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Incontro con Padre Alsabagh

Parrocchia di Masnago - 25 giugno 2018

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Festa patronale di Luvinate

dal 25 giugno al 2 luglio 2018

Programma

MONTE TRE CROCI

Pellegrinaggio e S. Messa - Sabato 30 giugno - partenza ore 8.00

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Siamo nati e non moriremo mai più

Spettacolo - 27 giugno 2018 - h. 21:00 - Chiesa di Luvinate

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Calendario annuale

Calendario generale delle proposte dell'anno pastorale 2017-2018

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Perle in giro (e quarantatre)

perleETERNO FATTO TEMPO, TEMPO FATTO ETERNO
“Maranathà”, “Vieni, Signore”, era una delle invocazioni dei primi cristiani. Secondo san Paolo, i cristiani sono “coloro che amano la parusia”, che aspettano con gioia la seconda venuta del Signore. Se talvolta non è più così, è anche perché si è instaurata la convinzione che esistano due vite diverse e che un giorno si dovrà inevitabilmente abbandonare l’una per passare all’altra. E questo rende l’uomo tragicamente diviso. Inoltre, una certa teologia ha preso i temi relativi all’escatologia (la morte, il giudizio, l’inferno, la vita eterna …) elencandoli una accanto all’altro, trasformando i simboli in un sistema logico, senza alcun nesso con la vita concreta. L’autore esplora il linguaggio delle fonti patristiche e orientali che descrivono gli ultimi tempi come una nuova creazione, un incontro tra l’azione di Dio e la maturazione del mondo, dove la storia non è solo la materia per il giudizio, ma anche i “mattoni” con cui sarà costruita la nuova Gerusalemme.

spidlk1L’intelletto è la cosa più nobile dell’uomo in questo mondo e questo stesso intelletto ci spinge a cercare la sua perfezione nell’aldilà, nello “studio della morte” (Platone). Si verifica così un capovolgimento di valori: si è cominciato con il desiderio di conoscere meglio il mondo e si finisce con una radicale escatologia che allontana dal mondo presente per passare al mondo futuro. Però l’unico “ritmo” di questa fuga è costituito dal “morire”. E’ quindi un “escatologia di morte”.

Al contrario, nella Bibbia il termine chiave è la salvezza della vita. Gli ebrei non hanno conosciuto il Dio-Idea immutabile, ma lo hanno incontrato nelle rivelazioni personali, nei suoi interventi che davano direzione e senso alla vita presente attraverso promesse relative al futuro. Il vero senso dei fatti lo conosce allora colui che comprende dove condurranno, chi intuisce e costituisce il loro fine ultimo (éschaton). Il pensiero biblico è quindi essenzialmente escatologico e religioso. L’atteggiamento religioso degli ebrei non ammette dubbi: è YHWH, e solo lui, che si rivela progressivamente nella storia e nelle parole dei profeti che le interpretano. Tutto ciò che esiste ha inizio in Dio e a lui si dirige per sempre: è lì l’escatologia della vita.

La storia d’Israele mostra un continuo progresso che si misura secondo il modo in cui Dio interviene. Vi sono giorni e momenti privilegiati in cui si sente più efficacemente, ma sempre parzialmente, per rafforzare la speranza nel suo intervento finale, annunciato come il “giorno del Signore”. Gerusalemme sarà riempita della presenza di Dio (Ez 48,35). Sarà il giorno della luce per tutti i giusti e delle tenebre per i malvagi, come è stato prefigurato nella piaga che sperimentarono gli egiziani nel tempo dell’esodo degli israeliti. “Misericordia e verità s’incontreranno, giustizia e pace si baceranno ….Quando il Signore elargirà il suo bene, la nostra terra darà il suo frutto” (Sal 84, 11.13). L’Apocalisse, che riprende tutti questi temi, dimostra come l’attesa di quel giorno era viva nel popolo. Lo testimoniano anche i vangeli.

Le prime parole nella predicazione di Gesù annunciano: “Il regno di Dio è vicino”. In Gesù si deve compiere, ma anche perfezionare, tutto ciò che era stato predetto sulla salvezza del popolo. L’annuncio di Gesù sembra nuovo e per essere accettato esige una nuova disposizione del cuore. I cristiani non dubitano che il “giorno del Signore” sia davvero giunto con la venuta di Gesù e che per accettarlo bisogna vederlo spiritualmente, a noi spetta soltanto accettarlo interiormente con la fede. E’ la fede che salva.

Lo confermano i testi di san Giovanni, il quale non aveva dubbi che l’ora annunciata è già venuta: “In verità, in verità vi dico: è venuto il momento, ed è questo, in cui i morti udranno la voce del Figlio di Dio, e quelli che l’avranno ascoltata vivranno”. Gesù è  la “resurrezione e vita” e il discepolo di Gesù “possiede la vita eterna”. Nondimeno, lo Spirito Santo deve compiere questa rivelazione. La storia continua ancora, perciò Giovanni ammonisce: “E ora, figlioli, rimanete in lui, perché possiamo avere fiducia quando apparirà e non veniamo svergognati da lui alla sua venuta”.

OLYMPUS DIGITAL CAMERAPuò sembrare insolito dire che il più completo e coerente escatologico cristiano nei testi della Scrittura debba essere cercato in san Paolo. Lui ebbe tutti i presupposti per poter fare la sintesi. Era stato educato per diventare un appassionato difensore della tradizione del popolo ebraico e in seguito fu istruito con visioni celesti sullo scopo ultimo che aveva questa tradizione, cioè il Cristo glorioso. Il fatto che lui fosse l’unico fra gli apostoli a non conoscere Cristo personalmente lo collocò nella situazione della Chiesa che deve fare il suo cammino attraverso i secoli.

Cerchiamo di riassumere gli aspetti essenziali del suo insegnamento in quattro punti: 1) per rivolgere gli occhi verso il futuro, bisogna prima saper apprezzare giustamente il senso del passato; questo non è da rigettare, ma da valorizzare, ammirando il vero senso della storia. 2) Stimando il valore della storia, non si sente troppo il desiderio di abbreviarla. Nella seconda Lettera ai Corinzi si sente che Paolo vuole essere annoverato fra i privilegiati che prima di morire incontreranno Gesù tornato visibilmente su questa terra. Ma nella Lettera ai Filippesi abbandona questa speranza e desidera piuttosto la morte, che lo unirà a Cristo. 3) La morte con Cristo è per così dire lo stadio escatologico della vita individuale dedicata al combattimento contro l’Anticristo per far parte del corteo trionfale di Cristo. 4) Già nel momento presente, vivendo, abbiamo ciò che Paolo chiama le “primizie” o la “caparra” dello Spirito, nella spiritualizzazione del nostro corpo per mezzo del battesimo e della Chiesa nell’eucaristia: “Ogni volta infatti che mangiate di questo pane e bevete di questo calice, voi annunziate la morte del Signore finché egli venga”, affinché “Dio sia tutto in tutti”, “Così dunque voi non siete più stranieri né ospiti, ma siete concittadini dei santi e familiari di Dio”.

I miracoli che si leggono nelle vite dei santi monaci mostrano che il paradiso è già vicino: la risurrezione aspettata non è altro che il gioioso ritorno allo stato antico. Dice Teodoreto il Ciro: già ora gustiamo nei nostri cuori la presenza della divinità di Cristo, ma quando egli verrà nella gloria parteciperemo pienamente alla sua umanità. Sant’Agostino non nega che restiamo nella situazione di dover vivere la “città celeste” nella “città terrestre”, avendo il privilegio di partecipare ai doni destinati per il mondo futuro già nella storia presente, in una continua tensione escatologica.

Nel racconto della creazione la Bibbia ha disposto quasi al modo del catechismo in sei giorni l’opera di Dio che culmina con la creazione dell’uomo, dalla quale segue poi la storia di tutta l’umanità che raggiunge il suo apice nell’Incarnazione, nell’apparizione dell’Uomo-Dio sulla terra. Il settimo giorno biblico, il giorno del riposo, è prefigurazione dell’eternità, dell’ “ottavo giorno” nel quale cristo sarà pienamente incarnato in tutti e in tutto.

Così si rivela la realtà umana ai nostri occhi: storicamente e progressivamente. Ma negli occhi di Dio, notano i Padri, tutto è eternamente presente. Le cose vanno quindi viste non cronologicamente, ma secondo il fine da raggiungere e secondo il valore supremo. In tutto ciò che incontriamo nella vita, dobbiamo scoprire un senso cristologico.

Dostoevskij confessa che è Cristo che può dare un senso alla sua vita travagliata e ai suoi pensieri. Egli scrive in una lettera indirizzata alla signora Fonvisine (20 febbraio 1854): “Vi dirò di me stesso che sono figlio di questo secolo, un figlio dell’incredulità e del dubbio, fino ad oggi e forse fino alla tomba. Quali spaventose torture mi è costata e mi costa anche ora questa sete di credere, tanto più forte nella mia anima quanto più ci sono in me argomenti contrari. E tuttavia, Dio mi invia talvolta dei momenti in cui tutto mi è chiaro e sacro. E’ in questi momenti che ho composto un credo: credere che non c’è nulla di più bello, di più profondo, di più amabile, di più ragionevole e di più perfetto che il Cristo, e che non solo non c’è niente, ma, e me lo dico con un amore geloso, che non si può avere niente. E più ancora, se qualcuno mi avesse dimostrato che Cristo è fuori della verità, avrei preferito senza esitare con Cristo piuttosto che con la verità”.

OLYMPUS DIGITAL CAMERAColui che vive il tempo in un modo spirituale non può non considerarlo se non nelle mani di Dio, quindi come eterno. Nella nostra esperienza, è la memoria a trionfare sulla morte. Le immagini, le parole, la vita ei defunti restano nel nostro ricordo. Ricordiamo volentieri ciò che amiamo. Se questo amore è una partecipazione all’amore divino ed eterno, allora vivifica tutto ciò che è il suo oggetto, inaugura già ora l’ “ottavo giorno” che sarà come il riassunto di tutta la storia del mondo.

L’Antico Testamento vive nel Nuovo, il Nuovo Testamento nella vita della Chiesa, nei suoi santi. L’eternità è divina e umana, e noi collaboriamo con Dio per arrivarvi. Il tempo misurato con gli orologi scompone l’unità della nostra vita, ma non è questo lo scopo del tempo creato da Dio. E se, la nostra collaborazione con Dio passa attraverso l’amore, si comprenderà questa affermazione di Dostoevskij: “Poiché Dio esiste, io sono immortale, la mia immortalità è necessaria per il solo fatto che Dio non vorrà mai spegnere la fiamma che si è accesa per Lui nel mio cuore”.

Tutta la storia del mondo è comprensibile solo nella prospettiva del superamento del presente. A causa di questo, il futuro non è solo semplicemente in avanti, ma fa già parte, in un certo senso, della storia, è presentito, partecipato, già reale.  Se il mondo è finalizzato al regno di Dio, ciò accade perché il regno di Dio è già in mezzo agli uomini.  La gioia della resurrezione è un tema assai frequente nella letteratura russa. Qui la Pasqua è celebrata, nota Bulgakov, “quando comincia la primavera, con la sua dolcezza e la sua trasparenza, con il suo trionfo; la notte di Pasqua, la sua gioia, la sua esaltazione ci trasportano nella vita del secolo futuro, nella gioia nuova, la gioia delle gioie, la gioia senza sera”. “La mia anima mi dice fermamente che tali pensieri non si inventano. Essi nascono di colpo nei cuori sotto il soffio di Dio”(Evdokimov).

La liturgia evoca tutte le grandi opere di Dio realizzate in Gesù, che è “irradiazione della gloria [di Dio] e impronta della sua sostanza”, “il Signore della gloria”. Attraverso le parole e i riti simbolici traspare la gloria celeste del Salvatore nelle azioni liturgiche. Grazie alla comunione eucaristica, partecipazione al banchetto del regno, grazie alla lode e alle veglie, che ci associano alla funzione del “vigilanti”, cioè degli angeli, ai martiri, ai santi, l’anima è già collocata nella realtà beata del secolo futuro. Ma, vibra un presente “purgatorio”, uno stato crepuscolare, dominato allo stesso tempo dallo spirito di un’ascesa alla luce e dal timore di una caduta: in questa situazione, è centrale la nozione di attesa, per mettere l’anima in uno stato di allerta. “Accendete le vostre lampade, fratelli, perché lo Sposo sta per venire”. Tutta la liturgia concentra i nostri occhi sul mondo futuro, glorioso. Nei sacramenti lo pregustiamo. Mangiando il pane eucaristico ci nutriamo del pane celeste, simbolicamente, ma realmente.

I doni che riceviamo da Dio hanno il nome comune di “grazia”. Il Dio della Bibbia si rivela come pieno di misericordia e di grazia. Egli effonde il suo favore sulle persone che sceglie. Va da sé che fra questa il primo posto spetta a Gesù, Figlio di Dio incarnato, come testimonia l’evangelista: “Perché la legge fu data per mezzo di Mosè, la grazia e la verità vennero per mezzo di Gesù Cristo”. La grazia viene quindi all’uomo secondo il grado della sua unione con Gesù.

spidlk2Gesù è sceso agli “inferi”, i dannati sono mandati all’ “inferno”. In italiano si usano due termini, o piuttosto la stessa parola al plurale e al singolare per tradurre l’unica parola ebraica sheol. Siamo consapevoli che si tratta di due gesti e di due condizioni differenti. Le porte degli inferi si sono aperte quando Gesù vi è sceso, mentre l’inferno destinato ai dannati si chiude per loro per sempre. Sia gli inferi che l’inferno sono un regno della morte e, senza la discesa di Gesù, non ci sarebbe liberazione dal suo potere. Come indica il termine stesso, viene immaginato come un luogo tenebroso sotto terra, dove si incontrano tutti i viventi, come un pozzo, una fossa. Se gli inferi sono identificati con il mostro, deve essere combattuto. E se si sa che la causa della morte è il peccato e colui che cerca di attirarci è Satana, lo sheol è il suo regno.

Quando, nella pienezza dei tempi, il Cristo liberatore ha spalancato le porte degli inferi, ha eseguito la sua opera secondo la maniera espressa dai Padri nella forma di un principio: ciò che non è assunto non è salvato. Egli, quindi, “discese agli inferi”, come professiamo nel Credo: se poi nell’ascensione salì in cielo, lo fece perché prima era disceso “e come tutti muoiono in Adamo, così tutti riceveranno la vita in Cristo. Ciascuno però nel suo ordine”.

In questo contesto, ricevono il loro senso e la giusta proporzione le prediche sul “terribile giudizio” finale e si evita la falsa presentazione di Cristo che rimane anche qui il Salvatore misericordioso che fa valere la legge dell’amore universale. E, se per alcuni deve rivelarsi come implacabile, la differenza non è in lui, ma in quelli che vogliono o non vogliono accettarlo. Sono quindi preventivamente ammoniti: “Io non giudico nessuno”. “E il giudizio è questo: la luce è venuta nel mondo, ma gli uomini hanno preferito le tenebre alla luce …; chi opera la verità viene alla luce, perché appaia chiaramente che le sue opere sono state fatte da Dio”. Per questi ultimi la venuta di Cristo sarà il tempo della liberazione “Levate il capo”, per altri il tempo di battersi il petto, il tempo in cui si troveranno di fronte ad un cambiamento inatteso e indesiderato del loro essere “in quanto la trasfigurazione, lo splendore della gloria, accordata all’uomo, può risultare non solo illuminante, ma anche consumante”.

Ciascuno sarà messo di fronte alla sua immagine eterna, a come lo ha pensato Dio con amore fin dall’inizio. Alla luce di questa immagine, vedrà se stesso nella verità, e questa verità risulterà essere una sorta di auto giudizio su di sé (per questo si tratta di un giudizio interiore,  non esterno), una fiamma a cui è impossibile sfuggire, dato che tutto sarà manifesto e nel regno di Dio non ci sarà né illusione, né menzogna. L’uomo sarà allora salvato in relazione a ciò che è. Il vero mistico è colui che sa che trasforma il mondo accettando la volontà del Padre e l’amore del Figlio.

Tomáš Špidlík

 Quando ci troviamo davanti al battistero facciamo una lettura di quella parete partendo dal basso per poi lentamente risalire come la scalata di una parete molto ripida. Non è una normale “lettura”, da sinistra verso destra, dall’alto verso il basso ma, al contrario: partiamo dalla bocca dello sheol per arrivare nella Mano che attende misericordiosa.

Prima, però, lo sguardo si posa su poche parole scritte sul Libro aperto: “Io sono la vita”. Forse gli occhi riescono a leggere fin lassù ma il cuore va oltre perché i battiti dicono :” Io sono la via, la verità e la Vita”.

E’ la Parola di Dio che leggiamo, è davanti a Lui che ci troviamo, allora una pagina del card. Špidlík non può non toccare, una bella pagina, fondamentale, vera: “Ciascuno sarà messo di fronte alla sua immagine eterna, a come lo ha pensato Dio. Alla luce di questa immagine vedrà se stesso nella verità ……. una fiamma a cui è impossibile sfuggire. L’uomo sarà salvato in relazione a ciò che è”.

Teresamaranatha