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Avvento 2018

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Non un corso biblico ma un aiuto per proseguire la ricerca del Maestro attraverso i quattro vangeli. Giovedì ore 21.00 a Casciago Guida gli incontri don Norberto

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Perle in giro (e quarantasei)

tredonneLA SECONDA DONNA: NEL PECCATO LA SPERANZA
“Uno dei farisei lo invitò a mangiare da lui. Egli entrò nella casa del fariseo e si mise a tavola”.
Un fariseo invita il Signore e questi accetta l’invito, perché ogni giusta richiesta gli è gradita. In quanto incarnato egli ascolta umanamente le richieste degli uomini e vi acconsente. E questo acconsentire fa parte dell’insieme della sua grande promessa: “Tutto ciò che chiederete al Padre in nome mio egli ve lo darà”. In virtù del suo umano acconsentire gli uomini devono capire che anche Dio acconsente: il Figlio è divenuto uomo per introdurre gli uomini nella volontà del Padre. Il compimento di richieste umane da parte del Figlio incarnato diventa la rivelazione del compimento divino per opera del Padre.E, al tempo stesso, così facendo il Figlio mostra al Padre come egli prende sul serio questa comunicazione della volontà del Padre, come si impegna, come si occupa del compimento della missione ricevuta dal Padre. Il Padre, del quale il Figlio compie la volontà, desidera quest’andare dal fariseo, non solo perché nell’accondiscendere umano appaia qualcosa di divino, ma perché in quest’occasione, nell’unione con il Figlio, egli può annunciare agli uomini una nuova verità: una verità della speranza. E’ necessario fare loro dono di una nuova forma della speranza, forma che risulterà dall’incontro del Signore con la peccatrice e in questo singolo esempio è necessario manifestare quale speranza gli uomini possono riporre nel Redentore. Quest’esempio unico nel suo genere entrerà nella forma permanente sia della confessione sia dell’eucaristia; in esso, come in un chicco di grano, è contenuta tutta la speranza della redenzione, che i cristiani di tutti tempi presenteranno al Signore in questi sacramenti.

Gesù entra nella casa in cui è stato invitato e si mette a tavola. Egli compie questi gesti semplici come tutto quello che fa nella vita, all’interno della volontà del Padre come all’interno della propria volontà di Redentore, per mostrare in una visione nuova la verità del Padre e la sua propria verità. La casa del fariseo è una casa come tante altre; eppure, come ogni casa, è diversa da ogni altra. Ma, qualunque possa essere la natura di una casa, in seguito alla presenza del Figlio essa diventa una casa del Padre. Diventa un luogo della verità e della parola. Della parola che è il Figlio, ma anche della parola che il Figlio annuncia e che rivela il senso del Dio uno e trino in un modo eternamente nuovo. Questa volta il nuovo sarà la speranza. Il Figlio è qui per mandato del Padre, per realizzare nella peccatrice insieme con lo Spirito Santo il compito che egli vuole attuare nei confronti di ogni peccatore: risvegliare in lui una speranza e rendere quest’ultima una realtà.

Unzione1“Ed ecco una donna, una peccatrice di quella città …”.
Il Figlio è venuto nel mondo perché noi tutti siamo peccatori. Già per il fatto di essere nati nel peccato originale, noi siamo tutti quanti peccatori dinanzi al Padre. E, oltre a questo, per il fatto che noi pecchiamo personalmente. Nessuno di noi potrebbe non sentirsi peccatore dinanzi al Signore. Ma egli è venuto per salvare tutti i peccatori. Tuttavia, per quanto riguarda i nostri peccati, noi li conosciamo sì fino a un certo punto, ma Dio soltanto ne conosce tutta la verità. E anche del prossimo noi sappiamo che è peccatore, senza peraltro poter indicare il numero e la gravità dei suoi peccati.

Ma poiché qui si tratta di una parabola della speranza, la donna che ora incontrerà il Signore è più espressamente nota come diversa nella sua qualità di peccatrice. Il peccato deve esserle attaccato anche esteriormente, affinché tutti comprendano in che veste quella va incontro al Signore. Ella vive nel peccato e del peccato. E questo peccato non è noto solamente a lei, ma a tutti gli altri. E’ così evidentemente peccatrice che viene semplicemente caratterizzata con questo nome: ella è semplicemente “la peccatrice”. Forse da noi si distingue unicamente nel fatto che la sua fama e la sua professione la contrassegnano così già esteriormente. Esistenza e peccato formano in lei un’unità, perché ella vive come peccatrice. Ma noi tutti siamo come designati in lei; i nostri peccati possono essere meno conosciuti, possono avere contorni meno precisi, ma nessuno di noi può dire di non avere comunione con lei. Noi siamo peccatori. E così, d’improvviso, pare che questa donna, che vive in città come peccatrice, racchiuda noi tutti in sé e viva ed esperimenti l’incontro con il Signore a nome di tutti coloro che devono imparare a conoscere la speranza. Tutti coloro che debbono essere redenti comprendono in lei la forza della grazia divina; per il bene di tutti il Signore si serve proprio di chi congiunge in sé tutte le caratteristiche del bisogno della redenzione.
Quale incontro potrebbe essere più carico di tensione e più ricco di effetti dell’incontro tra colei che vive come peccatrice e colui che incarna la grazia del Padre!

“… saputo che si trovava nella casa del fariseo, venne con un vasetto di olio profumato”.
C’era come un abisso tra di loro: lui era il Signore, lei la peccatrice, che cosa mai avrebbero potuto avere in comune? La conoscenza che il Signore possiede di lei è, ai suoi occhi, la medesima che ogni altro possiede di lei in città: egli saprà che è peccatrice. Ma lei non sa che egli la conosce come colei per la quale si è fatto uomo, che lei rappresenta per lui i peccatori per i quali vuole morire, che lei è per lui una dei molti, eppure questa sola persona, quest’unica persona in cui spera, e per lui sperare significa: aspettare nel mandato del Padre, attendere il compimento dei piani del Padre. Ella non sa che diventerà per lui la conferma del suo mandato.

Ella sa bene che egli è qualcosa di particolare. Egli è come un rappresentante di Dio che dimora tra gli uomini; a suscitare in lei questi pensieri è quanto ha udito da lui. E quello che ha sentito fa risvegliare in lei la speranza. Ma questa è come un preliminare di ciò che avverrà. Prepara se stessa e il vaso, fa tutt’e due le cose nel medesimo senso. Si prepara per andare da lui, e questa preparazione è il suo sì a lui. Un sì al quale non è lei a dare forma, ma un sì che lei riceverà da lui nell’atto dell’unzione. Va da lui così come noi andiamo a Dio nella fede, tutto sperando da lui,  ma in questa speranza liberandogli il posto di cui egli ha bisogno per abitare in noi. Che ella vada è segno della sua disponibilità, la quale è talmente grande che la sua speranza sarà compiuta nell’incontro con il Signore: lei farà  ciò che il Signore da lei aspetta. Il suo andare è come un grande sfogo. Prepara anche il vaso. Forse riempie il vaso senza minimamente sapere a che scopo lo fa. Pensa forse a qualche unzione, ma prima dell’incontro non può assolutamente sapere che si tratti dell’unzione di Cristo, unzione attesa dal Signore e della quale egli aveva bisogno.

Adrienne2Benché peccatrice, ella non vuole presentarsi a mani vuote al Signore. Il vaso di alabastro con l’unguento è come la personificazione di ogni preparazione al cristianesimo; come una speranza sconfinata che è troppo grande per essere adempiuta, troppo immensa per osare credervi. Eppure è giunto il momento di vivere per questa speranza. E’ tirata una linea che conclude il passato. Il vaso di alabastro è la forma del passato. Il contenuto del vaso è la promessa dell’antica alleanza.

Il vaso, il nardo, la donna: si trovano lì, uno di fronte all’altro, come senza reciproco rapporto: presi in sé, non hanno nulla a che vedere tra loro. Ma vengono presi da un movimento, dal movimento della speranza nel Signore, e in virtù delle leggi e delle esigenze della speranza vengono inseriti insieme in un’unità.

“E fermatasi dietro si rannicchiò piangendo ai piedi di lui e cominciò a bagnarli di lacrime, poi li asciugava con i suoi capelli, li baciava e li cospargeva di olio profumato”.
Per il momento nulla si dice del Signore, di ciò che appare sul suo volto, del suo comportamento. Tutta la luce è sulla donna e sulla sua azione. La sua speranza si getta ai piedi del Signore. Non è una speranza irradiante; è solamente una donna che piange. E le sue lacrime sono una confessione che tocca il Signore, una parola con la quale ella gli rivela la propria vita e che parla in maniera più chiara, più autentica di quanto possano fare delle parole; in questa lacrime di silenzio viene detto insieme tutto ciò che è indicibile.

Le lacrime fluiscono così abbondanti che i piedi del Signore ne sono come bagnati. I peccati conosciuti toccano il Signore, egli li sente e li esperimenta come il pentimento che sgorga dalla donna in modo vivo, visibile e tangibile. Ella bagna e asciuga contemporaneamente. Fa la sua confessione e, al tempo stesso, vorrebbe spegnere nel Signore le tracce della sua stessa confessione. Quasi avvertisse quanto le sue lacrime sono parole e queste parole contengono peccati con i quali lei non può gravare sul Signore. Come fosse troppo sperare che i suoi peccati potrebbero realmente essere assunti dal Signore. Ella non intuisce il mistero in cui si svolge questo compito.

L’incontro è come designato da un cerimoniale invisibile: la peccatrice può fare un certo numero di passi. Andare più avanti sarebbe invadenza, indiscrezione, ma fin lì bisogna andare. Sino al confine dove inizia la sfera che appartiene esclusivamente al Signore. Cade a terra; adora e confessa; ma la sua preghiera e la sua confessione si arrestano alla soglia del Signore. E’ come se in tutto questo fosse stata uno strumento del Padre, per mostrare nuovamente a questi la perfezione del Figlio e far vedere come e quanto egli si trovi nel centro della volontà paterna e non si prenda alcuna propria libertà. La donna ha il compito di designare il netto contorno dell’ora che sta per venire.

“A quella vista il fariseo che l’aveva invitato pensò tra sé: ‘Se costui fosse un profeta, saprebbe chi e che specie di donna è colei che lo tocca: è una peccatrice’”.
Il fariseo si trova in un rapporto particolare con il Signore. Si attende qualcosa da lui, altrimenti non l’avrebbe invitato. Ma non gli è chiaro che cosa. Le voci gli hanno fatto giungere qualcosa a proposito del Signore, ma tra questo non c’era nulla che lo avrebbe potuto impegnare interiormente nei confronti del Signore. Questi è, per lui, una specie di celebrità, un uomo dal quale si può venire a conoscere molto di interessante e di stimolante. Ma egli non pensa di provare nei suoi confronti una responsabilità, di fargli addirittura una professione di fede, di avvicinarsi a lui interiormente. Ha sentito dei miracoli, ma non lo convincono. Sa che il Signore, in quanto Figlio di Dio, ha determinati rapporti con il Padre celeste, ma questi rapporti non gli sembrano essere espressamente divini. Egli attende, pondera. Anche quello che adesso pensa tra sé fa parte del suo ponderare: “Se costui fosse profeta, saprebbe”.

Adrienne1Se fosse profeta non avrebbe nulla in comune con una peccatrice. Per il fariseo, tra la missione del Signore  e la vita della peccatrice non può che esserci una totale assenza di relazione. Se il Signore fosse un profeta, secondo il modo di vedere del fariseo egli dovrebbe saper distinguere chiaramente, e il suo distinguere sarebbe decisione, decisione necessariamente farisaica: rifiuto di ogni frequentazione. Di una cosa, dunque, egli è sicuro: questi non è un profeta. Per questo non è detto che egli sia ormai un uomo qualsiasi agli occhi del fariseo; può ancor sempre essere un uomo speciale, straordinario, interessante, un uomo che vale la pena di conoscere. Ma non è un profeta. Il fariseo impersona la fede immobilizzata che, malgrado l’ammonimento di Dio di non giudicare, continua a giudicare.

“Gesù gli disse: ‘Simone, ho una cosa da dirti’. Ed egli: ‘Maestro, dì pure. ‘Un uomo aveva due debitori …”.
Il Signore si rivolge al fariseo. Ha qualcosa da dirgli. A lui e a nessun altro. Si tratta di un messaggio personale, diretto totalmente a lui come persona. Il qualcosa che il Signore ha da dire a Simone è quindi qualcosa che deve svelare il suo amore agli uomini, con un esempio che è tagliato su misura per il fariseo, un esempio che egli sarà capace di comprendere. Dall’adesso sgorga l’eterno, da questa verità diretta a una precisa persona scaturisce ogni verità. Da questa parola diretta al fariseo sgorga la Parola che è Gesù stesso.

Il fariseo replica: “Maestro, dì pure!”. In questa risposta sta già come il primo leggero inizio di una ritrattazione di ciò che egli in precedenza ha detto dentro di sé. Egli riconosce nuovamente il Maestro. Gli ha contestato il titolo di profeta, ma l’attenzione del Maestro lo colpisce al punto tale che non può fare altro che chiamarlo Maestro. Il modo con cui Gesù gli si rivolge lo riporta in certo qual modo nel corretto rapporto verso lui. Si tratta di una disponibilità all’interno di un’offerta, di un servizio all’interno di una grazia, di un dovere interiore all’interno di una libera intenzione di apprendere dal Signore quello che lui ha da dire, e in quest’intenzione vi è la conoscenza della grazia del Signore, vi è un’attesa, vi è addirittura il primo abbozzo di una speranza. Così il Signore inizia la sua parabola: un creditore. Il Signore stesso è questo creditore, e noi tutti siamo suoi debitori.

Limita a due il numero dei debitori. Il primo è in debito forte, il secondo di poco. Ma sono tutt’e due debitori. Ma ai due, che impersonano ora la totalità, viene rimesso il debito per intero. Al primo è rimesso molto, al secondo poco. Tutt’e due diventano sgravati. Tutto è estinto. Essi non sono più debitori, sono liberi. Il Signore ha raccontato la parabola per far piacere al fariseo, tanto che egli ha messo in risalto l’entità dei debiti, il debito piccolo e il debito grande; questo dovrebbe diventare un’occasione per quell’uomo per riflettere sulla sua stessa colpa. Per quel creditore, al quale il mondo intero è debitore di tutto, per Dio, scompaiono le differenze di piccolo e grande. Per il debitore che si sente realmente debitore dinanzi  a Dio non esiste parimenti alcuna misura. Ma il fariseo è abituato a misurare, e il Signore si allaccia a quest’abitudine per fargli comprendere ciò che non conosce misura.

Il Signore porta il fariseo al punto dove lo vuole avere: proprio partendo dal suo sistema farisaico di misurazione, ora deve dischiudersi per lui il presentimento di un amore maggiore in virtù della maggiore misericordia, di un amore tuttavia che è tutto costruito sullo smisurato, sull’estinzione del cumulo dei debiti da parte della sconfinata misericordia di Dio.

Mentre il Signore batte questa strada con il fariseo, gli rivela che lui vede i cuori. Egli conosce dove sta il grande debito e dove non c’è debito. Egli vede nell’anima della peccatrice, la quale è per lui occasione per il contenuto della sua parabola. Egli vede, parimenti, nel fariseo, il quale è per lui occasione per dare alla parabola questo contenuto. La forma del racconto è uno specchio della condizione di peccato del fariseo. Il Signore conosce tutto: la sua attenzione per la peccatrice non gli impedisce di guardare contemporaneamente al fariseo e di seguire ciò che avviene in lui. E, in mezzo a tutto, ecco la speranza.

Nel momento in cui essi non facevano più affidamento su nulla, viene loro donato tutto: un tutto che distrugge qualsiasi calcolo. E, così, infine la speranza è nel Signore che ha escogitato la parabola e che sta tra i due peccatori, il grande e il piccolo, come colui che spera. La speranza è come una luce che risplende attraverso tutta la parabola.

“E volgendosi verso la donna, disse a Simone: ’Vedi questa donna? …”.
Tutti erano stati concentrati nell’ascolto della parabola ma adesso accade ciò che è inatteso per tutti, per i compagni del banchetto del Signore e per la peccatrice; il Signore pone un rapporto tra lei e il suo ospite: egli parla a Simone mentre contemporaneamente si rivolge alla donna. Questa è davanti a lui, inginocchiata, prostrata a terra, nell’atteggiamento dell’umiltà, anzi dell’umiltà più umiliata, ella mostra ambedue le cose: chi è lei e chi è lui. E ora il Signore indica la peccatrice e non mette in risalto quello che ella crede: la sua distanza da lui, ma quello che per lui in quel momento è importante: la sua distanza dal fariseo. Il fariseo aveva ben visto questa distanza, ma l’aveva vista in modo che lui era il giusto e lei la peccatrice. Egli la guarda ai suoi piedi. Il Signore lascia sussistere la distanza, ma ne rovescia il valore. Punto per punto egli mostra come il fariseo è sotto, la donna sopra: il fariseo distratto, disinteressato, ignaro, inoperoso, la donna invece sa, riconosce, agisce, corrisponde a ogni attesa del Signore.

Sono entrato nella tua casa” In quest’arrivo del Signore si trovava una speranza inespressa che il fariseo non ha avvertito e non ha soddisfatto. Ella, che non crede di portare nulla se non la sua colpa, ha in sé tutto ciò di cui ha bisogno per saziare la speranza del Signore. Improvvisamente è lei che si prodiga per il Signore, prima ancora che lui si sia visibilmente prodigato per lei. Ella è talmente afferrata dalla sua grazia che nella forza di questa grazia corre incontro alla sua grazia, addirittura supera la sua grazia, compie un di più che normalmente è rintracciabile solamente da parte di Dio.

Adrienne3“Per questo ti dico: le sono perdonati i suoi molti peccati, poiché ha molto amato. Invece quello a cui si perdona poco, ama poco”.
Il fariseo ha condannato la donna: l’ha condannata secondo la fama che possiede. L’amore vive nel Signore. Egli è venuto per amore, per amore egli redime tutti coloro che devono essere redenti. Per amore egli va a trovare che deve essere redento. E’ infatti l’amore che permette di perdonare. Il Signore perdona per amore. Ma amore vuole trovare amore.

La peccatrice adesso che ha incontrato il Signore e ha lavato i suoi piedi con le sue lacrime e li ha asciugati con i pani dei suoi capelli, adesso che si trova dinanzi al suo amore, è diventata una vera amante e ciò tanto più perché il Signore la rispetta. Egli ha un’opinione di lei, egli considera il suo incontro come un avvenimento che si svolge su due lati: amore si affretta incontro all’amore. Ella ama, si abbandona all’amore e trova l’amore di Dio. E poiché l’amore di Dio è redenzione ella viene redenta oltre ogni misura della sua speranza.

“Poi disse a lei: ‘Ti sono perdonati i tuoi peccati’”.
Adesso il Signore non parla più al fariseo, ma alla peccatrice. Il fariseo ascolta. Parole che non valgono per lui, ma per lei. Egli sente il messaggio compiuto della speranza. Le sono rimessi i peccati. Nei suoi confronti il Signore non ha bisogno di parlare dell’amore, il Signore parla del peccato. E’ come in una normale confessione ecclesiastica, dove tutta la luce entra a partire dall’assoluzione; eppure tutto è diverso: il pentimento, la confessione, la penitenza restano nella penombra e nella semioscurità, perché il vero agente è soltanto il Signore. La luce della grazia ammanta in qualche modo le colpe così che appaiano più perdonabili  e proprio là trova il Signore che tutto perdona. La totalità del suo peccato trova la totalità del suo perdono. E’ l’incontro serio, sobrio, efficace tra l’amore del Signore e il peccato del peccatore.

“Allora i commensali cominciarono a dire tra sé: ‘Chi è quest’uomo che perdona anche i peccati?’”.
I commensali sono molto lontani dal profeta: essi sono venuti a contatto con il potere completo del Signore. Egli perdona i peccati. La risposta alla domanda dei presenti si libra nell’inafferrabile dell’incontro tra peccato e grazia, tra offesa e perdono, tra disperazione e speranza. Il profeta è scomparso: un profeta non può perdonare dei peccati. Questi invece ha il dono del perdono, il dono dell’amore.

“Ma egli disse alla donna: ‘La tua fede ti ha salvata: và in pace!’”.
Il Signore non si preoccupa dei pensieri dei commensali. In questo momento egli ha da fare con la credente Egli è completamente preso nella sua opera d’amore. La donna aveva percepito che lui era qui. Ed era venuta da lui, dal Presente. Si era abbandonata a lui come una penitente, tutto questo viene riconosciuto dal Signore come sua fede. Una fede che forse, all’inizio, era come una debole speranza in mezzo a un amore che cresce. Ma il Signore la riconosce come genuina, come appartenente alla verità del Padre suo, proveniente da ciò che collega il Figlio con il Padre e con lo Spirito: appartenenza eterna. Quest’amore è una fede che salva.
“Và in pace!”. E’ il licenziamento della donna per la sua nuova vita. In una vita che la speranza di Gesù accompagnerà, di essa lei ha sperimentato adesso il compimento. Ed è quella speranza che promette e assicura la sopravvivenza del suo incontro con lui.

Adrienne von Speyr segue…