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La lettera del Vescovo:

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Un monaco in una operazione

puntinarossaUN CORPO CONSEGNATO
Da un amico monaco mi arriva questa riflessione a proposito di un particolare momento di malattia. Chiesto a lui il permesso di pubblicarlo, lo faccio.        don Norberto

Si vede spesso nei film, ci raggiunge nel profondo attraverso la vita di chi ci è caro, ci sfiora nella mente per quando sarà, se sarà, il nostro turno: come vivere l’ora in cui noi, nel nostro corpo, io, nel mio corpo sono affidato indifeso alle mani di un altro? Tanto più io che del mio corpo non ho fatto dono ad un altro corpo?

Più volte ci ho pensato, chiedendo, a me stesso prima e a Dio poi, di poter vivere quel momento, se fosse mai venuto, con abbandono, consegnando la mia persona e la mia intimità senza resistenza o rifiuto, senza paura o vergogna. Mai immaginando che tale momento sarebbe giunto e mai prevedendone mentalmente come. Ed ecco che il 29 settembre dello scorso anno, ne parlo solo ora perché è stato necessario un lungo tempo per prenderne sufficiente coscienza, questo momento è giunto, con una certa sorpresa, ma senza apprensione o paura.

Non parlo del corpo affidato alle mani esperte di un chirurgo che taglia, apre, controlla, ripara il cuore e lo rimette al suo posto e alla fine richiude lasciando il segno esteriore di questo passaggio, una lunga e mai integrata cicatrice: ormai sono sotto anestesia e quanto avviene, sebbene sia ricordato da tutte le cellule, sfugge alla presa della coscienza cosciente. Riguardo a questo momento c’è stata certo la consapevolezza che, nonostante tutte le rassicurazioni benevole di medici, infermieri, amici, il passo può essere fatale, senza ritorno, e un addio alla vita, dopo magari averne fatto un sommario bilancio, va pur detto.

Parlo piuttosto di quei momenti preparativi e di quelli seguenti al risveglio, in cui tu ci sei, io ci sono! Infermieri che preparano il tuo corpo, il mio corpo lavandolo, depilandolo, coprendolo e scoprendolo in una apparente libertà, in una stringente necessità; infermiere che lavano un corpo indebolito da anestesia, intervento, farmaci, che si prendono cura di pulire, di preparare al ritorno in reparto, al ritorno alla vita di relazione e curano che la barba sia tagliata, i capelli pettinati, il viso pulito, le tracce dell’intervento tolte fin dove possibile e in ogni dettaglio. E tu, e io, oggetto che nulla posso dire in contrario senza alla fine rinnegare il corpo stesso e in ultima analisi me stesso.

Tu non rimani più, io non rimango più padrone della mia persona in quanto espressa nel corpo, ora consegnato alle mani delicate o grossolane dell’altro: e come riprenderne possesso e restarne pur sempre padrone? Non padrone che può disporre, ma … Forse padrone perché decide una consegna? Perché ringrazia l’altro che si è fatto padrone del tuo corpo per il tuo bene?
L’esperienza di quelle ore, poche più di quelle di una giornata, rimane per me di un valore immenso, un segno di una possibile rinascita già in età avanzata, il momento di una nuova figliolanza, più consapevole e grata della prima, stupendosi nell’intimo di riconoscere e addirittura dichiarare allo stupore dell’altro: “L’ultima che mi ha fatto ciò che lei sta facendo è stata mia madre!”.

E sei di nuovo figlio nel corpo consegnato! E chiederei ora a…, tante volte attenta uditrice di segreti: “Non è forse questo il morire?”

Un monaco