proseguimento degli studi biblici di critica testuale, che dovette interrompere quando fu nominato vescovo. Vi si reca non con una presenza stabile, ma assumendo la condizione del pellegrino: non certo quella del pio turista, ma quella precaria e itinerante del pellegrinare verso Gerusalemme, secondo l’antica e genuina accezione che questo termine ha nella tradizione ebraica e cristiana.

Il vescovo precede la comunità che è chiamato a guidare. La precede con la parola di Dio, che è lampada per i suoi passi. Ma la precede anche laddove essa non sa o non può ancora giungere. In questo senso, scegliendo di andare verso quella che egli definiva “la città dell’offerta”, Martini non abbandona, ma porta a pieno compimento il suo ministero pastorale a servizio della chiesa di Dio. Va avanti solo, ma sa di non essere solo. Va a Gerusalemme “avvinto dallo Spirito”, come diceva l’apostolo Paolo, dei cui sentimenti Martini avverte di essere partecipe. Vi si dirige anch’egli senza sapere ciò che gli accadrà. “Chi va a Gerusalemme non fa conto di ciò che può accadere ma vuole compiere la corsa, vuole rendere testimonianza alla grazia di Dio e sa che chi perde la sua vita la troverà …. “

Ciascuno può invenire il senso dell’itinerario di Martini verso Gerusalemme e comprende re che non era possibile trattenerlo dal suo proposito di andarvi. Un tempo avevano tentato di scongiurare Paolo apostolo dal suo analogo proposito i cristiani di Cesarea, perché prevedevano che vi sarebbe stato incatenato e consegnato ai pagani. Ma il libro degli Atti degli Apostoli riferisce che alla fine si rassegnarono di fronte alla determinazione di Paolo: “Io sono pronto ad affrontare in Gerusalemme non solo la prigione ma anche la morte per amore del Signore Gesù” (21,11)

Gianfranco Bottoni

Martini1Mi piacerebbe riassumere il mio ministero più che ventennale a Milano con l’augurio: “La vostra gioia sia perfetta”. Un augurio, una parola semplicissima, ma di cui abbiamo paura. Ci sembra che la gioia perfetta non vada bene perché sono sempre tante le cose per cui preoccuparsi, tante le situazioni sbagliate, le guerre, le sofferenze: con tali giuste ragioni noi ci priviamo della gioia perfetta. Ma gioia perfetta non vuol dire non condividere il dolore per l’ingiustizia, per la fame nel mondo; è una gioia più profonda, dalla quale ci dispensiamo troppo facilmente pensando che non sia per noi, che stoni di fronte al coro di lamentele proprio della nostra società occidentale.

In realtà la gioia deve essere perfetta e vi auguro di scoprirla come gioia che non disdegna di piegarsi sulle sofferenze proprie e altrui, perché ne abbiamo scoperto il segreto, quello di aver toccato il Verbo della vita che risana ogni esperienza di sofferenza, di malattia, di povertà, di ingiustizia, di morte.

Nel libro degli Atti degli Apostoli c’è una pagina molto commovente con la quale si conclude il racconto delle vicende di Paolo in Asia. E’ una pagina di commiato, di addio, di raccomandazioni ultime. Duemila anni dopo noi sentiamo vivamente presente la forza delle parole di Paolo. E’ un discorso lungo che non abbiamo tempo di analizzare a fondo.

Contiene alcuni richiami al passato: “Voi sapete come mi sono comportato con voi fin dal primo giorno in cui arrivai in Asia e per tutto questo tempo …”. E Paolo, con buona coscienza, può affermare di aver servito il Signore con tutta umiltà, di non essersi mai sottratto a quanto poteva essere utile.

Ciascuno di noi sente questa parola come un invito a un esame di coscienza. Personalmente non posso ripetere ciò che diceva l’apostolo con tanta sicurezza, riconosco piuttosto la mia fragilità, e inadeguatezza. Proprio per questo confido nel Signore misericordioso a cui Paolo si è affidato, perché mediante il suo sangue ci ha redenti e salvati da ogni inadeguatezza e fragilità. Con Paolo dunque ripensiamo e ripenso ai miei ventidue anni di servizio episcopale con senso di umiltà, di fiducia in Dio e di gratitudine a Lui e a voi.

Dopo lo sguardo sul passato, Paolo parla del presente e io sento le sue parole estremamente vere per me: “E ora, avvinto dallo Spirito, io vado a Gerusalemme, senza sapere ciò che là mi accadrà”.

Martini1Tante volte mi è stato chiesto negli ultimi mesi: perché vuole andare a Gerusalemme, una volta terminato il suo ministero a Milano? E ho risposto: non lo so. Vado “avvinto dallo Spirito”, come diceva Paolo, mosso interiormente dallo Spirito del Signore: mi pare quindi di partecipare molto fortemente ai suoi sentimenti e di viverli nel cuore. E vado senza sapere ciò che là mi accadrà. Nessuno sa che cosa può accadere a Gerusalemme, dove avvengono tante cose dolorose e strazianti. Paolo parla di tribolazioni, di catene, ma c’è di peggio nella Gerusalemme di oggi, luogo di drammi, di sangue, di orrore.

Come dice ancora Paolo: “Non ritengo tuttavia la mia vita meritevole di nulla purché conduca a termine la mia corsa e il servizio che mi fu affidato dal Signore Gesù di rendere testimonianza al messaggio della grazia di Dio”. Chi và a Gerusalemme non fa conto di ciò che può accadere ma vuole compiere la corsa, vuole rendere testimonianza alla grazia di Dio e sa che chi perde la sua vita la troverà: si affida quindi alle parole di Gesù nel Vangelo.

Paolo, dopo avere detto di sé, del suo viaggio imminente a Gerusalemme, accenna al futuro in termini di sofferenza: “So che non vedrete più il mio volto, voi tra i quali sono passato annunziando il Regno di Dio”. Percepiamo tutta la nostalgia, la sofferenza e la lacerazione espresse da queste parole a cui si aggiunge una nuova dichiarazione di innocenza e di lealtà. Parole che sentiamo nostre perché il Signore ce le fa vivere e penetrare nella fede: nella fede siamo uniti e lo saremo sempre.

Vorrei inoltre rivolgere le esortazioni dell’apostolo anzitutto ai sacerdoti: “Vegliate su voi stessi e su tutto il gregge in mezzo al quale lo Spirito Santo vi ha posti a pascere la Chiesa di Dio come vescovi”, come pastori, come coloro che devono guardare dall’alto e guidare le situazioni di Chiesa. Vigilate e vegliate. Poi Paolo fa un’ultima preghiera, forse la parte più importante del brano: “Vi affido al Signore e alla Parola della sua grazia che ha il potere di edificare e di concedere l’eredità con tutti i santificati”. “Affido a voi quella Parola di Dio che mi è stata tanto cara, custodi tela, ripetetela, insegnatela ai vostri figli, fatela risuonare nelle vostre assemblee”. In realtà dice molto di più: non “affido a voi la Parola”, ma “affido voi alla Parola”. Perché la Parola è potente, ci ha creati, ci chiama, ci forma, ci plasma, ci guida ogni giorno. Dunque vi affido al Signore, alla Parola della sua grazia, al suo potere.

Carlo Maria Martini

martiniRievocherò alcune tappe personali e insieme cruciali della mia esperienza, nel desiderio di invitare ciascuno a leggere la storia del proprio cammino verso Gerusalemme e verso la coscienza di una radice. Vorrei iniziare citando il Salmo 87 dei figli di Core:
Le sue fondamenta sono sui monti santi; il Signore ama le porte di Sion
più di tutte le dimore di Giacobbe. Di te si dicono cose stupende, città di Dio.

Nasce qui la coscienza del primato di Gerusalemme, della sua natura “fontale”, del suo essere meta di un cammino.
Ricorderò Raab e Babilonia fra quelli che mi conoscono;
ecco, Palestina, Tiro ed Etiopia: tutti là sono nati.

 Ma come avviene l’esperienza di “essere nati là”? Continua il salmo:
Si dirà di Sion: “L’uno e l’altro è nato in essa e l’Altissimo la tiene salda”.
Il Signore scriverà nel libro dei popoli: “Là costui è nato”.
E danzando canteranno: “Sono in te tutte le mie sorgenti”.

Per ben tre volte è sottolineata la coscienza di essere nati là. Ma come emerge tale coscienza e attraverso quali eventi o incontri?
Ricordo come se fosse ieri il mio primo incontro con Gerusalemme nel 1959. Il territorio era in stato di armistizio, in attesa del trattato di pace, ma i soldati tenevano i fucili puntati da una parte e dall’altra, in mezzo la no man’s land, la zona nella quale nessuno poteva entrare senza pericolo. Con altri facevo il primo viaggio di studi in Medio Oriente alla scoperta degli scavi, degli strati antichi, dunque con occhi di archeologo, con sguardo un po’ profano. Forse grazie a questo contesto abbastanza curioso, potrei dire scientifico, due profonde esperienze spirituali mi hanno colpito.

Arrivando a Gerusalemme da Amman la sera del 12 luglio, mi resi conto che il giorno dopo ricorreva il settimo anniversario della mia prima messa e, nonostante l’ora tarda, riuscii a ottenere di poter celebrare, la mattina seguente, l’eucaristia al Santo Sepolcro.

Mi alzai verso le 3.30 e mi avviai camminando lungo i vicoli deserti della città per raggiungere la basilica. Di quella messa ricordo soltanto che ebbi una sensazione fortissima di “vita”, di ciò che significa “vita”: pregando e celebrando da solo sulla pietra del Sepolcro, con pochissime persone che assistevano di fuori, mi pareva di cogliere in una maniera straordinariamente lucida che la vita è il tema nodale di tutte le religioni, è l’anello dell’umanità, che in quel luogo si concentrava ogni speranza, ogni certezza, tutta la fiducia di vita. E’ difficile descrivere l’esperienza che ho vissuto, l’intuizione che ho avuto di una vita che non finisce mai, che scoppia, deborda, abbraccia l’universo; la sensazione che tutte le religioni si giocano sul tema della vita per sempre, della risurrezione, e che quindi, a partire da qui, tutto doveva essere compreso e giudicato.

IL CARDINALE CARLO MARIA MARTINIUn secondo momento di crescita della coscienza delle radici l’ho vissuto parecchi anni dopo. Ero allora rettore del Pontificio istituto biblico a Roma e visitavo regolarmente la sede di Gerusalemme, una casa che si trova presso la porta di Giaffa, in un posto molto bello: dal suo terrazzo lo sguardo può spaziare direttamente sulle mura della città. Arrivai in aereo da Roma di sera tardi, mi recai sul terrazzo della casa e mi misi a contemplare il cielo stellato guardando verso le mura. A un tratto ebbi quasi con prepotenza questa percezione: io sono nato, qui a Gerusalemme.

Può sembrare qualcosa di irrazionale, una percezione che l’unica ragione logica nel cuore: però sperimentavo che le parole del salmista – “Là costui è nato”  – si verificavano, non sapevo come né perché. Mi pareva di essere davvero nato lì, di essere sempre vissuto a contatto con quelle pietre. Alle radici esistenziali si aggiungevano quindi le radici storiche: essere parte di queste pietre, di questa storia, di questa realtà che si tocca con le mani.

Io penso che ogni cristiano compia, in qualche modo, tale cammino attraverso letture, simboli, conoscenza di persone. L’importante è che ciascuno stia attento a come ciò avviene nel suo intimo, a propiziarlo, unificarlo, scandagliarlo per trovare poi una figura di riferimento.

 Carlo Maria Martini

“Se qualcuno vuol venire dietro a me rinneghi se stesso, prenda la sua croce e mi segua”.
Gesù si esprime in modo molto forte: lo sconcerto che le sue parole provocano in noi non può essere superato se non cogliamo che egli ci domanda di amarlo, di innamorarci di lui, non in primo luogo di rinunciare ai nostri desideri, di compiere delle azioni eroiche.

Se ci innamoriamo di Gesù, della sua unicità, che è l’unicità di Dio Padre, a poco a poco la nostra vita cambia, viene purificata, siamo spinti ad andare oltre, a trascenderci e dunque, in questo senso, a rinunciare a noi stessi. Sbilanciandoci verso Dio, siamo da lui afferrati e perciò perdiamo noi stessi, perdiamo il desiderio di fidarci di noi, di realizzarci.

L’innamoramento non è razionale, nasce dalla grazia di Dio e dalla contemplazione di quanto Cristo ha fatto per noi.
AmarLo vuol dire rispettarlo e metterlo al centro della nostra vita, vuol dire entrare in Chiesa in punta dei piedi, vuol dire raccogliersi nel silenzio per poter sentire solo la Sua voce, vuol dire avere lo sguardo fisso solo sulla croce, vuol dire bontà e umiltà sincera.

Amare Dio vuol dire rispettare tutti i suoi figli che, varcando la soglia della chiesa, sono alla ricerca di un intimo dialogo con lui.
Una comunità che ama veramente Dio, mette Lui e solo Lui al centro … nel rispetto!!! 

“Gesù non si confidava con loro, perché conosceva tutti e non aveva bisogno che qualcuno gli desse testimonianza su un altro, egli infatti sapeva quello che c’è in ogni uomo”.

Teresaversogerusalemme