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Rosario di Maggio

Recita del S. Rosario - ore 20.45

Terza settimana Morosolo

CHIUSURA MESE DI MAGGIO

CAMMINO serale AL SACRO MONTE con i “giovani” - venerdì 25 maggio

Programma

Festa del Corpus Domini 2018

30 e 31 maggio 2018

Programma

Pellegrinaggio Sotto il Monte e Madonna del Bosco

Presenza delle reliquie di San Giovanni XXIII (Papa Giovanni) nel suo paese natale - 6 giugno 2018

Programma

Calendario annuale

Calendario generale delle proposte dell'anno pastorale 2017-2018

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Perle in giro (e quaratadue)

perleLA NOVITA’ DEL CRISTIANESIMO
La vita si comprende a partire dalla sua mèta
. Dal suo traguardo, si intuisce il percorso da fare. La semina si giudica dalla raccolta, dalla mietitura. La vita dell’uomo, dice l’Apostolo, è come il seme posto nella terra. E’ qualcosa di molto simile alle discussioni sulla creazione: è vero che se ne parla nelle prime pagine della Bibbia, ma è altrettanto vero che si capisce bene di che cosa si tratta solo a partire dai vangeli e dall’Apocalisse, cioè dalla fine.Proprio come la creazione, cogliamo il valore e il senso della nostra esistenza a partire dalla nostra vita nascosta con Cristo in Dio, che comincia con la nostra resurrezione battesimale, grazie alla quale si vive da risorti e si va incontro, da risorti, alla nostra morte. Allo stesso modo, nella santa eucarestia, non ricordiamo il passato di nostro Signore se non in quanto la sua morte, la sua passione e la sua risurrezione costituiscono la nostra redenzione e il nostro passaggio in Lui verso il Padre. Solo partecipando alla vita di Cristo così come ce la comunica la liturgia possiamo vivere in vista di ciò che siamo chiamati a diventare. La nostra risposta a Colui che ci chiama si compie solo nell’aldilà, perché il compimento è la festa della liturgia celeste.

L’arte di vivere è un’arte che si elabora contemplando la fine. Proprio come, per creare un’opera d’arte, si cerca di plasmare la materia secondo quella visione che all’artista è stato dato di contemplare, sull’ultimo orizzonte, con una intuizione straordinaria. Se ti vedi già partecipe della liturgia dell’Agnello sulla piazza d’oro descritta alla fine dell’Apocalisse, in comunione con tutti, allora vivrai e farai le tue scelte in forza di questa reale visione, che la liturgia e la comunità nella fede ci aprono, ci fanno condividere e di cui ci nutrono.

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La Parola di Dio ci rivela Cristo come Agnello trionfante che celebra la sua Pasqua eterna con il Padre. E l’eucarestia è una vera icona dell’eschaton, cioè l’ambito della rivelazione del mistero di Dio. Nell’eucarestia dunque, in un modo reale, palpabile, entriamo in unione con Cristo. Per mezzo dello Spirito Santo, la nostra offerta entra in Cristo così radicalmente da essere abitata da Cristo come suo vero Corpo, suo vero Sangue. Noi pertanto nell’eucarestia, partecipando al pane e al calice, attingiamo nuovamente alla nostra fonte, a ciò che realmente siamo, cioè il Corpo del Signore. In Lui ci affacciamo su quella piazza tutta d’oro con Colui che siede sul trono e l’Agnello, insieme agli apostoli, ai santi, a tutto il Corpo della Chiesa esteso attraverso i tempi, i secoli e ogni luogo.

“Se vuoi sapere che cos’è il Corpo di Cristo, ascolta ciò che dice l’Apostolo ai fedeli : “ voi siete Corpo di Cristo e sue membra”. Dunque, poiché voi siete il Corpo di Cristo e le sue membra, è il vostro stesso mistero che è posto sulla tavola del Signore, è il vostro mistero che voi ricevete. Voi rispondete: Amen all’affermazione di quello che voi siete e la vostra risposta è come la vostra firma”. Agostino

Abbiamo fatto coincidere il credere con l’imparare e diventare cristiani con l’apprendere e capire una dottrina. Eppure, quando Cristo dà agli apostoli il comando di ammaestrare tutte le nazioni, non parla di classi di catechismo, ma di battesimo. Al fondamento della vita cristiana c’è dunque un evento – il battesimo -, per mezzo del quale, trapiantati in Cristo, partecipiamo all’amore e alla vita stessa di Dio. Nessuno è mai salito al cielo, fuorché il Figlio dell’uomo che è disceso dal cielo.  Nessuno è mai diventato Dio. La verità è che non è stato l’uomo a diventare dio, ma Dio che si è fatto uomo.

L’arte della vita e la potenzialità più grande della nostra esistenza è fecondare questa vita con la vita vera, quella senza tramonto. E’ organizzare questa vita qui, quella cioè dei primi giorni, in modo che sia penetrata dal soffio insufflato dal Dio personale sul volto dell’uomo alla fine del sesto giorno, e che fa la differenza dell’uomo dal resto della creazione. La vita dell’uomo secondo il Creatore è quella secondo la quale tutto è vivificato dal soffio di Dio. I Padri dicono che l’uomo è “la giuntura tra il divino e il terrestre” e da lui “si diffonde la grazia su tutta la creazione”. (Gregorio di Nissa)

Le persone che vivono la comunione ecclesiale, e dunque sono incorporate in Cristo, in Lui sono abilitate a vivere qui nella storia secondo la comunione trinitaria. Nel battesimo, l’uomo muore ad una vita segnata dalla morte che tiene tutto sotto il giogo della paura e risuscita alla vita di Cristo. Nell’eucaristia poi “il Signore gli dà in cibo il proprio corpo, lo trasforma interamente e lo muta nella propria sostanza”, nutrendo con il suo corpo e il suo sangue la vita che l’uomo ha ricevuto al battesimo. “Quanto è grande che la mente di Cristo si mescoli alla nostra mente, la volontà alla volontà, il corpo al corpo, e il sangue si fonda col sangue ! … quel che è di Cristo è più nostro di quel che è da noi. E’ propriamente nostro perché siamo stati costituiti membra e figli ed abbiamo in comune con Lui la carne, il sangue e lo Spirito; e ci è più prossimo non solo di quello che è frutto in noi dell’ascesi, ma anche di quel che procede dalla natura, perché si è rivelato più strettamente congiunto a noi dei nostri genitori” (Nicola Cabasilas).

Attraverso i sacramenti, la vita nuova di Cristo è estesa e concessa ai membri del suo Corpo. La Chiesa è dunque un organismo composto sull’impronta dell’uomo spirituale, perché è il Corpo del Signore. Cristo concentra e rivela il valore della creazione nel mistero dell’incarnazione, perché fa vedere che lo scopo di ogni cosa creata è l’unione con Dio. Questa unione con Dio in Cristo è veramente realizzata e rimane per ogni creatura una possibilità reale. Se si vuole rispettare il senso di ogni cosa, bisogna allora tenere insieme questa unità realizzata in Cristo, cioè l’unità del divino e dell’umano. Per noi non è possibile assumere nessun approccio unilaterale, o esclusivamente umano, o esclusivamente divino, ma solo divino-umano insieme.

Solo Lui è in grado di far germogliare dalla natura umana quello che potenzialmente è seminato in lei. Solo nella natura umana ipostatizzata in Cristo, posseduta da Cristo, l’umanità si rivela quello a cui Dio l’ha destinata nella creazione. Il grande Isacco di Ninive diceva che Dio, anche se avrebbe potuto farlo, non ci ha fatti venire a Lui per forza, costringendo la nostra libertà, ma con l’amore del nostro cuore. I Padri ripetono come un ritornello che Dio può tutto tranne costringere l’uomo ad amarlo.

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Cristo è la porta della comunione libera nell’amore assoluto delle tre Persone. Cristo, nel cui Corpo noi veniamo assunti, ci presenta al Padre. Noi in Lui, nostro Signore e Salvatore, possiamo realmente e pienamente partecipare dello stesso soffio e respiro eterno di Dio. Ecco l’unità tra Dio, l’uomo e il creato basata e vissuta nella libertà, nella libera adesione, come massima espressione e realizzazione dell’amore. Ecco l’amore – quell’energia personale che unisce lasciando liberi, senza confusione né separazione, come dice proprio Cristo il dogma di Calcedonia, senza creare unità a scapito di qualcuno, senza sprofondare nel baratro senza fondo e senza volto di un tutto indifferenziato. Perciò il modo, l’approccio, lo sguardo, è quello simbolico. Il simbolo è la via regale dei cristiani. Chi vede me, vede il Padre.

La vita in Cristo è simbolica, perché Cristo è questa unità di divino ed umano che rivela il Padre: Lui è Gesù e Figlio di Dio insieme. Nei vangeli abbiamo un testimone nobile di questa visione proprio in Pietro. A Cesarea di Filippo Pietro, alla domanda di Cristo sulla sua identità, risponde. Tu sei il Cristo, il Figlio del Dio vivente ! Al che, Cristo replica immediatamente: Beato te, Simone figlio di Giona, perché né la carne né il sangue te l’hanno rivelato, ma il Padre mio che sta nei cieli. Pietro è stato per un attimo sotto il flusso potente dello Spirito Santo e ha visto Gesù, il suo amico e maestro, con gli occhi dello Spirito, anche se questa visione passava per i suoi occhi fisici e si esprimeva utilizzando le sue facoltà psichiche.

I suoi occhi fisici hanno visto davanti a sé un uomo, con la sua psiche ha partecipato a questa constatazione, magari vedendo il suo rapporto d’amicizia con Lui. Ma lo Spirito, proprio perché è uno con Cristo nell’amore del Padre, ha riconosciuto immediatamente in quest’uomo il Figlio di Dio. Lo Spirito Santo ha penetrato lo spirito di Pietro e, attraverso lo spirito, ha impregnato anche la sua psiche e il suo corpo.

Cristo si affretta a dire a Pietro che non è stato lui con la sua bravura ad arrivare a questa conoscenza, ma è stata una grazia. (Mt 16) Dio è sceso e si è rivelato, e Pietro ha soltanto accolto questa rivelazione. E per questo si affretta anche ad impedirgli di parlarne, dato che la comunicazione di questa sua conoscenza è assolutamente prematura, perché non coinvolge ancora tutta la persona di Pietro. Quando sul cortile del sommo sacerdote san Pietro ha incontrato lo sguardo misericordioso di Cristo dopo averlo rinnegato, ha sperimentato nelle lacrime di pentimento una sorta di lavacro battesimale: a partire da quel momento, Pietro vede le cose con uno sguardo spirituale.

Questa comunione che ha la sua origine nello Spirito Santo attraversa e coinvolge la persona umana intera: l’uomo spirituale è unito alla vita divina ed è questa stessa vita a farsi strada in lui. E’ una questione di vita: o abbiamo questa vita, vi partecipiamo, oppure semplicemente la pensiamo e la vogliamo carpire con i nostri sforzi. Qui sta la soglia!  Lo spartiacque dei cristiani è il battesimo. Ci sono quelli che sanno molto di Cristo, parlano spesso di Lui, vogliono vivere secondo il suo insegnamento, ma non sono rinati in Cristo.

Ci sarà pure un motivo per cui nelle antiche basiliche erano così importanti le porte: per entrare in chiesa, in questo spazio sacro dove si vive l’anticipazione dell’esperienza del regno, si deve morire con Cristo, essere sepolti con Lui e risuscitare in Lui alla vita divina come suo Corpo, cioè in comunione con gli altri. Il mondo non trasfigurato, l’uomo vecchio deve rimanere fuori.

Con il battesimo, il cristiano riceve la vita di Cristo e con l’eucarestia nutre questa vita che ha il suo compimento nell’eschaton. Questa vita è vita nello Spirito Santo. Ma lo Spirito è Colui che manifesta Cristo, ce lo comunica e ci trasforma in Lui. Il significato è Cristo, ma lo Spirito ce lo comunica. Tutto ciò che lo Spirito tocca e ispira, lo trasforma in Cristo, nel suo Corpo, e dunque ci fa conoscere tutto in Cristo dall’interno. E’ chiaro che questo mette in atto un discernimento, per vedere le cose in riferimento a Cristo: vedere, essere con Lui, in Lui, e vivere secondo Lui come suo Corpo.

Si tratta di essere raccolti nel cuore e di gustare le cose con i gemelli spirituali dei nostri sensi. Dopo il battesimo, si tratta infatti pian piano di trasferire tutto il nostro sentire, volere, capire, nell’uomo nuovo che è nato dal fonte battesimale, altrimenti abbiamo una vita nuova senza sapori, per cui torniamo a cercarli nell’uomo vecchio. Bisogna avere il pensiero occupato dalle cose che contano e non essere disoccupati dentro, diventando coma una spugna che si imbeve di tutto ciò che cade sopra: non essere distratti. Mi occupo del mio stato nuovo, di redento, che partecipa alla vita di Dio. Una realtà che magari è solo germinale, ma che, proprio occupandomene, mi fa acquistare la coscienza di questa presenza che riempie la profondità del mio essere.

Cogliere la sua voce che parla dentro le cose ….. chi percepisce il reale contenuto della comunione come vita, avverte che questo è tutto, perché attinge al tutto, e dunque non è disturbato dalla differenza, ma gode della bellezza ch vive dentro di sé.ì “Il paese spirituale dell’uomo dal cuore purificato si trova dentro di lui. Il sole che in lui risplende è la luce della santa Trinità … Egli si meraviglia della bellezza che vede in sé, cento volte più luminosa dello splendore del sole. Là è il regno di Dio nascosto dentro di noi, secondo la parola del Signore” Isacco il Siro

Un termometro che rivela lo stato di salute di un credente è anche la sua pace nella sfera culturale, sociale e politica, una pace che proviene dalla sua unione con Cristo. Una pace che non è disinteresse, indifferenza, fare a meno degli altri …. E’ dunque una pace non solo psichica, non è un rinchiudersi in se stessi, ma cercare la via di Cristo nel mondo, cioè la via della libera adesione nell’amore, che può anche essere diversa dalle mie aspettative. Se avessimo la mentalità cristiana, cioè di Cristo, avremmo una mentalità del simbolo: dentro una realtà, se ne scopre una più profonda.

La tradizione dell’Antico Testamento è una delle realtà più popolate di immagini. La Bibbia, soprattutto certi suoi libri, sono stracolmi di immagini, pensiamo ai salmi o ai profeti. Alcuni di loro sono diventati essi stessi un’immagine: pensiamo a Osea che sposa l’infedele per simboleggiare l’infedeltà di Israele a Dio, o a Isaia, costretto a passeggiare per tre anni nudo e scalzo per servire come segno dei prigionieri in Egitto e in Assiria; o a Geremia, che portava un giogo sul collo come un bue; o a Ezechiele, steso davanti a una tavoletta d’argilla che rappresentava Gerusalemme assediata, e che doveva mangiare pane cotto sullo sterco umano …..E, alla fine, Cristo si inserisce in questa tradizione e fa delle immagini il suo modo preferito di comunicare: la casa, il campo, la vigna, la perla, le reti …. Non solo. Lui stesso è l’Immagine del Padre. E Giovanni, l’apostolo più esplicitamente legato alla Parola, sottolinea questo passaggio dall’udito alla visione, tanto che il libro con cui si chiude la rivelazione biblica, l’Apocalisse, che la tradizione gli attribuisce, è veramente una miniera di immagini. Questa presenza delle immagini nella Bibbia è così forte da non aver dubbi che già nell’Antico Testamento l’udito si sviluppa per diventare visione – basti pensare a Mosè e ad Elia, i due testimoni veterotestamentari della trasfigurazione.

Siccome l’uomo stesso è un’immagine, perché Dio lo ha creato a sua immagine, la sua caratteristica fondamentale è il rapporto dell’uomo con l’immagine al suo prototipo, al suo originale. Come ripetevano gli antichi Padri, da Origine in poi, la crescita spirituale dell’uomo è il passaggio dall’immagine di Dio alla sua somiglianza. Non possiamo rinunciare all’immaginazione e alle immagini, e dobbiamo parlare della realtà e del mistero di Dio solo in enigmi e simboli, perché, dice san Paolo, vediamo come in uno specchio. Questo Dio che non posso conoscere è Colui che mi si rivela come un “Tu” e che mi permette di chiamarlo “Padre” e questa rivelazione non può fare a meno delle immagini. Ma queste immagini e questi concetti a questo punto sono simboli, cioè realtà in cui Dio si rivela. Probabilmente non potremo mai superare le immagini, neppure nella vita beata, perché il “nascosto” di Dio ci rimarrà tale e perché la nostra esperienza di Lui sarà mediata dalla nostra corporeità, sia pure una corporeità ormai santa, quella del corpo risorto. Ma, nella misura in cui diventiamo spirituali, le strutture della nostra personalità e anche le nostre capacità sensoriali vivono una profonda trasfigurazione, liberandosi progressivamente dalle passioni e acquisendo le virtù. Se, come dicono i Padri, lo scopo dell’Incarnazione è la Pentecoste, noi in Cristo riceviamo lo Spirito che accende di luce i sensi, rendendoli sensi spirituali.

Rupnik6I Padri chiamano “contemplazione naturale” – cioè della natura, del cosmo – il dono di vedere le cose cogliendo immediatamente la traccia di Dio che esse hanno dentro. Lo scopo della contemplazione naturale, o anche della contemplazione “degli esseri”, cioè della ragione delle cose, non è di fornire concetti per la teologia, ma di purificarci in maniera da ridiventare ciò che siamo: immagine di Dio, sola immagine di Dio nell’universo, e dunque capaci di conoscere Dio senza la mediazione delle altre creature.

Io credo che Evagrio voglia proprio dire questo: l’uomo-immagine ritorna alla sua purezza e alla sua integrità originaria, cioè alla somiglianza recuperata, alla connaturalità con Dio, non ha più bisogno di uscire da sé per trovare Dio, e trova in se stesso la “visione” della pace che è il “luogo di Dio”. Nessuno dei Padri ha ammesso la visione di Dio faccia a faccia in questa vita. Sant’Efrem è molto chiaro su questo punto, quando parla della visione di Mosè, o anche san Paolo sulla via di Damasco, perché solo il Figlio nato dal Padre conosce il Padre.

“E, benché Mosè avesse veduto, sapeva di non aver visto. La sua prudenza non mancò di comprendere che il suo Signore si era vestito di similitudini precarie. Colui che è più grande di tutte le cose rimpiccioliva il suo aspetto alla misura della polvere che aveva creato, Lui, il Creatore di tutte le cose … Guardalo, è Lui e non è Lui. La realtà si è rivestita di figura, la pienezza vi si racchiude”.

La vera arte creatrice è l’immaginazione. Ma, guai se l’immaginazione è astratta, idealista, o romantica, cioè se è sganciata dal realismo delle immagini. L’immaginazione sana è quella che opera con delle immagini realiste. E, per l’uomo, questo realismo delle immagini va cercato in Gesù Cristo. In Lui noi troviamo l’unica immagine realista dell’umanità,perché lì l’umanità non è più soggetta allo sparire, al morire. Cristo racchiude in sé il realismo dell’immagine spirituale di tutto ciò che l’uomo può incontrare nella vita e di ciò a cui aspira nel suo divenire.

La mia vera realtà è ciò che io sono in Cristo, ciò che è custodito in Lui. Guardandomi in Lui, io ho la mèta del mio divenire, la visione di ciò che sono in realtà e trovo la forza per trasformare il mio quotidiano alla misura di questa visione. Affinché un’immaginazione sia reale, deve appoggiarsi nello sguardo di Dio. Guardarsi come ci vede Dio.

Dio ha voluto che il suo regno fosse accessibile solo attraverso le cose di questo mondo, non come una realtà estranea che si trapianta ad un certo punto, ma come rivelazione della profondità nascosta  nelle cose stesse. Ma pure noi cristiani siamo distratti e ci accontentiamo della superficie delle cose, dell’apparenza. Eppure, v’è un fuoco sotto la cenere. San Massimo il Confessore paragona questo fuoco nascosto nell’essenza delle cose al roveto di Mosè, dove si nascondeva Dio, e dice che questo fuoco alla fine si rivelerà in un incendio, non per distruggere il mondo, ma per consumarlo nella pienezza di Dio – “perché il fuoco non è altro che Dio che si manifesta tutto in tutti”.

Gli antichi, che erano tanto intransigenti nel custodire la grazia ricevuta, hanno avuto ragione nel sostenere che l’uomo non può permettere che tutto ciò che i sensi o l’intelletto possono raccattare in giro venga accolto. “Metti un portinaio al tuo cuore”. La via della libertà è percorsa da pochi. E’ molto importante fare un’alleanza con i propri occhi, con i propri orecchi, ed esservi fedeli, per riempirsi il cuore di immagini e parole belle, che aiutano al raccoglimento nella luce, nel calore e nella percezione di sé come dentro ad un tessuto che si estende, attraverso le relazioni, a tutto l’universo.

Per leggere spiritualmente gli eventi e la storia ci vuole un uomo spirituale, cioè un uomo docile allo Spirito Santo che sia in grado, alla sua luce e sotto la sua guida, di cogliere nelle cose e negli eventi il nesso con Gesù Cristo e con la storia della salvezza: perché solo nello Spirito coglierà il senso spirituale delle cose, vedere con lo sguardo dello Spirito. Non è sufficiente partire dallo sguardo fisico del nostro occhio e poi cercare di dare un significato spirituale a ciò che questo occhio vede. Si tratta proprio di acquisire l’occhio interiore, gemello del nostro occhio fisico, che, insieme allo Spirito Santo, immediatamente riconosce ciò che è di Cristo e ciò che porta al Padre in ogni cosa.

Non si può arrivare a un’immaginazione spirituale senza un lungo digiuno dei sensi: una purificazione del cuore, di quell’organo che garantisce l’insieme di tutta la persona. Purificare il passaggio dall’uomo esteriore all’uomo interiore. L’uomo interiore non solo ha degli organi grazie ai quali lo Spirito Santo si fa percepire in modo palpabile, ma che addirittura esiste un gemellaggio tra i nostri sensi spirituali e quelli corporei: i nostri sensi collocati nel corpo hanno i loro gemelli nello spirito. Così troviamo l’occhio esterno, fisico, e l’occhio interiore, l’orecchio esterno, fisico, e l’orecchio interiore. E il cuore abbraccia e raccoglie entrambe le coppie di gemelli.

Nella misura in cui si riceve nell’intimo dell’anima l’amore di Dio, non conosciamo più noi stessi, ma, anche se si dimora ancora nel nostro corpo, in virtù di questo amore siamo emigrati incessantemente presso Dio. Solo allora i sensi unificati percepiscono tutte le cose come riferite a Dio nella luce dello Spirito, grazie ad un’attenzione tutta intera rivolta verso questo bene unico. Per questo il cuore è il luogo che unifica sensi interiori e sensi esteriori: perché è il luogo in cui tutte le facoltà si uniscono, in cui l’uomo intero si raccoglie e si supera.

“Un cristiano è colui che, dovunque guardi, scopre dappertutto il Cristo, e in Lui si rallegra. E questa gioia trasforma tutti i suoi piani e i suoi programmi umani, tutte le sue decisioni ed i suoi movimenti, fa di tutta la sua missione il sacramento del ritorno del mondo a Lui, che è la vita del mondo” A. Schmemann

Non c’è niente da fare, bisogna sempre essere curvati sulla Bibbia e accogliere la luce del Signore per comprendere realmente come stanno le cose.

padre Marko Iva Rupnik

 Forse tutto si gioca proprio sul battesimo e sul sapere in anticipo quale è la fine: essere seduti con Cristo nella gloria. E’ una prospettiva illuminante, che mette ordine a tante parole, discorsi, attività pastorali. Credo che siano sempre più chiare queste parole a partire dal battistero che abbiamo realizzato. Cogliere meglio il nucleo della novità cristiana mi sembra la prospettiva giusta, senza dare per scontato ciò che il Signore ha fatto. C’è bisogno di quello Spirito di Pentecoste. quello che “vi farà comprendere la verità tutta intera“. Studiare sì ma mossi dallo Spirito che respiriamo nella liturgia; leggere sì ma lasciandosi ispirare da ciò che lo Spirito va dicendo attraverso scrittori, poetici, uomini di Dio.

don Norberto

“Arte della vita, il quotidiano nella bellezza”, Lipa