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La lettera del Vescovo:

a partire dalla lettera dello scorso anno traccia della lettera di quest'anno

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Perle in giro (e cinquantadue)

perladueC’E’ AMICIZIA E AMICIZIA!
Queste pagine nascono da un’emozione. Quella degli amici e delle amiche che nella vita sono fioriti: fiori selvatici lungo le strade, miele selvaggio di boschi e di deserti. Ma anche dall’emozione suscitata in me da una espressione di Bonhoeffer “non smarrire la polifonia dell’esistenza” che si è fissata, molti anni fa, uno scoglio del mio oceano interiore e non mi ha più lasciato. Questo piccolo libro nasce inoltre da una consuetudine amorosa, lunga ormai trent’anni, con monaci e trovadori. Non vuole essere un ulteriore scritto sull’amore cortese, ma sull’amicizia amorosa, per leggere in altro modo le donne e gli uomini e il loro incontro, dove anche il corpo possa ritrovare la sua eccellenza, senza venir ridotto a strumento del piacere dei sensi, e senza d’altra parte essere semplicemente negato. Ma cosa avrà mai da dire sull’amore d’amicizia e su una vita da vivere in pienezza un monaco del 1100 ? Non dovrebbe, un frate, assumere un atteggiamento distaccato dalle gioie di questo mondo per dedicarsi interamente alla ricerca di Dio ? E da una monaca di clausura non ci aspetteremmo saggezza mistica più che conoscenze nell’arte di amare ?

Simone il fariseo fu profeta inconsapevole, quella sera, quando una donna venne in casa sua con un vasetto di olio profumato e unse i piedi di Gesù: “Se costui fosse un profeta, saprebbe chi e che specie di donna è colei che lo tocca”. Essere toccati è uno degli accadimenti più emozionanti e importanti della vita: colui che ti ha toccato nell’intimo, anche una sola volta, resterà tra i tuoi profeti. Chi ti tocca è entrato in te, ormai lo ospiti in casa, traccia solchi lavora il tuo terreno, estirpa radici, porta semi, sollecita e risveglia le sorgenti della vita. Soltanto quelli che ti toccano sono in grado di cambiarti la vita. L’amico è amico perché ti tocca, disarmato e disarmante. Là dove puoi lasciarti toccare dall’altro e toccarlo, lì puoi dire di essere te stesso, avendo lasciato cadere ogni maschera. Questo è il miracolo da implorare sempre: qualcuno che sappia toccare il cuore.

Questo è il sogno di Dio: che nessuno sia solo nella vita e che nessuna casa sia senza festa del cuore. Nessuno sia senza “attaccamento”, questo bisogno proprio dell’uomo di condividere la vita emotiva con altre persone, attraverso relazioni intime e stabili, attraverso disponibilità e affidabilità. In queste relazioni Dio ti sfiora, ti tocca. Lo fa in un giorno in cui sei così ubriaco di gioia e di amore da dire, alle creature che ami, parole totali, assolute e che si vogliono eterne; oppure in un giorno di lacrime, nell’abbraccio dell’amico, o quando nel deserto di giorni sempre uguali sei sorpreso dal nuovo, dall’inaudito. Queste pagine si rivolgono a uomini e donne che cercano l’integrazione di umano e spirituale, di fede e affettività, l’armonia difficile e possibile di maschile e femminile. Sono per chi cerca nella storia dello spirito altri sentieri, forse rimasti celati sotto traccia, filoni profondi e non evidenti della storia della Chiesa; sono per chi non si accontenta delle letture ufficiali, per chi ama la poesia e la libertà di cuore. E non ha paura della passione.

1.    Nell’epoca in cui l’Occidente, tra il XII e il XIII secolo, “inventa” l’amore moderno, così come oggi è inteso, santi come Francesco e, prima ancora, Bernardo di Chiaravalle portano un contributo determinante alla comprensione dell’amore d’amicizia: quando all’orizzonte della loro vita entrano, gloriosamente e gioiosamente, delle donne, sanno esprimere, come nessun altro, i riti dell’amore d’amicizia; lo sanno interpretare come bellezza ed enigma dell’uomo e della donna; sanno gustarlo con animo adulto e fanciullo insieme.

Tra il XII e il XIII secolo si verifica una delle più grandi conquiste nel campo dei diritti umani: per la prima volta nell’Europa cristiana viene richiesto ufficialmente il consenso della donna per il matrimonio. Bernardo di Chiaravalle, il predicatore di crociate, è anche il “seduttore della Borgogna” : colui che scrive la Regola monastica per i monaci guerrieri, i temibili Cavalieri del Tempio, i più efficienti soldati dell’epoca, scrive anche struggenti lettere d’affetto a Ermengarda. Colui che fa venire duchi e regine al suo monastero, devia e allunga i suoi viaggi di ministero solo per poter incontrare la sua amica Ermengarda.

Francesco d’Assisi morente chiama al suo fianco l’amica che non ti aspetteresti. Perché “andare per amici” partendo da santi e monaci ? Dovrebbe essere un limite, a priori. Invece i grandi monaci, i santi poeti, propongono un nuovo progetto di umanità. Da loro affiora una pienezza del vivere, la bellezza di un cuore plurale, dove umanità e santità coincidono. Se l’amicizia tra uomo e donna – che sia al contempo appassionata, fedele e libera dal retaggio dell’atto sessuale – sembra quasi irrealizzabile, proprio in questo punto di connessione tra amore e sessualità i monaci poeti possono portare un annuncio alternativo, una parola che viene da altrove, all’uomo e alla donna d’oggi. Ogni vivente nasce come persona appassionata, e quel malinteso spirito religioso che ci spinge a negare le nostre passioni inaridisce le sorgenti della vita e rende molti cristiani dei predicatori di cose morte. Bisogna non tanto soffocare, ma convertire le passioni; non raggelare, ma liberare i desideri per desiderare Dio. Soltanto chi ama la vita è sensibile al richiamo del Vangelo: “Sono venuto perché abbiano la vita e l’abbiano in abbondanza”.
Ami la vita ?
Sì, amo la vita.
Allora hai fatto metà del cammino. F. Dostoevskij, I fratelli Karamazov

La santità non consiste in una passione spenta, ma in una passione convertita. Dio non è presente dove è assente il cuore. E non ci interessa un divino che non faccia fiorire l’umano. Dio non copre tutte le gamme d’onda del nostro cuore. L’amore di Dio non risponde a tutte le dimensioni del cuore dell’uomo, neppure del cuore del monaco. C’è una estensione delle capacità amanti dell’uomo, alla quale Dio non pretende di essere unico, geloso sbocco. Infatti Gesù offre tre oggetti dell’amore, diversi e non in concorrenza tra loro: ama Dio, ama il tuo prossimo, come ami te stesso. La polifonia, appunto, dell’amore. Polifonia è un termine che nasce da un insieme di cose complete e non diminuite.

L’espressione “polifonia dell’esistenza” è stata coniata da Bonhoeffer in una lettera a un amico: Il rischio implicito in ogni grande amore è quello di smarrire la polifonia dell’esistenza. Voglio dire che Dio e la sua eternità pretendono di essere amati dal profondo del cuore; senza però che l’amore terreno ne venga danneggiato o indebolito. Anche nella Bibbia c’è infatti il Cantico dei cantici, e non si può veramente pensare amore più caldo, sensuale, ardente di quello di cui esso parla (7,6!); è davvero una bella cosa che appartenga alla Bibbia, alla faccia di tutti coloro per i quali lo specifico cristiano consisterebbe nella moderazione delle passioni…..l’uno e l’altro sono “indivisi eppure distinti”, come lo sono la natura divina e la natura umana di Cristo. Solo quando ci troviamo in questa polifonia la vita è totale, e contemporaneamente sappiamo che non può succedere nulla di funesto.Forse diventerà più facile sopportare molte cose, in questi giorni di vita insieme e in quelli della separazione che probabilmente verranno.

L’amicizia è un paradosso spirituale che avvicina a Dio avvicinandoti a un cuore. Che ti rivela a te stesso: solo con l’amico puoi permetterti la totale libertà. L’amicizia, lo stare con l’amico o l’amica, è una rivelazione dell’innocenza e dell’eterna infanzia di Dio. Un uomo vale quanto vale il suo cuore. Dio viene portando pienezza d’umanità. Ogni evento amoroso, afferma Bernardo di Chiaravalle, è decretato dal cielo. L’amore non si merita, si accoglie. E’ il divino che viene e fa fiorire l’umano. “allora vedresti quale profondo amore il dito di Dio ha inciso per te nel mio cuore”. Non è diminuendo l’umano che in noi cresce il divino. E’ vero esattamente il contrario: più umanità equivale a più divinità. Solamente chi cerca vita troverà Dio. E solo chi troverà Dio troverà anche vita in pienezza. E’ solo l’amore che apre la via della trascendenza sulla terra. La vita monastica è in fondo una storia d’amore vissuta verso un Dio di cui non vedi il volto, che spesso neppure percepisci. I cercatori di Dio non sono tuttavia degli analfabeti sentimentali ! La loro storia non può e non deve essere letta solo con uno sguardo superficiale e distratto, come una vicenda solo spirituale o solo terrena: è la storia di un cuore di carne cui Dio ha fatto una proposta impossibile. L’anima nella sua nudità crea relazioni che toccano davvero l’altro, genera autentico incontro, perché non vuole né sedurre né conquistare.

“Io so che tu piangi perché non mi puoi vedere. Non disperarti, il fatto che tu pianga è assolutamente normale. Un’anima nuda non può di fronte a un’altra anima nuda vivere la stessa emozione, la stessa intensità prodotte dal fatto di guardarsi negli occhi e vedersi nel volto” (Giovanni Crisostomo).

Stare con l’amico è esperienza che da sola basta a riscattare i giorni oscuri, a redimere ore vuote o amare, “Gesù ne scelse dodici perché stessero con lui”  e poi, solo dopo, solo dopo l’esperienza di aver fatto casa insieme, dopo la costruzione di un legame che è la verità dell’uomo, li manda predicare. Ma a due a due. Senza cose, ma non senza un amico. Un bastone per appoggiarvi la stanchezza, un amico per appoggiarvi il cuore. Una delle affermazioni di Bernardo : “Ego humanum non nego” (non rinnego ciò che è umano) mostra come sia ben lontano dal sentirsi in colpa perché nasce un affetto particolare. Anzi, il monaco sa che camminando attraverso l’umano troverà Dio. Sa bene che le nostre relazioni sono l’invenzione con cui Dio ci ama e ci insegna l’amore.

2.    Diversamente dai luoghi comuni, la vera amica di Francesco d’Assisi non è Chiara. Quella che lui desidera accanto, che manda a chiamare quando sente vicino “il fine della vita mia”, l’amica che spesso l’ha accolto in casa sua, quella dei piatti speciali, per la quale viene anche sospesa la clausura, è Iacopa dei Settesoli, una nobile romana, vedova di Graziano Frangipani. A lei è indirizzata l’ultima lettera dell’uomo Francesco, per lei l’ultimo scritto del santo. Santità e umanità coincidono. I santi sono la proposta di nuove ipotesi di umanità. Francesco muore in mezzo ai suoi fratelli, ma tra i molti volti cerca un volto assente. Cerca un volto la cui tenerezza ha smosso in lui melodie che ancora risuonano, e che nessun altro ha saputo suonare, un volto che ancora con la sua sola presenza gli restituisce “grande allegrezza e consolazione”. Nel momento supremo della vita ogni uomo cerca la mano e gli occhi delle persone che gli hanno dato più vita. Sono l’estremo viatico per varcare l’ultima soglia. Francesco sa di morire e vuole che sorella morte lo colga ben vivo; convoca allora, insieme ai fratelli, anche l’amica attorno al suo letto: convoca l’amicizia, sorgente di vita.

La morte è il momento della piena maturità, quando tutto è compiuto, completato, quando il sole è al colmo. E l’amicizia è segno che si è attinta la pienezza della vita. L’amore è ciò che rimane quando non resta più nulla. Abbiamo tutti una memoria al fondo di noi stessi, quando sale dal fondo della notte come un canto lontano, l’assicurazione che al di là di tutto, al di là persino della gioia e della pena, della nascita e della morte, esiste uno spazio che nulla soppianta, più forte di tutte le minacce, che non corre alcun rischio di distruzione, uno spazio intatto, quello dell’amore che ha fondato il nostro essere. Iacopa ha portato il panno di cilicio in cui avvolgere il corpo per la sepoltura, i ceri e i “mostaccioli”, dolcetti di miele e mandorle, dei quali Francesco ha confessato con semplicità il desiderio. Con l’amica egli può permettersi un tenerissimo momento di debolezza e di verità umana insieme: “portami quei biscotti con i quali ti prendevi cura di me, con cui mi hai curato tante volte a Roma”. Una preghiera che l’amica aveva già esaudito, prima ancora che le giungesse all’orecchio, perché l’amore sa anticipare i desideri dell’amato, perché nessuno ti conosce così a fondo come l’amico.

Perché l’amicizia custodisce con cura piccoli segreti, piccole consuetudini delicate e sorridenti, che più che rivelare una debolezza, recano la memoria di giorni condivisi, sono la memoria della vita. Non dei biscotti ha desiderio Francesco, ma della mano che li porge. Neppure della mano ha bisogno, ma del cuore che guida la mano. Così Francesco non è dei ceri o del panno di cilicio che ha bisogno: i suoi frati possono provvedere a queste necessità minori. Egli ha bisogno di avere accanto Iacopa, perché l’amicizia è una sorgente di vita, perché l’amica è come un sacramento che trasmette grazia, che aggiunge pienezza a pienezza, per una pienezza del vivere e insieme morire. Nella Bibbia la discriminante non è tra vivere o morire, tra vincere o perdere, ma tra esistere affidati a Qualcuno, oppure esistere affidati esclusivamente alle cure di se stessi. Francesco chiede piccole, delicate cure per il corpo, perché esso è come uno strumento che deve ancora suonare altrove. Dopo la morte di Francesco, Iacopa è accompagnata presso la salma: “Ponendole fra le braccia il corpo dell’amico, il vicario esclama: ‘Ecco, stringi da morto colui che hai amato da vivo’”. Quando il corpo non è più quello di prima, quando è pacificato dalla morte, può avere le carezze mai avute. Ci sarà un tempo in cui tutti “i baci non dati saranno dati”. Chi scende ad Assisi alla tomba del santo, in una nicchia di fronte a Francesco, nella penombra, può sfiorare con le dita l’urna di Iacopa dei Settesoli, che aveva meritato il privilegio di “essere amata di un amore speciale”.

3.   Teresa di Gesù, l’energica riformatrice della vita claustrale del XVI secolo, viene comunemente associata all’amicizia con Giovanni della Croce, come lei mistico, poeta, carmelitano, riformatore. Il loro scambio umano e spirituale è senza dubbio determinante per entrambi. Dal punto di vista affettivo Teresa ha vissuto un rapporto intenso e coinvolgente con altri amici, tra i quali spicca il padre Girolamo Gracian. Teresa prega e rivolge a Dio una supplica umanissima e audace: “Concedetemi di essere amata da molti”. La donna di clausura eleva a Dio la domanda più universale, confessa il sogno primitivo della creatura, la prima parabola tracciata da Dio stesso nella creazione: bisogno d’amore.

Come indica il Vangelo, che al carisma dell’abbandono, del lasciare tutto, del cuore unificato, fa corrispondere un proliferare di vita, un centuplo, un vero e proprio inno alla vita. Si tratta di mostrare che è possibile amare senza possedere. Il desiderio di essere amati da molti sale dalle profondità dell’essere, vibra in sintonia con le attese non dette, trema nell’ansia della risposta. E’ il germogliare della radice biblica: l’uomo non è creato semplicemente a immagine di Dio, ma di più, a immagine della Trinità.

Tutti cerchiamo negli occhi dell’altro l’evidenza che esistiamo, la certezza che sappiamo amare, che siamo capaci di relazioni vere, la garanzia che per qualcuno contiamo qualcosa, che meritiamo attenzione, interesse, forse amore. Chi invece è solo è portato perfino a dubitare di se stesso.

L’amico non ti condanna, ma neppure ti assolve incondizionatamente. Ti sta vicino, cammina con te, non per un miglio o due, ma per tutta la notte, fino a che tu non abbia più paura. L’amico diviene per l’amico “una salvezza che gli cammina a fianco”. Amare una persona significa accettare in se stessi la debolezza dell’altro, e portarla: così ha fatto Gesù, facendosi peccato per noi. Nello sguardo dell’amico hai la conferma che esisti, che sai amare, che sei amato. L’amico è colui che sollecita amorevolmente l’espressione più profonda di noi stessi. Attraverso l’amico ci accorgiamo che diventa più facile entrare in contatto con la parte di noi inespressa o nascosta, soprattutto con l’area più o meno consapevole di ciò che chiamiamo desiderio o forza creativa di vita, che ognuno porta in sé. Con l’amico vinci la paura di conoscere te stesso; e di conoscerti nella totalità, nel tuo cuore d’ombra e nei tuoi semi di luce, nei cammini tortuosi e nelle strade di sole. Questa conoscenza un giorno ti permetterà di scoprire e di vivere il tuo destino più segreto.

 Ermes Ronchi

“I baci non dati”, edizione Paoline

Un poeta narra che : “Un uomo arriva in paradiso. Chiede a un angelo di mostrargli la strada che i suoi passi hanno disegnato sulla terra. Per curiosità. Per infantile desiderio di vedere e di sapere. Niente di più semplice, dice l’angelo, vai verso la finestra e guarda. L’uomo accosta il viso al vetro e contempla le orme dei suoi passi sulla terra, dall’infanzia fino al suo ultimo respiro. Una cosa lo colpisce: a volte le orme non ci sono più. A volte la strada si interrompe e riprende solo molto più lontano. Quelle assenze, dice l’angelo, corrispondono ai giorni in cui la tua vita era troppo pesante perché tu la potessi portare. Allora ti prendevo in braccio, fino al giorno dopo, quando ritornava la gioia – e con lei le forze.” Un angelo che ci prende in braccio per aiutarci a superare quei giorni in cui la vita è troppo pesante da portare da soli : è il buon Dio che li mette sul nostro cammino. “Un poco e non mi vedete più; un poco ancora  e mi vedrete” allora saremo come “….quel discepolo che Gesù amava, colui che nella cena si era chinato sul suo petto …..” e  sentiremo il battito del suo cuore.

Teresa

Mi permetto di aggiungere al commento di Teresa Un testo originale che si può capire solo alla luce di quello Spirito che agisce in uomini e donne e li rende capaci di amarsi, senza prendersi, senza possesso. La presenza tra di loro del Signore vivo rende l’amicizia ancora più bella e grande. E’ proprio vero che in Dio nulla è perso, tutto si ricompone, prende un valore nuova. Quando c’è di mezzo “il terzo”, si costituisce sulla terra la Trinità di amore che sarebbe di per sé prerogativa di Dio ma che ora è partecipata anche a noi. E’ quando c’è di mezzo la Trinità non ci sono paragoni, è come quel denaro dato ai lavoratori della vigna: hanno ricevuto il Tutto.

don Norberto