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Festa di Sant'Eusebio 2018

31 luglio - 1 agosto 2018

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Orario estivo S. Messe festive da domenica 21 luglio 2018

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Calendario generale delle proposte dell'anno pastorale 2017-2018

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Perle in giro (e quarantotto)

perleVERSO LA SAPIENZA
Qualche tempo fa ho partecipato ad un raduno di formatori. La parola più frequentemente usata in quel contesto era “esperienza”. Tornavano spesso espressioni come: facciamo fare ai giovani esperienza, proponiamo un’esperienza forte. Mi sono chiesto come mai fosse invece assente la parola “sapienza”. E’ comprensibile che in epoca moderna “sapienza” sia una parola messa da parte, perché il nostro è un tempo caratterizzato dalla scienza e dalla logica, che ha imposto percorsi in cui si procedeva da una ipotesi, alla sua verifica sperimentale, fino alla successiva elaborazione teorica.La sapienza rimanda ad una conoscenza completamente diversa da quella teorica. Sarebbe uno sbaglio fatale confonderla con il possedere un sistema di saperi astratti. La sapienza è qualcosa di legato alla vita. Non semplicemente la conoscenza dei fenomeni della vita elencati uno di seguito all’altro, come potrebbe fare anche un sistema teorico, ma una penetrazione nel mistero della vita, nei suoi nessi non immediatamente visibili.  Alla sapienza si arriva attraverso una precisa riflessione sull’esperienza, non solo la propria, ma anche altrui. La vita è sempre concreta, come concreta è la memoria, il ricordo. La memoria infatti è una dimensione essenziale della persona, proprio a causa del suo indissolubile legame con la vita.

La sapienza comporta il fare un tesoro della propria memoria e nella propria memoria. La Bibbia è una memoria dei passi della vita così significativa da rimanere attraverso le generazioni.

L’uomo, per una caratteristica spirituale a lui propria, vorrebbe trattenere la vita. Come se volesse fissare, immortalare dei momenti, dei gesti, delle parole. O, al rovescio, come se volesse cancellarli, dimenticarli ad ogni costo. In entrambi i sensi, l’uomo sta combattendo con la memoria. Negare la memoria significa deviare, ferirsi in un modo così grave da far sorgere patologie. Ma anche il cercare di ricordare ad ogni costo è un modo per distruggersi. Tutto questo è un segno di come non si possa minimizzare l’importanza della memoria nella persona umana e di come occorra conoscere che cosa sia la verità della memoria, in che modo vivere la memoria nella sua verità, senza forzarla in ordine alle cose che non può dare, o senza tenerne conto. Ogni persona si trova tante volte di fronte ad una duplice tentazione: o quella di sforzarsi per dimenticare (e quante cose fa oggi l’uomo per far tacere i ricordi, per cancellare il passato) o quella di intendere la memoria come nostalgia, sforzarsi di recuperare il passato, di farlo ritornare, nella incapacità di staccarsene.

Rupnik6La memoria si dischiude nell’ anamnesis. Ed  è proprio questo il percorso da fare. L’ anamnesis designa una dimensione liturgica. La liturgia è tutta una anamnesis, celebrazione del passato e del futuro in un gesto presente. La preghiera centrale della messa si chiama appunto anamnesis: ricordo della vita di Cristo, della sua nascita, passione, morte, resurrezione, ascensione e venuta nella gloria. A questo si unisce il ricordo della Vergine, dei santi, dei morti, dei fedeli che partecipano al rito, cioè la vita della Chiesa attraverso la sua lunga storia. Tutto è compreso come una riunificazione di tempi diversi e una presenza della realtà significata. L’anamnesis è un memoriale perenne legato alla persona stessa di Cristo. Perciò è una memoria dove non ci ricordiamo da soli, ma ricordiamo insieme nell’amore di Cristo.

L’anamnesis è fondamentalmente un’azione dello Spirito Santo. La memoria si può salvare solo tramite l’azione dello Spirito Santo che la dischiude in una sinergia che la trasforma in liturgia: lo Spirito soffia dove vuole. L’anamnesis è una partecipazione alla memoria stessa di Dio. E quando Dio si ricorda, le cose esistono e Dio le fa partecipi all’uomo. Già nell’ Antico Testamento abbiamo una visione dell’ anamnesis come un partecipare dell’uomo ad un intervento di Dio. Il ricordo divino significa la fedeltà della Sua relazione con colui di cui si ricorda. Israele esclama al Signore: “Signore ricordati di me !” (1Sam 1,11). Dio si ricorda e noi rimaniamo nel legame con lui. L’anamnesis è un ricevere le cose che sono e che non sono passate. Nell’eucarestia siamo resi contemporanei e co-presenti alla morte e alla resurrezione di Cristo.

Capiamo ora meglio la differenza tra anamnesis, termine appunto liturgico, e il suo parallelo profano, nostalgia. Si prova nostalgia a causa di un passato che riteniamo irrimediabilmente perduto. L’anamnesis è un ricordo trasfigurato secondo gli occhi di Dio di un passato che non è perduto, ma che conserviamo nel suo senso vero unito a Colui che mantiene tutto nelle Sue mani. Quando un contadino ha incontrato san Francesco che piangeva nel bosco, gli ha chiesto perché piangesse. Lui ha risposto: perché hanno flagellato Cristo. Alla replica del contadino, che questo era successo molto tempo fa, Francesco ha risposto che lui lo vedeva in quel momento. Il santo è sempre contemporaneo a Cristo, perché è una memoria di Dio nella nostra storia.

mosaico1L’amore rimane per sempre, è l’unica realtà sconfinata e incorruttibile. Tutta l’arte della vita consiste allora nel saper avvolgere le cose e la propria vita nell’amore come unico ambito in cui le cose rimangono e la vita non scivola dalle mani. La sapienza sta dunque nel saper cogliere le cose che rimangono. Lo stolto si preoccupa delle cose che passano, che sono frivole, il sapiente guarda alle cose che non muoiono.  Ancora di più: la sapienza è far passare le cose dalla morte alla vita, dall’oblio all’anamnesis eterna. E san Giovanni dice che questo passaggio dalla morte alla vita avviene per mezzo dell’amore.

Cristo risorto appare ai discepoli a Gerusalemme e in Galilea, nei luoghi dove hanno vissuto insieme a Lui, mangiando con loro come mangiava prima della pasqua. Lo hanno riconosciuto dalle ferite. Ma se il Padre lo ha resuscitato dai morti, perché non gli ha guarito anche le ferite ? Proprio perché nell’ora della passione e della morte Cristo si è consegnato totalmente agli uomini, tutto ciò che è stato assorbito nell’amore rimane, passa nella vita eterna, perché l’amore non muore. Tutto ciò che è assunto dall’amore viene strappato alla morte. Nelle ferite di Cristo si cela il mistero di come salvare la propria vita. L’amore di Dio è un’eterna memoria.

La fede autentica porta necessariamente all’esperienza del perdono dei peccati. E’ chiaro che questa non la si può avere se ci si accosta a Dio solo attraverso un modo teorico, un percorso “culturale”, o semplicemente perché si è nati in un contesto cristiano, si è stati educati cristianamente, ecc. Anzi. Spesso, un fraintendimento del cristianesimo a questo livello rende la vita ingombra di illusioni e false certezze che irrigidiscono il cuore e danno una conoscenza che gonfia. Ma tante cose cambiano se si ha un’esperienza vera del perdono e della salvezza. Per impedire questa esperienza salutare che è la porta che dischiude alla fede autentica, relazionale, il mondo inganna l’uomo già dal punto di partenza, convincendolo che non esiste il peccato e che pertanto lui non è un peccatore.

Ma il peccato è una realtà che si comprende solo nell’ambito relazionale. Se la fede non è considerata come un rapporto esistenziale e personale con Dio in Gesù Cristo, il peccato perde tutto il suo significato e viene rimpiazzato da sostituti quali infrazione della legge, sbaglio, imperfezione,mancanza, influsso, condizionamento. Se dunque non si ha più una cultura relazionale, una cultura religiosa, la vera sapienza non trova il suo posto. Qualsiasi approccio alla vita spirituale che sia un approccio verso Dio, allo stesso tempo è anche un approccio verso la propria verità. E il punto di incontro è un punto di liberazione dal peccato e dalla morte. E’ un incontro nel quale l’uomo viene rigenerato, diviene capace di amare e pertanto di far passare la sua vita nell’amore di Dio. L’uomo riceve dallo Spirito Santo la grazia, perché l’amore di Dio lo possa attivamente guidare nei passi e nelle scelte concrete della vita.

Il perdono dei peccati è un’esperienza così totale che segna l’uomo in tutte le sue dimensioni. Diventa per lui l’esperienza fondante, come fu per Israele la liberazione dalla schiavitù dell’Egitto. E’ persino la chiave di lettura del Nuovo Testamento e dell’opera di Cristo. Così per ogni uomo il perdono dei peccati, che è liberazione dalla paura della morte, diventa l’inizio dell’intelligenza spirituale. Il rituale della Pasqua ebraica conserva addirittura attraverso i cibi il ricordo del gusto della schiavitù e della liberazione. Infatti, una vera conoscenza di Dio comporta un gusto preciso: non sono i ragionamenti del cervello che fanno conoscere il Signore e che ne conservano il ricordo, ma un gusto interiore. L’uomo è capace di gustare Dio con tutte le sue dimensioni e il suo intelletto spirituale può cogliere il sapore dell’amore di Dio. E poiché il peccato è una realtà concreta che permea la persona nel suo ambito relazionale fino alle propria fondamenta, quando l’uomo viene perdonato rinasce e al posto del peccato gusta la letizia dell’amore divino. Per questo è possibile avere una memoria. La memoria agisce attraverso la dimensione esperienziale.

Avere dei pensieri “spirituali”, ma non possedere alcuna intima cognizione di Dio nel vissuto, significa intraprendere una strada che condurrà alla delusione. Avere un’esperienza sicura di Dio quale è appunto quella del perdono, vuol dire cogliere per sempre il gusto dell’amore che permea anche il pensiero e il sentimento. Questo è l’inizio della sapienza. La sapienza diventa in questa maniera una storia d’amore tra l’uomo e Dio Gustate e vedete che il Signore è buono (Sal 33,9).

mosaico2Il cristiano progredisce nella vita spirituale ricordandosi. Infatti, uno degli imperativi ricorrenti nella Sacra Scrittura è : “ricordati”, “ricordati le meraviglie del Signore”, “ricordatevi i suoi prodigi”.  Nella Sacra Scrittura si parla di Dio anche in termini di profumo. Nel Cantico dei Cantici l’uomo si sente attirato dal profumo di Dio. Ciò vuol dire che bisogna memorizzare bene il profumo di Dio per poterlo riconoscere tra i profumi e gli odori del mondo, e in questo sta la sapienza. Il sapiente raccoglie ogni giorno una goccia dell’amore, ogni giorno mette da parte il grano della verità per preparare la festa e il banchetto finale.  Come una persona che fa sempre uso di un profumo, tanto da riconoscerlo molto bene anche in mezzo a molti altri, così il sapiente coglie ciò che è di Dio.

Per essere sapienti e saper vivere in maniera che la vita venga tutta assorbita nell’amore, bisogna cercare Dio nella propria storia; bisogna contemplare l’amore folle di Cristo che, come ha raggiunto te nel perdono, sta dietro a tutta l’umanità; bisogna lavarsi e santificarsi nella liturgia, cantare i salmi e ripetere la parola Dio in mezzo agli eventi, affinché si dischiuda il loro vero significato; bisogna amare la Scrittura, vegliare curvi sulla Scrittura e farsi qualche santo per amico. E soprattutto bisogna guardare agli altri con meraviglia, perché, se Dio ha salvato me e mi ha perdonato, quanto più salverà la persona che mi sta davanti.

La sapienza si può offuscare se si cerca di comprendere gli eventi, gli episodi, i sentimenti, i pensieri, le persone applicando qualche idea astratta. Non conviene leggere la vita alla luce di qualche teoria. Anche la storia, non solo personale, ma dei popoli, della Chiesa, non si legge solo con criteri storiografici. Tutto questo è molto utile, ma in un certo senso solo come cornice. Per comprendere la storia si dovrebbero leggere i cuori che in essa hanno deciso e determinato qualcosa, i cuori in cui si sono fatte le scelte. I fenomeni esterni dischiudono difficilmente tutto ciò che è successo nel profondo, quando si sono prese delle decisioni o quando si sono subite certe realtà. E per entrare nel cuore bisogna avere lo spirito Santo, senza il quale non si riesce a vedere con amore. Ad ogni altro sguardo il cuore rimane chiuso. Chi ascolta l’altro con un cuore che non ha più desideri per sé e che non cerca conferme e autoaffermazioni, vede come l’amore cerca lentamente di penetrare e salvare la persona che si ha davanti.

Marko Ivan Rupnik

“Bisogna cercare Dio nella propria storia, bisogna contemplare l’amore folle di Cristo”. In un momento di grande sofferenza, Giovanni della Croce, compose quella che viene definita una della più belle poesie mistiche di tutti i tempi: La Fonte – Canto dell’anima che gioisce di conoscere Dio attraverso la fede

Io conosco bene la notte che scaturisce e scorre,
benché sia notte.
Resta nascosta quell’eterna fonte, ma io ben so dov’è la sua dimora,
benché sia notte.
L’origine non so, poiché ne è priva, ma ogni origine so che ne deriva,
benché sia notte.
So che non può esistere cosa tanto bella, e che cieli e terra bevono da quella,
benché sia notte.
So bene che in lei non si ritrova il fondo, e che sondarla non può nessuno al mondo,
benché sia notte.
Il suo splendore non si oscura mai, e so che è la sorgente d’ogni luce,
benché sia notte.
So che le sue correnti traboccanti, inferni e cieli irrigano, e le genti,
benché sia notte.
La corrente che sgorga da questa fonte ben so quanto è capace e onnipotente,
benché sia notte.
La corrente che da queste due procede so che nessuna di quelle la precede,
benché sia notte.
Giace nascosta questa eterna fonte in questo vivo pane per dare a noi la vita,
benché sia notte.
Sta qui, chiamando le creature, che di quest’acqua si saziano, benché allo scuro,
perché ora è notte.
Questa fonte d’acqua viva cui anelo, in questo pane di vita io la vedo,
benché sia notte.

Rileggere la nostra storia, la nostra vita, con gli occhi di Dio …………benché sia notte !!

Teresadallesperienzaallasapienza