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Perle in giro (e quarantuno, seconda parte)

perleANCORA LETTERE D’ORO
Il Diario di Etty Hillesum ha commosso i lettori di tutto il mondo, ed è considerato ormai fra le testimonianze più alte delle vittime della persecuzione nazista. La versione integrale delle Lettere, scritte in gran parte dal lager di Westerbork – dove Etty andò di sua spontanea volontà, per portare amore e soccorso agli internati, e per “aiutare Dio” a non morire in loro -, ci permette di udire la sua voce fino all’ultimo, fino alla cartolina gettata dal vagone merci che la conduce ad Auschwitz: “Abbiamo lasciato il campo cantando”. (segue)Westerbork, 29 novembre 1942
Papà Han, Kathe, Hans, sorella Maria, soltanto un saluto. Qui non si riesce a scrivere, non per mancanza di tempo ma per le molte, troppe impressioni da cui si è assaliti. Credo che potrei raccontare per un anno intero di quest’unica settimana. Sono fra coloro che sabato prossimo andranno in licenza. Che privilegio poter ancora ripartire da qui e rivedervi tutti.

Io divido una baracchetta con cinque colleghe, in una stanza di due metri per tre. Letti a due piani che tentennano parecchio sui loro sostegni, sicché quando la notte la grassa viennese del piano di sopra si gira, il letto traballa come una nave nella tempesta. E di notte i topi rosicchiano le provviste e i letti: una situazione piuttosto inquietante. A volte scappo via per pura impotenza.

Etty1Amsterdam, fine dicembre 1942 – A due sorelle dell’Aia
Una sera d’estate ero seduta a mangiare il mio cavolo rosso sul ciglio del campo giallo di lupini, che dalla nostra mensa si estendeva fino alla baracca di disinfestazione, e riflettevo con aria ispirata: “Si dovrebbe scrivere la cronaca di Westerbork”. Un uomo anziano seduto alla mia sinistra – anche lui con il suo cavolo rosso – aveva replicato: “Sì, ma ci vorrebbe un grande poeta”. Quell’uomo ha ragione, ci vorrebbe proprio un grande poeta, le semplici cronache giornalistiche non bastano più.

Tutta l’Europa sta diventando pian piano un unico, grande campo di prigionia. Tutta l’Europa finirà per disporre di simili, amare esperienze. C’è fango, talmente tanto fango che da qualche parte fra le costole si deve proprio possedere un gran sole interiore se non se ne vuol diventare la vittima psicologica (scarpe rotte e piedi bagnati ve li immaginerete da sole). Sebbene gli edifici del campo siano tutti a un piano solo, vi si sente parlare con una molteplicità di accenti, come se la torre di Babele fosse stata innalzata in mezzo a noi.

Il filo spinato è una mera questione di punti di vista. “Noi dietro il filo spinato?” diceva un vecchio signore indistruttibile con un malinconico cenno della mano “sono piuttosto loro a vivere dietro il filo spinato” – e intanto indicava le alte ville, che s’innalzano come guardiani dall’altra parte della recinzione. Se il filo spinato circondasse semplicemente il campo, uno si raccapezzerebbe pure: ma anche nel campo stesso, intorno e fra le baracche, si snodano questi fili del ventesimo secolo e formano una rete labirintica e impenetrabile. Di tanto in tanto s’incontrano persone con graffi sul viso e sulle mani.

Ai quattro angoli estremi del nostro villaggio di legno si ergono torrette di guardia, piattaforme battute dal vento che poggiano ognuna su quattro alti pali. Lassù, un uomo con elmo e fucile si staglia contro i cieli mutevoli. Alla sera si sente talvolta sparare nella brughiera, come quando quel cieco si smarrì in un luogo troppo vicino al filo spinato……

Parlare di Westerbork è già difficile per il suo carattere tanto ambivalente. Da un lato vi si sta formando una comunità stabile – certo, è una convivenza forzata, ma ha tutte le caratteristiche di città umana; dall’altro lato è un campo destinato a un popolo in transito, e ci sono sempre forti sommovimenti quando le folle vi si riversano dalle grandi città e dalla provincia, da case di cura, prigioni e campi di punizione, da tutti gli angoli dell’Olanda, per essere deportate pochi giorni più tardi verso il loro destino sconosciuto.

Immaginerete la ressa su quel mezzo chilometro quadrato. Infatti, non tutti sono come quell’uomo che aveva riempito il suo zaino ed era spontaneamente partito con un convoglio, e alla domanda “Perché?” aveva risposto di voler essere libero di partire quando piaceva a lui. Mi aveva fatto pensare a quel giudice romano che aveva detto a un martire: “Sai che io ho il potere di ucciderti?”, al che il martire aveva risposto: “Ma sai che io ho il potere di essere ucciso?”

Fu uno strano giorno quando arrivarono degli ebrei cattolici – o se si preferisce dei cattolici ebrei -, suore e preti con la stella gialla sui loro abiti religiosi. C’era un monaco ancora piuttosto giovane, che per quindici anni non era uscito dal proprio convento e ora si ritrovava per la prima volta nel “mondo”. Mi ero fermata un poco accanto a lui e avevo seguito il suo sguardo, che vagava tranquillo per la grande baracca dove si accoglievano i nuovi arrivi. Gli uomini – rapati a zero, percossi e sottoposti a maltrattamenti – che quello stesso giorno si erano riversati a Westerbork insieme con i cattolici, incespicavano e si muovevano in modo ancora incerto per il grande locale fatto di assi, e tendevano le mani verso il pane che non bastava.

Un giovane ebreo era rimasto fermo per un momento accanto a noi, la sua giacchetta troppo larga gli ballava addosso, ma sotto la barba rada e nerissima gli era spuntato un ghigno indistruttibile quando aveva detto: “Hanno provato a rompere il muro della prigione con la mia testa, ma la mia testa era più dura di quel muro!”. Fra i molti crani rapati a zero spiccavano in modo singolare i bianchi turbanti delle donne, che erano state sottoposte a trattamento igienico nella baracca di disinfestazione e ora si aggiravano con aria afflitta e umiliata.

C’erano bambini che cadevano addormentati sull’assito polveroso o giocavano ad acchiapparsi in mezzo agli adulti. Due bimbetti gironzolavano smarriti intorno al corpo pesante di una donna, che giace priva di sensi in un angolo: proprio non capiscono perché la loro mamma se ne stia così immobile e non risponda. E, frammischiato a tutto ciò, lo scoppiettio ininterrotto di molte macchine da scrivere – fuoco a mitraglia della burocrazia. Attraverso le tante piccole finestrelle si vedono baracche di legno, filo spinato e arida brughiera. Io fisso il monaco che dopo quindici anni si ritrova nel “mondo” e gli chiedo: “E allora, che cosa gliene pare del mondo?”. Ma il suo sguardo rimane tranquillo e amichevole sopra la tonaca marrone, come se tutto ciò che lo circonda gli fosse noto e familiare già da molto tempo.

Più tardi qualcuno raccontò che quello stesso giorno aveva visto alcuni monaci camminare in fila tra due baracche scure nel crepuscolo, mentre dicevano il rosario con la stessa imperturbabilità con cui avrebbero recitato le preghiere nei corridoi del loro convento. E non è forse vero che si può pregare dappertutto, in una baracca di legno come in un convento di pietra – come pure in ogni luogo di questa terra su cui Dio, in tempi agitati, decide di scaraventare le creature fatte a sua immagine e somiglianza?

Coloro a cui è toccato lo snervante privilegio di poter rimanere a Westerbork “fino a nuovo ordine”, corrono un grave rischio morale: quello di diventare apatici e insensibili. Il dolore umano di cui siamo stati testimoni in questi ultimi sei mesi, e al quale assistiamo ancora ogni giorno, è più di quanto un individuo sia in grado di assorbire in un periodo così limitato. Del resto, lo sentiamo dire quotidianamente intorno a noi, e in tutti i modi immaginabili: “Non vogliamo pensare, non vogliamo sentire, vogliamo dimenticare il più in fretta possibile”. E questo mi sembra molto pericoloso.

Certo, accadono cose che un tempo la nostra ragione non avrebbe creduto possibili. Ma forse possediamo altri organi oltre alla ragione, organi che allora non conoscevamo, e che potrebbero farci capire questa realtà sconcertante. Io credo che per ogni evento l’uomo possieda un organo che gli consente di superarlo. Se noi dai campi di prigionia, ovunque siano nel mondo, salveremo i nostri corpi e basta, sarà troppo poco. Non si tratta infatti di conservare questa vita a ogni costo, ma di come la si conserva. A volte penso che ogni nuova situazione, buona o cattiva, possa arricchire l’uomo di nuove prospettive. E se noi abbandoniamo al loro destino i duri fatti che dobbiamo irrevocabilmente affrontare – se non li ospitiamo nella nostra mente e nel nostro cuore, per farli decantare e divenire fattori di crescita e di comprensione -, allora non siamo una generazione vitale.

Certo, non è così semplice, e forse meno che mai per noi ebrei; ma se non sapremo offrire al mondo impoverito del dopoguerra nient’altro che i nostri corpi salvati a ogni costo – e non un nuovo senso delle cose, attinto dai pozzi più profondi della nostra miseria e disperazione -, allora sarà troppo poco. Dai campi stessi dovranno irraggiarsi nuovi pensieri, nuove conoscenze dovranno portar chiarezza oltre i recinti di filo spinato, e congiungersi con quelle che là fuori ci si deve ora conquistare con altrettanta pena, e in circostanze che diventano quasi altrettanto difficili. E forse allora, sulla base di una comune e onesta ricerca di risposte chiarificatrici su questi avvenimenti inspiegabili, la vita sbandata potrà di nuovo fare un cauto passo avanti. Per questo mi sembra così pericoloso sentir ripetere: “Non vogliamo pensare, non vogliamo sentire, la cosa migliore è diventare insensibili a tutta questa miseria”.

Come se il dolore – in qualunque forma si presenti a noi – non facesse ugualmente parte dell’esistenza umana. Nella storia di Westerbork il capitolo più triste sarà certamente quello dedicato agli anziani. Forse sarà ancora più toccante del capitolo sui maltrattamenti e sulle mutilazioni della gente arrivata da Ellecom, alla cui vista un brivido di orrore percorse l’intero campo. Ahimè, questo frammento di storia dell’umanità è così triste e vergognoso che non si sa come parlarne. Ci si vergogna di esserne stati spettatori senza averlo saputo impedire.

In pochi mesi la popolazione di Westerbork si è gonfiata da 1000 a circa 10.000 unità. La crescita maggiore risale alle terribili “giornate d’ottobre” – quando, in seguito a una grande caccia all’ebreo scatenata nell’intera Olanda, il campo venne travolto da un’inondazione umana che minacciò di sommergerlo. In questo campo di concentramento la mancanza di spazio è senz’altro la principale emergenza. Circa 2500 persone su 10.000 sono alloggiate nelle 215 casette che un tempo sostituivano il nucleo del campo, e che prima delle deportazioni erano tutte abitate da singole famiglie.

Ora su quelle cuccette si vive e si muore, si mangia, si è malati, o si passa la notte insonne perché tanti bambini piangono ininterrottamente – o perché ci si continua a chiedere come mai non arrivino quasi notizie dalle molte migliaia di persone già partite dal campo. Il mio è un resoconto molto parziale. Potrei immaginarne un altro, pieno di odio, amarezza e ribellione. Ma la ribellione che nasce solo quando la miseria comincia a toccarci personalmente non è vera ribellione, e non potrà mai dare buoni frutti.  E assenza di odio non significa di per sè assenza d’un elementare sdegno morale. So che chi odia ha fondati motivi per farlo. Ma perché dovremmo sempre scegliere la strada più facile e a buon mercato? Laggiù ho potuto toccare con mano come ogni atomo di odio che si aggiunge al mondo lo renda ancora più inospitale. E credo anche, forse ingenuamente ma con ostinazione, che questa terra potrebbe ridiventare un po’ più abitabile solo grazie a quell’amore di cui l’ebreo Paolo scrisse agli abitanti di Corinto nel tredicesimo capitolo della sua prima lettera.

Etty8Westerbork, giugno 1943 – A Maria Tuinzing
Molte persone mi dicono: “Non vogliamo ricordare niente della vita di prima, altrimenti non saremmo in grado di vivere qui”. Mentre io posso vivere così bene qui proprio perché ricordo perfettamente ogni cosa di “prima” (per me non è neppure un “prima”) e continuo la mia vita. E malgrado tutto si approda sempre alla stessa conclusione: la vita è pur buona, non sarà colpa di Dio se a volte tutto va così storto, ma la colpa è nostra. Questa è la mia convinzione, anche ora, anche se sarò spedita in Polonia con l’intera famiglia.

Stamattina mentre mi lavavo insieme con una collega, le ho detto dal profondo del cuore pressappoco così: “I domini dell’anima e dello spirito sono tanto vasti e infiniti che un po’ di disagio fisico e di dolore non ha troppa importanza, io non ho la sensazione di essere privata della mia libertà e non c’è nessuno che mi possa fare veramente del male”. Sì, sono in uno strano stato di addolorata contentezza.

Westerbork, luglio 1943 – A Johanna e Klaas Smedik e altri
La miseria che c’è qui è veramente terribile – eppure, la sera tardi, quando il giorno si è inabissato dietro di noi, mi capita spesso di camminare di buon passo lungo il filo spinato, e allora dal mio cuore si innalza sempre una voce – non ci posso far niente, è così, è di una forza elementare -, e questa voce dice: la vita è una cosa splendida e grande, più tardi dovremo costruire un mondo completamente nuovo.  A ogni nuovo crimine o orrore dovremo opporre un frammento di amore e di bontà che bisognerà conquistare in noi stessi. Possiamo soffrire ma non dobbiamo soccombere. E se sopravvivremo indenni a questo tempo, corpo e anima ma soprattutto anima, senza amarezza, senza odio, allora avremo anche il diritto di dire la nostra a guerra finita.

Ho fatto ancora in tempo a imparare la grande lezione di Matteo 6,24 da un indimenticabile amico, per la cui morte continuo a dire grazie ogni giorno: “Non preoccupatevi dunque del domani, perché il domani si preoccuperà di se stesso; a ciascun giorno basta la sua pena”. E’ l’unico atteggiamento con cui si possa affrontare la vita di qui. E così ogni sera, con una certa pace spirituale, io depongo le mie molte preoccupazioni terrene ai piedi di Dio stesso. Sono preoccupazioni spesso banali, le grandi preoccupazioni non sono più affatto tali – sono già diventate un destino a cui si è indissolubilmente legati.

Westerbork, agosto 1943A Maria Tuinzing
In futuro, quando non abiterò più su una branda di ferro in una terra circondata dal filo spinato, voglio avere una lampadina sopra il mio letto, così di notte intorno a me ci sarà una luce ogni volta che lo vorrò. Spesso, nel mio dormiveglia, turbinano pensieri e piccoli racconti, impalpabili e trasparenti come bolle di sapone, vorrei poterli catturare su un foglio di carta bianca. Io non ho mai la sensazione che debbo volgere qualcosa in bene, tutto è sempre e completamente un bene così com’è. Ogni situazione, per quanto miserevole, è qualcosa di assoluto e contiene in sé il bene come il male.

Westerbork, agosto 1943 – A Henry Tideman
Mi hai resa così ricca, mio Dio, lasciamo anche dispensare agli altri a piene mani. La mia vita è diventata un colloquio ininterrotto con te, mio Dio, un unico grande colloquio. A volte, quando me ne sto in un angolino del campo, i miei piedi piantati sulla tua terra, i miei occhi rivolti al tuo cielo, le lacrime mi scorrono sulla faccia, lacrime che sgorgano da una profonda emozione e riconoscenza, in cerca di una via d’uscita. Anche di sera, quando sono coricata nel mio letto e riposo in te, mio Dio, lacrime di riconoscenza mi scorrono sulla faccia e questa è la mia preghiera.

Io non combatto contro di te, mio Dio, tutta la mia vita è un grande colloquio con te. Forse non diventerò mai una grande artista come in fondo vorrei, ma mi sento già fin troppo al sicuro in te, mio Dio. A volte vorrei incidere delle piccole massime e storie appassionate, ma mi ritrovo prontamente con una parola sola: Dio, e questa parola contiene tutto e allora non ho più bisogno di dire quelle altre cose. E la mia forza creativa si traduce in colloqui interiori con te, e le onde del mio cuore sono diventate qui più lunghe, mosse e insieme tranquille, e mi sembra che la mia ricchezza interiore cresca ancora. Accadono proprio dei miracoli in una vita umana, la mia è una catena di miracoli interiori.

Westerbork, martedì 7 settembre 1943 – A Christine van Nooten
Christien, apro a caso la Bibbia e trovo questo: “Il Signore è il mio alto ricetto”. Sono seduta sul mio zaino nel mezzo di un affollato vagone merci. Papà, la mamma e Mischa sono alcuni vagoni più avanti. La partenza è giunta piuttosto inaspettata, malgrado tutto. Un ordine improvviso mandato appositamente per noi dall’Aia. Abbiamo lasciato il campo cantando, papà e mamma molto forti e calmi, e così Mischa. Viaggeremo per tre giorni. Grazie per tutte le vostre buone cure. Arrivederci da noi quattro.

Etty Hillesum

 Etty è partita per quel viaggio che la conduceva alla morte portando con se la Bibbia e il ricordo impresso nel cuore di quell’amico che le cambiò per sempre la vita ……. “ha dissotterrato Dio dentro di me e l’ha riportato alla vita”. Un uomo che le ha “regalato” Dio e quando qualcuno ti fa un dono così grande ti dona Tutto!!

E’ salita su quel treno verso Auschwitz cantando perché “cantava” dentro anche se fuori piangeva. Io credo che abbia regalato quel canto al Signore, è stata una figlia che ha raccolto le lacrime del Padre.

TeresalettereEtty1