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La lettera del Vescovo:

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Perle in giro (e trentanove)

perleLA VITA COMUNE POSSIBILE
Al centro di questa testimonianza di Dietrich Bonhoffer sulla vita comune, stesa di getto nel 1938, sta una esperienza concreta. Oltre ad esservi descritta, tale esperienza viene pure motivata e viene fondata teologicamente come autentica prassi spirituale cristiana. Il vivere in comunità non mira a estinguere l’io del singolo nella collettività, bensì a rendere ciascun soggetto una persona libera. Forte e adulta nell’assunzione delle responsabilità che la fede cristiana implica, sia per sé che per gli altri.Paradossalmente, dobbiamo ringraziare la Gestapo se Bonhoffer ha scritto Vita comune. Infatti la polizia segreta, alla fine di settembre del 1937, aveva chiuso, insieme ad altri istituti della chiesa confessante, anche il “seminario per predicatori” e la fraternità di Finkenwalde, diretti da Dietrich Bonhoffer, nel cui ambito un gruppo di pastori alle prime armi aveva cercato di praticare una “vita comune”. In questo modo aveva indotto Bonhoffer a mettere per iscritto le sue idee circa la vita di una comunità cristiana.

MüllerNella premessa Bonhoffer lo dice sinteticamente: la preoccupazione di dar forma ad una vita di comunità la cui norma sia la Parola risponde non a “qualcosa che stia a cuore a piccoli gruppi privati, ma [è] un compito assegnato alla chiesa”; un esperimento concreto sarebbe dovuto servire a suscitare la “disponibilità della chiesa a farsene carico”, per il fatto che il compito in questione richiede “la vigile collaborazione di tutti coloro che sono consapevoli della propria responsabilità”. Anche altri si erano resi conto del problema.

E’ importante notare l’epoca e le circostanze in cui fu composto e pubblicato Vita comune. “Bonhoffer scrisse di getto le circa cento pagine e precisamente nel settembre/ottobre 1938, durante quattro eccezionali settimane di vacanza trascorse a Gottinga, nella casa della sorella gemella, Sabine Leibholz, che pochi giorni prima aveva dovuto lasciare la Germania. Io cercavo di concentrarmi nella lettura, mentre lui sedeva alla scrivania del cognato e scriveva senza interruzione. C’erano piacevoli intervalli: tutti i giorni un’ora di tennis, talvolta una gita. Ma c’erano anche pause d’altro genere: l’ascolto quotidiano delle notizie alla radio inglese sull’inasprirsi della crisi dei Sudeti, le telefonate quotidiane a Berlino, con la famiglia e la fraternità, in cui si parlava delle incombenti chiamate alle armi e della chiesa confessante, di cui si temeva la soppressione ….Per la chiesa confessante nel suo insieme l’estate aveva segnato il punto più critico di debolezza e di esaurimento, dal momento che la maggior parte dei pastori aveva finito per prestare giuramento a Hitler: questo fu il dono di compleanno offerto al Fuhrer dal governo ufficiale della chiesa, dopo l’annessione dell’Austria. Bonhoffer con gli studenti del seminario si era impegnato al massimo, nelle diverse riunioni dei pastori, per combattere tale decisione, ma invano”.

AlbrechtSchoenherrNello stesso periodo anche la situazione della famiglia si fece pesante. L’8 settembre del 1938 erano fuggiti in Svizzera, e poi da lì in Inghilterra, il cognato, un “non ariano” battezzato – come suonava la terminologia razzistica del tempo – con la moglie Sabine, la sorella gemella di Dietrich; essi infatti dovevano fare i conti con l’inasprimento delle disposizioni sull’espatrio dei cittadini di origine ebraica. “A tutto questo si aggiungevano poi i primi preparativi di un colpo di stato, in cui aveva una parte considerevole il cognato Hans von Dohnanyi”.

In questa situazione tesa sia sul piano politico, che su quello ecclesiale e personale, Bonhoffer lavorava con la massima concentrazione al piccolo scritto Vita comune. Era convinto che la pretesa della chiesa confessante di essere la chiesa di Gesù Cristo in Germania in quel momento sarebbe stata vana, se essa non si fosse realizzata come comunità creata dalla Parola e sottoposta alla norma della Parola, da cui ricevere una vocazione, una forza e una consolazione sempre nuove.

Vita comune va inteso come un contributo in questo senso. Oltre a custodire il motivo della sua origine, questo libro mantiene un significato anche per tutti i tentativi di vita comunitaria cristiana. Con grande capacità di sintesi riesce a mettere insieme una gran quantità di suggestioni bibliche, di riferimenti alla storia della pietà religiosa e di concetti derivati dalla moderna psicologia sociale. Egli evita qualsiasi fantasticheria romantica sul vivere in comunità e proprio per questo restituisce libertà alla prospettiva del dono di sé nella fede di Gesù Cristo, nel servizio ai fratelli. Solo così nasce la comunità nello Spirito di Cristo.

Certamente non si deve dimenticare che dopo il 1945 una lettura di Vita comune isolata dalle altre opere di Bonhoffer ha favorito una interpretazione del libro nel senso di una religiosità esaltata. Esso invece può essere interpretato correttamente solo se viene compreso sullo sfondo di tutto Bonhoffer. La sua teologia non può affatto essere separata dal suo impegno per la chiesa, come non si può contrapporre il Bonhoffer spirituale al Bonhoffer politico.

Gerhard L. Muller e Albrecht Schonherr

dietrich bonhoeffer“Oh quant’è bello e quanto è soave che i fratelli abitino insieme nella concordia!” (Sal 133,1). Nelle pagine seguenti rifletteremo su alcune indicazioni e regole che ci vengono date dalla sacra scrittura per la vita comune nell’ubbedienza alla Parola.

Non è affatto ovvio che al cristiano sia consentito vivere in mezzo ad altri cristiani. Gesù Cristo è vissuto in mezzo a gente a lui ostile. Alla fine fu abbandonato da tutti i discepoli. Sulla croce si ritrovò del tutto solo, circondato da malfattori e da schernitori. La sua venuta aveva lo scopo di portare la pace ai nemici di Dio. Quindi anche il posto del cristiano non è l’isolamento di una vita claustrale, ma lo stare in mezzo ai nemici. Lì si svolge il suo compito e il suo lavoro.

“Io li voglio disperdere fra i popoli, e voglio che essi, nelle remote regioni, si ricordino di me” (Zc 10,9). Secondo la volontà di Dio i cristiani sono un popolo disperso, disseminato in tutte le direzioni, “per tutti i regni della terra” (Dt 28,25). E’ la loro maledizione e la loro promessa. In paesi remoti, fra gli increduli, deve vivere il popolo di Dio, ma così esso diverrà il seme del regno di Dio in tutto il mondo.

“Li chiamerò a raccolta, perché li voglio riscattare”, “e ritorneranno” (Zc 10, 8-9). Quando sarà? E’ già avvenuto in Gesù Cristo, morto “per raccogliere insieme i dispersi figli di Dio”, e risulterà visibile alla fine dei tempi, quando gli angeli di Dio raduneranno gli eletti da tutte le direzioni, da un capo all’altro del cielo. Fino a quel momento il popolo di Dio è destinato a restare disperso, e il suo unico vincolo è Gesù Cristo, la sua unica forma di unità, nella disseminazione in mezzo ai non credenti, è il far memoria di Gesù Cristo nei luoghi più remoti.

Quindi nel tempo fra la morte di Cristo e il giudizio finale si ha solo una specie di anticipazione per grazia delle cose ultime, se è data la possibilità ad alcuni cristiani di vivere già qui in comunione visibile con altri cristiani. E’ grazia di Dio il costituirsi visibile di una comunità in questo mondo intorno alla Parola di Dio e al sacramento. Non tutti i cristiani partecipano di questa grazia. I carcerati, gli ammalati, coloro che sono isolati e privi di ogni legame, i predicatori del vangelo in terra pagana si trovano soli. Sanno che è grazia una comunione visibile. Pregano con il salmista: “Infatti io volevo procedere con la folla, andare con loro fino alla casa di Dio fra voci di giubilo e lodi, in mezzo a una moltitudine in festa”.

dietrich-bonhoefferMa ora sono soli, seme disperso in paesi remoti, secondo la volontà di Dio. Ciò però che è loro negato nell’esperienza sensibile, essi afferrano tanto più appassionatamente nella fede. Così Giovanni, discepolo del Signore, l’autore dell’Apocalisse, nell’esilio e nella solitudine dell’isola di Patmos, celebra con le sue comunità la liturgia celeste “in spirito, nel giorno del Signore”. Vede i sette candelabri, cioè le sue comunità, le sette stelle, cioè gli angeli delle comunità, e al centro, al di sopra di tutto, il Figlio dell’uomo, Gesù Cristo, nella suprema gloria del risorto. Dalla sua parola riceve forza e consolazione. E’ la comunione celeste, a cui partecipa l’esiliato, nel giorno della risurrezione del suo Signore.

La vicinanza fisica di altri cristiani è fonte d’incomparabile gioia e ristoro per il credente. L’apostolo Paolo in carcere ha grande desiderio che venga da lui Timoteo, “suo diletto figlio nella fede”; lo chiama, nei suoi ultimi giorni di vita lo vuol rivedere e avere vicino. Le lacrime che Timoteo aveva versato al momento dell’ultima separazione, non sono state dimenticate da Paolo. Pensando alla comunità di Tessalonica, Paolo prega “giorno e notte, con maggior ardore, perché mi conceda di poter rivedere la vostra faccia”, e il vegliardo Giovanni sa che la sua gioia sarà piena solo quando potrà recarsi di persona dai suoi e parlare a voce con loro, anziché per mezzo di lettere e inchiostro.

Si dimentica facilmente che la comunione dei fratelli cristiani è un dono di grazia del Regno di Dio, un dono che ci può sempre esser tolto, e che forse tra breve ci ritroveremo nella più profonda solitudine. Chi dunque finora ha potuto vivere una vita cristiana comune con altri cristiani, celebri la grazia divina dal profondo del cuore, ringrazi Dio in ginocchio e riconosca: è solo per grazia che oggi ci è ancora consentito vivere nella comunione di fratelli cristiani.

E’ differente la misura nella quale Dio fa il dono della comunione visibile. Al cristiano che si trova isolato basta una breve visita del fratello cristiano, una preghiera comune e la benedizione fraterna per consolarlo; anzi, gli basta una lettera scritta dalla mano d’un cristiano per ricevere forza. Infatti nelle epistole di Paolo i saluti scritti di suo pugno erano uno dei segni di questa comunione. Altri ricevono in dono la comunione domenicale del culto. Altri ancora possono vivere una vita cristiana nella comunità familiare. Alcuni giovani teologi ricevono il dono di una vita comune con i fratelli per un certo tempo prima dell’ordinazione.

La comunione cristiana è tale per mezzo di Gesù Cristo e in Gesù Cristo. Ogni comunione cristiana non è né più né meno di questo. Solo questo è la comunione cristiana, si tratti di un unico, breve incontro, o di una realtà quotidiana perdurante negli anni. Apparteniamo gli uni agli altri solo per e in Gesù Cristo.

Ciò significa che un cristiano ha bisogno dell’altro a causa di Gesù Cristo: che un cristiano si avvicina all’altro solo per mezzo di Gesù Cristo e che fin dall’eternità siamo stati eletti in Gesù Cristo, da lui accolti nel tempo e resi una cosa sola per l’eternità.

Dietrich Bonhoeffer dueDio ha messo la Parola in bocca a uomini, per consentire che essa venga trasmessa fra gli uomini. Se un uomo ne viene colpito, la ridice all’altro. Dio ha voluto che cerchiamo e troviamo la sua Parola viva nella testimonianza del fratello, in bocca a uomini.

Un cristiano si avvicina all’altro solo per mezzo di Gesù Cristo. Fra gli uomini c’è conflitto “Egli è la nostra pace”, dice Paolo: senza Cristo non c’è pace tra Dio e gli uomini, non c’è pace tra uomo e uomo. Cristo si è posto come mediatore e ha fatto pace con Dio e in mezzo agli uomini. Senza Cristo non conosceremmo Dio, non potremmo invocarlo o giungere a lui. E senza Cristo non potremmo neppure conoscere il fratello né accostarci a lui. E’ il nostro stesso io a sbarrarci la strada. Cristo ha aperto la strada che conduce a Dio e al fratello.

La fraternità cristiana non è un ideale, ma una realtà divina; la fraternità cristiana è una realtà pneumatica, non della psiche.

La fraternità cristiana non è un ideale che noi dobbiamo realizzare, ma una realtà creata da Dio in Cristo, a cui ci è dato di poter partecipare. Quanto più chiara diventa la nostra consapevolezza che il fondamento, la forza e la promessa di tutta la nostra comunione consistono solo in Gesù Cristo, tanto più si rasserena il nostro modo di considerare la comunione, di pregare e di sperare per essa.

Dal momento che la comunione cristiana è fondata solo in Gesù Cristo, si tratta di una realtà pneumatica e non della psiche. Questo è l’elemento che la distingue nettamente da tutte le altre forme di comunione. La sacra Scrittura definisce pneumatico, cioè “spirituale”, ciò che è creato solo dallo Spirito santo, il quale fa entrare nel nostro cuore Gesù Cristo Signore e Salvatore. Nella Scrittura si chiama invece psichico, cioè “proprio dell’anima umana”, tutto ciò che viene dai naturali impulsi, dalle risorse e disposizioni dell’anima umana. Il fondamento di ogni realtà pneumatica è la Parola di Dio, chiara e manifesta in Gesù Cristo. “Non ho gioia più grande che sapere come i miei figli camminino nella verità”.

Dietrich Bonhoffer

E’ un libro ricco e vero che sa scuotere l’animo, non si può rimanere indifferenti davanti alle parole di Bonhoffer e, se letto con sincerità di cuore, può portare ad un esame di coscienza e  aiutare una comunità a crescere, a partire da ogni singolo. Viene definito un libro che “continua a dimostrare una incomparabile forza d’attrazione. Lo si può utilizzare nei gruppi. E’ breve e leggibile. E’ vitale più che mai e continua ad incontrare un aperto interesse” (E. Bethge).

Bonhoffer  “evita qualsiasi fantasticheria romantica sul vivere in comunità”, le sue sono parole rivolte ad una comunità nello Spirito di Cristo. Una comunità cristiana vive e si muove intorno alla Parola, al suo centro mette solo ed unicamente il divino: è questo che la differenzia, altrimenti è semplicemente e solamente una “comunità”.

TeresaVitacomune