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Pellegrinaggio Sotto il Monte e Madonna del Bosco

Presenza delle reliquie di San Giovanni XXIII (Papa Giovanni) nel suo paese natale - 6 giugno 2018

Programma

QUATTRO MARTEDI' nel tempo di pasqua

PRIMO INCONTRO -Martedì 10 aprile 2018 ore 21.00 - Guida don Giuseppe -Oratorio di Luvinate

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Pellegrinaggio a Lourdes con i malati UNITALSI

IN PULMAN 23 - 29 maggio 2018 / IN AEREO 24 - 28 maggio 2018

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VERSO IL SINODO DEI GIOVANI

Terra Santa - 18/19enni e giovani - 3-10 agosto 2018

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Calendario annuale

Calendario generale delle proposte dell'anno pastorale 2017-2018

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Perle in giro (e cinquantanove)

perladueDOVE E QUANDO NASCE IL CARMELO
Saggezza è sentire il soffio della vita ….. gioia è muoversi e danzare seguendone il ritmo.
La spiritualità carmelitana è un modo di vivere che esprime libertà. Radicato nell’esperienza dei Padri e delle Madri del deserto che cercarono Dio nella solitudine, è avvicinabile da molte anime e capace di entrare in sintonia con gli approcci più diversi. Il suo obiettivo primario consiste nel trovare il modo di pregare che porta più vicini a Dio. Era il tempo delle Crociate, quando un piccolo gruppo di eremiti salì sul santo monte Carmelo, a nord della Palestina, e vi stabilì la propri dimora. Questi cercatori di Dio avevano scovato una piccola valle – Wadi es Siah – solitaria e riparata, con una splendida vista sul mare, non molto lontano dall’odierna città di Akko, dove attraccavano le navi crociate. Era una terra fertile, in grado di soddisfare tutti i bisogni primari. La valle era lontana dalle principali vie di comunicazione e l’ambiente custodiva le antiche memorie dell’Antico testamento e del grande profeta Elia, che su quel monte aveva sconfitto gli idoli di Baal e annunciato l’onnipotenza del Dio di Israele. La conquista di Gerusalemme, ad opera dell’esercito crociato nel 1091, aveva determinato un impeto di devozione e interesse per l’umanità di Cristo e per la storicità di quel Gesù di Nazaret, che aveva camminato sui sentieri della Palestina, predicando lungo i suoi fiumi e i pendii delle sue dolci colline. Una nuova curiosità si era destata per quella terra …là gli occhi di Gesù avevano contemplato, in primavera, le distese di anemoni e i gigli dei campi della pianura di Esdrelon. Proprio in quella terra, il Salvatore aveva percorso le strade di Gerusalemme, aveva pregato al tempio e là era stato inchiodato ad una croce nei pressi del Calvario. Il desiderio di vedere era desiderio di venerare: a Betlemme si sarebbe potuta onorare la grotta della natività. E poi, a Nazaret, i pellegrini cristiani avrebbero potuto percorrere con lo sguardo quegli stessi orizzonti che Gesù aveva amato … il monte Carmelo, le alture retrostanti e il blu intenso del mare, poco lontano. Nella Bibbia, il monte Carmelo era sinonimo di fertilità e di bellezza; la vegetazione era lussureggiante e i vigneti generosi di frutti. Quando la Palestina fu per un certo periodo nelle mani dei cristiani, si moltiplicarono i fedeli ansiosi di vedere quei territori che erano diventati sacri, perché calpestati dai passi del Figlio di Dio. Molti di loro decisero di lasciarsi tutto alle spalle, di partire per la Terra Santa e, una volta giunti a destinazione, di non ritornare più in Europa. Scelsero l’eremitaggio e si ritirarono a pregare in solitudine nei pressi del fiume Giordano, nel deserto della Giudea, alle porte di Betlemme, nei dintorni di Nazaret e di Gerusalemme, ai piedi del monte Carmelo e del Tabor. Alcuni erano pellegrini, che erano finalmente riusciti a realizzare il sogno di una vita, ponendo fine alle loro fantasticherie; altri erano crociati, i quali, partiti con nobilissimi ideali, erano rimasti sconvolti e intimamente feriti dalla violenza, dal sangue, dagli stupri e dai saccheggi a cui avevano dovuto assistere. Dopo aver giurato fedeltà ad un “signore della guerra” avevano finito per votarsi al Principe della Pace. Quella terra che erano venuti a liberare era diventata il “tempio” della loro preghiera. Quando gli eserciti furono gradualmente respinti dalle forze dei Saraceni, gli eremiti che si erano stabiliti intorno a Gerusalemme e in Giudea furono costretti a fuggire verso nord, verso il Carmelo e nei pressi della città di Akko, che erano ancora sotto dominio crociato. Là trovarono altri eremiti, che risiedevano in quei luoghi già da molti anni, e si unirono a loro. Finirono per diventare un eterogeneo assembramento di individui provenienti da vari paesi, Scandinavia, Francia, Inghilterra, Italia, Cipro … Erano pellegrini, viaggiatori, crociati …ciascuno con la propria storia, la propria razza e il proprio retaggio culturale. Erano consapevoli di essere eredi di una lunghissima tradizione spirituale che, nei secoli, aveva visto uomini e donne ritirarsi nel deserto per dedicarsi a Dio solo, lontano dalle seduzioni di una società corrotta e malvagia. A differenza dei grandi ordini monastici, questi eremiti vivevano in solitudine ritrovandosi, di tanto in tanto, in piccoli gruppi per darsi gli uni gli altri conforto materiale e spirituale. Pregavano per la maggior parte della giornata in prossimità delle loro celle e vivevano in povertà e solitudine, coltivando un piccolo orto per i loro frugalissimi pasti, intrecciando cesti di vimini e stuoie, e tenendosi in contatto per darsi sostegno in caso di bisogno o di malattia. Era una vita libera, che non aveva altro vincolo se non quello con Cristo, nella preghiera continua, nella recita del salterio, nelle semplici occupazioni quotidiane. Gli eremiti del monte Carmelo guardavano ad Elia come al loro patrono e modello, ispirati proprio dal luogo dove avevano scelto di trascorrere i loro giorni. A dire il vero, Elia era sempre stato invocato come il precursore di tutti coloro che avevano fatto scelta monastica o di vita anacoretica, così come Giovanni Battista, anche lui eremita del deserto, veniva considerato Precursore del Signore Gesù. Fu fra la fine del XII secolo e gli inizi del XIII che questo nugolo di eremiti si stanziò sul monte. Questi solitari erano anche devotissimi a Maria. La santa Vergine, infatti, era stata invocata fin dalle origini della cristianità come madre, regina e compagna. Modello ideale di donna, aveva ispirato negli ideali cavallereschi e feudali uno speciale riguardo verso tutto ciò che era legato al genio femminile e alla femminilità. Dal 1209 al 1214 gli eremiti del monte Carmelo si prodigarono per ottenere dal Patriarca di Gerusalemme, Alberto di Avogadro (allora residente ad Akko), una Regola che orientasse lo stile della loro vita eremitica e che potesse essere trasmessa ai monaci loro successori. Alberto li accontentò scrivendo una Regola in forma di lettera, che li esortava a perseverare nella preghiera e a meditare giorno e notte la Legge del Signore nella solitudine delle celle. Essi avrebbero eletto un priore e gli avrebbero promesso obbedienza. Avrebbero dovuto costruire una piccola cappella per la Messa quotidiana e avrebbero dovuto tenere almeno un incontro settimanale fra loro. Tutta la Regola di Alberto era impreziosita da citazioni scritturistiche e sapientemente concepita per offrire un modello di vita congeniale a coloro che desideravano offrire la propria vita al Signore in modo radicale. E’ nella Regola di Alberto che – in piena continuità con la tradizione più antica dei padri (e delle madri) del deserto – troviamo le radici della spiritualità carmelitana. Si tratta di una vita semplice, di profonda comunione con Cristo, fondata sulla parola di Dio e fortemente radicata nella devozione alla Terra Santa e al monte Carmelo. Non esiste, dunque, per l’ordina carmelitano un fondatore chiaramente riconoscibile come per i benedettini, i francescani, i domenicani e i gesuiti; si deve invece parlare di un gruppo di fondatori anonimi. Ma forse sta proprio qui la forza del Carmelo. C’è un’ampiezza e larghezza di prospettive nella spiritualità carmelitana, che la rende avvicinabile da molte anime e capace di entrare in sintonia con gli approcci più diversi. Il Carmelo è per tutti, e non certo per una ristretta élite. Il numero degli anacoreti cresceva …. mentre la presenza dell’esercito europeo cristiano si indeboliva. Alcuni eremiti decisero di lasciare la Palestina e di fare ritorno alle loro terre d’origine. Un primo gruppo si diresse in Inghilterra nel 1240 e si stabilì a Aylesford nel Kent e presso Hulne nella zona del Northumberland. Ma una Regola di vita concepita per un clima caldo non poteva durare a lungo in Europa senza opportuni aggiustamenti. Una scelta avrebbe potuto essere quella di condividere il regime di vita degli ordini monastici di quei luoghi; un’altra possibilità era quella di unirsi agli ordini mendicanti di san Francesco e san Domenico. I fratelli giunti dal monte Carmelo scelsero questa seconda alternativa, ma la adattarono sulla scorta della propria esperienza spirituale e delle proprie tradizioni; nei fondamenti, lo spirito del Carmelo rimase lo stesso; solitudine, preghiera continua, vicinanza fraterna alla gente comune e riferimento alle due grandi figure di Elia di Maria. Qui monaci si resero conto che il Carmelo era sì un monte, ma anche una spiritualità …., compresero che questa spiritualità non poteva più essere legata ad un “luogo fisico” o ad una rigida interpretazione, ma che doveva essere adattata al contesto di nuove situazioni, proprio come, fin dai primi tempi, sul sacro monte Carmelo, le persone più diverse – monaci, eremiti, contemplativi, fratelli e sorelle dediti all’apostolato, uomini e donne laici – avevano trovato il modo di condividere lo stesso afflato. Alcuni nomi di giganti di questa spiritualità sono molto noti: Teresa d’Avila, Teresa di Lisieux …. Ma accanto ad essi c’è una folla infinita di “santi” anonimi (fin dai primi eremiti), che abbracciarono con entusiasmo lo stesso spirito di preghiera, che trovarono ispirazione nelle icone bibliche di Elia e di Maria e che furono orgogliosi di contribuire, nei modi più diversi, alla santità della Chiesa in un fervore di gioiosa semplicità. Molti pensano che la vita carmelitana sia austera e severa, che richieda alla persona uno sforzo superiore a quello che la media delle persone è in grado di sostenere. Certo, non si può negare che ogni autentica spiritualità evangelica chiede una esclusiva dedizione alla sequela di Cristo. Ma Gesù stesso accolse le persone così com’erano (e non come avrebbero dovuto essere), e le invitò ad unirsi a Lui, ad accogliere e diffondere la Buona Notizia del regno. Durante l’Ultima Cena promise di rimanere con loro con il dono dello Spirito e restare nel cuore di tutti coloro che lo avrebbero amato amando il prossimo: chiunque avrebbe portato frutto nella propria vita se fosse rimasto unito a Lui. Propose a tutti questo ideale d’amore, che avrebbe dovuto incarnarsi nei differenti stati di vita delle persone. Allo stesso modo, anche la spiritualità carmelitana avrebbe assunto forme e realizzazioni diverse, anche se lo spirito di preghiera e di intimità profonda con Cristo era la radice della tradizione a cui attingere costantemente. Ciascuno avrebbe messo, comunque, la propria originale impronta sull’interpretazione del cammino e dell’eredità carmelitana. In questo libro, conosceremo il tesoro di dottrina e di spiritualità dei carmelitani attraverso l’incontro con sei diversi protagonisti, che lasciarono tutti un segno particolare sulla storia dell’ordine: Simone di Inghilterra (Simone Stock), fratel Lorenzo, Teresa d’Avila, Giovanni della Croce, Teresa di Lisieux e Elisabetta della Trinità. Ognuno di loro ci spiegherà cosa ha voluto dire vivere e pregare all’interno della grande famiglia carmelitana. Per questo motivo ho voluto che ciascuno di loro parlasse in prima persona, condividendo con il lettore ciò che di più prezioso il Carmelo ha regalato alla loro vita. Essi, inoltre, ci diranno che cosa può ancora oggi offrire questa spiritualità a coloro che li considerano maestri. Sono guide sul sentiero della preghiera, il sentiero che tutti dobbiamo percorrere per vedere il Volto del Signore e gustare la sua intima amicizia.

Elisabeth Ruth Obbard, Monaca carmelitana

  Parla Teresa d’Avila: “Sono convinta, profondamente convinta, che il dono più grande che una persona può fare a Cristo e alla Chiesa è di essere una persona di preghiera . Infatti, attraverso la preghiera entriamo in relazione con Dio, e solo Dio può farci santi. Ho speso tutta la mia lunga vita ad insegnare alle persone a pregare, incluse le mie sorelle. Dio lavora in modo diverso a seconda delle persone e dei caratteri. La mia esperienza mi ha mostrato che nessuno può avanzare nel cammino spirituale finché non comprende che la preghiera è l’unica via che conduce a Dio. Il motto del Carmelo è il grido di Elia: ‘Sono pieno di zelo per il Signore’. E’ diventato anche il mio motto, e l’ho applicato in modo particolare alla vita di preghiera. La preghiera è la speciale missione del Carmelo nella Chiesa e nel mondo”.

Teresapregarevivere