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La lettera del Vescovo:

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Perle in giro (e sessantuno)

perladueLA SALVEZZA DEI NOSTRI LIMITI
Quante ferite ci portiamo dentro, quante sostanze impure ci inabitano? Limiti, debolezze, peccati, incapacità, inadeguatezze, fragilità psico- fisiche. E quante ferite nei nostri rapporti interpersonali? La questione fondamentale per noi sarà sempre: cosa ne facciamo? Come le viviamo? La sola via d’uscita è avvolgere le nostre ferite con quella sostanza cicatrizzante che è l’amore.L’alternativa è quella di coltivare risentimenti verso gli altri per le loro debolezze, e tormentare noi stessi con continui e devastanti sensi di colpa per ciò che non dovremmo essere e per ciò che non dovremmo provare.

L’idea che spesso ci portiamo dentro è che dovremmo essere in un altro modo; che, per essere accettati da noi stessi, dagli altri e da Dio, non dovremmo avere dentro di noi quelle impurità indecenti. Ma questo è impossibile, e anche qualora ci considerassimo tali, ciò non significherebbe che non siamo mai stati feriti, ma solo che non lo riconosciamo, non riusciamo ad accettarlo, che non abbiamo saputo perdonarci e perdonare, comprendere e trasformare il dolore in amore; e saremmo semplicemente poveri e terribilmente vuoti.

Squizzato1E’ fondamentale giungere a comprendere l’importanza – in noi e fuori di noi, nelle nostre relazioni – della presenza dei limiti, delle ferite, delle zone d’ombra; capire, alla luce del messaggio evangelico, che tutto ciò che del nostro ed altrui mondo interiore è segnato dall’ombra e dal limite, è l’unica nostra ricchezza, e che proprio lì è possibile fare esperienza della nostra salvezza. Insomma, che non vi è nulla dentro di noi che meriti di essere gettato via.

Se cominciamo a ragionare in questo modo, vuol dire che s’è compiuta in noi la vera conversione, la metànoia evangelica: abbiamo fatto nostro un pensiero “altro”, ovvero siamo finalmente giunti a non pensare più chela “purezza”, l’assenza di debolezza e di peccato, siano la nostra salvezza, ma proprio il contrario. La salvezza, la santità, sarà finalmente renderci conto della nostra verità, ovvero che siamo feriti, limitati, fragili, ma al contempo oggetto dell’amore “folle” di un Dio che – proprio perché siamo fatti così – viene a visitarci e ad inabitarci.

La santità ha così poco a vedere con la perfezione che ne è l’assoluto contrario. La perfezione è la viziata sorella minore della morte. La santità è il gusto forte della vita così com’è – una capacità infantile di rallegrarsi di ciò che è, senza chiedere nient’altro (Christian Bobin).

Il Vangelo rivela continuamente che tutto ciò che ha il sapore del limite racchiude in sé anche la possibilità del suo compimento. Gesù dice a ciascuno di noi: “Ama quella parte di te che non vorresti avere.” Con insistenza il Vangelo ci esorta a “mettere nel mezzo” il nostro limite e la nostra fragilità. Mettere nel mezzo le nostre zone d’ombra vuol dire riconoscere da una parte la loro esistenza, e dall’altra che esse, dinanzi alla resurrezione di Cristo, non sono l’ultima parola sulla nostra umanità. Dobbiamo deciderci se optare per la forza o per la debolezza.

La nostra inadeguatezza, la nostra debolezza, è una forza più grande di ogni altra, poiché ha la forza stessa di Dio: “Quando sono debole, è allora che sono forte”.  Questa verità dovrebbe tornare al centro del nostro vivere cristiano. Come già detto, nei Vangeli al centro della scena vi è sempre l’uomo nella sua malattia, nel suo essere ferito, debole e fragile. Dobbiamo recuperare la realtà del limite e riconciliarci con essa. Noi esistiamo solo in quanto limitati. Siamo nati e moriremo, per cui siamo limitati nel tempo. Abbiamo un corpo i cui contorni definiscono il nostro confine col mondo circostante, e questo ci dice che siamo limitati nello spazio. Vorremmo essere capaci di amare di più, relazionarci in modo differente, ma ogni giorno facciamo la dura esperienza di “essere fatti così” (ciascuno ha la sua storia, la sua struttura psicologica, il suo carattere,le sue malattie interiori ….): siamo limitati nell’amore.

Per non parlare del limite dell’altro, che in quanto altro da noi non ci permette di essere quello che vorremmo, per cui lo percepiamo come limitante. L’alterità, dentro e fuori di noi, frustra il nostro desiderio di “come dovrebbero essere le cose”, eppure c’è e non dobbiamo ignorarla. L’alterità, quando fa paura, assume il nome di nemico. E il nemico va sempre combattuto e possibilmente distrutto.

Christian Bobin scrive: “Non sono mai stato molto portato per gli esami. Non che fossi un cattivo alunno, come si suol dire. Quando indovinavo cosa ci si aspettava da me, allora lo davo.  Facevo dell’arte di apprendere un’arte davvero sottile dell’offerta: bisogna dare all’altro ciò che egli si aspetta, non ciò che auspicate per voi. Ciò che spera, non ciò che siete. Perché ciò che spera, non è mai ciò che siete, è sempre un’altra cosa. Ho imparato molto presto, dunque, a dare quello che non avevo”.

L’uomo è uno splendido attore. Il dramma che recita è vivere secondo quello che gli altri si aspettano da lui e non secondo ciò che è in grado di compiere realmente la sua storia, ovvero la verità. Il problema è che l’altro attende da noi sempre qualche cosa di diverso da ciò che siamo; questo comporta inevitabilmente dare e manifestare sempre quello che non abbiamo e che, alla fine, non siamo. La questione sarà sempre apparire agli altri perfetti, non macchiati da limiti o fragilità, ovvero vivere attraverso quelle performance che essi s’aspettano da noi e che ci rendono ben accetti, ben voluti. Amati.

Questo lo impariamo sin da piccoli verso i genitori, per poi viverlo con gli insegnanti, gli educatori, i datori di lavoro, il proprio partner, noi stessi e Dio. Ma non si può vivere una vita così; non si può resistere in un continuo sforzo di mostrarsi adatti, performanti, perfetti, per rassicurare gli altri al fine di far loro piacere.

Il dramma per noi cristiani e di essere performanti anche dinanzi a Dio. Abbiamo fatto del cristianesimo la religione del “tendere al perfezionismo morale” – confondendolo con la santità -, come se fosse l’unica condizione per ottenere l’amore di Dio e i suoi doni. Ma l’unico dono che Dio potrà concedermi non sarà altro che se stesso, ovvero: Amore, perdono e misericordia. E tutto questo potrà donarmelo solo quando mi riconoscerò necessitante di amore, peccatore e misero.

Squizzato2La salvezza per noi giungerà non quando avremo sconfitto le nostre miserie, ma quando cominceremo a vivere nella verità di noi stessi ad accettarci cioè con le nostre fragilità. Noi siamo le nostre imperfezioni, le nostre ferite, i nostri peccati. Non siamo altro, anche se magari lo desideriamo, anche se ci nascondiamo dietro a delle maschere e recitiamo copioni che non ci competono.

Il Vangelo è una scuola di realismo. Gesù è venuto a toglierci le maschere di teatranti, perché siamo finalmente liberi di essere noi stessi, a costo di apparire inadatti e folli agli occhi del mondo. Avviciniamoci alla Scrittura. La Parola di Dio è l’antidoto al veleno pericolosissimo che ci portiamo dentro e che lentamente ci uccide: l’idea di perfezione. La Parola di Dio parte sempre da situazioni imperfette, così che la Bibbia sembra un inno alla fragilità e alla debolezza. Senza limite e senza conflitto non c’è storia. Esistiamo solo grazie alle tensioni e ai limiti che sperimentiamo continuamente, grazie al confronto con punti di vista e caratteri diversi.

L’ostacolo è la condizione perché la luce possa manifestarsi; l’attrito è la condizione perché un movimento sensato possa verificarsi; il peccato è la condizione perché Dio possa rivelarsi nei miei confronti per quello che è: misericordia! Togliendo il limite, non c’è più l’uomo e non c’è più Dio.

La perfezione per noi sarà riuscire ad accettare le nostre parti più malate e a farle stare insieme con quelle più sane. Quello che siamo oggi è quello che abbiamo vissuto nella nostra infanzia. Noi siamo le ferite che ci sono state inferte, gli abusi subiti, le devianze vissute, con tutto il resto di splendido che ci portiamo dentro. Perché mutilarci, perché rifiutare alcuni aspetti di noi? Significherebbe rinnegare noi stessi. Va da sé che raggiungeremo la santità, non quando tutto questo mondo umbratile che ci portiamo dentro scomparirà, ma quando in tutto questo sperimenteremo la presenza di Dio che viene a farci visita e a manifestarci il suo amore.

Si sa che il diamante e il carbone sono costituiti chimicamente dalla stessa materia, ma con una diversa struttura fisica. La differenza risiede nel fatto che il diamante permette alla luce di attraversarlo, il carbone no. Quest’ultimo praticamente non vale nulla, mentre il primo ha un valore immenso. A noi deciderci se essere diamanti, la cui unica ricchezza consiste nel farci attraversare dalla luce di un Altro, o poveri pezzi di carbone che impediscono alla luce di attraversarli e sono destinati solo ad essere bruciati.

Il Dio che ci viene presentato nella Bibbia è un Dio familiare, ovvero un Dio che ama manifestarsi in contesti dove si vivono le relazioni più forti, familiari appunto. Egli è il Dio di Adamo ed Eva, di Abramo e Sara, di Isacco e Rebecca, di Giacobbe, Lia e Rachele. E, si sa, queste famiglie luogo di rivelazione di Dio non sono certo modello di “perfezione”, anzi! Ogni famiglia partorisce figli “malati”: Caino elimina Abele, Giacobbe prevale su Esaù con l’inganno, i figli di Giacobbe odiano Giuseppe sino a venderlo ai mercanti e così via.

Il nostro Dio si manifesta in questi contesti naturalmente imperfetti e, soprattutto, non interviene per risolvere i problemi. Il Dio della Rivelazione entra dentro alle storie ferite e fallite per condurre avanti la “sua” storia di salvezza. Una storia di salvezza che utilizza materiale che per gli uomini sarà sempre di scarto, mentre ai suoi occhi è prezioso e indispensabile, per quanto possa essere malato.

Se ci Lasciassimo raggiungere dalla Rivelazione di Dio, se imparassimo finalmente a mettere al centro la sua Parola, ci riconcilieremmo con le parti più indegne di noi, con Dio e con gli altri, cessando finalmente di sentirci inadeguati. Dio è soltanto Amore e perdono, e ha bisogno di raggiungere il nostro limite, il nostro peccato, per realizzare il suo progetto d’amore per noi.

Si narra che, alla fine della vita, san Girolamo – il Padre della Chiesa che tradusse per primo la Bibbia in latino – pregò con queste parole: “O Dio, io ti ho offerto la traduzione della Bibbia e non ti basta; ti ho dato la mia vita missionaria e non ti basta; ti ho offerto la mia vita di prete e non ti basta; ti ho dato la mia preghiera e non ti basta; cos’altro vuoi da me ?” E Dio rispose: “Dammi il tuo peccato, perché io ti possa perdonare”

Paolo Squizzato

Amerai il tuo prossimo come te stesso” (Mt 22,39)
Vi do un comandamento nuovo: che vi amiate gli uni gli altri. Come io ho amato voi, così amatevi anche voi gli uni gli altri” (Gv 13,34)

Sono due passi del Vangelo molto simili perché esprimono l’amore di Dio ma, nel vangelo di Giovanni, il comandamento cambia, perché, come dice l’evangelista, è “nuovo” : amare come Dio ha amato noi e non come amiamo noi stessi! Il comandamento di Giovanni è il comandamento del discepolo che ha vissuto la vera trasformazione della grazia

Credo che il Male non abbia limiti, che la sofferenza che a volte ci viene inferta non abbia mai fine e ci si ritrova a far scorrere l’album dei ricordi, delle vecchie foto sin dai tempi in cui la storia ha avuto inizio, magari nella speranza di trovare una risposta, un senso. Ed è proprio tra quelle pagine che prende vita il “comandamento nuovo”, quello del discepolo che Lui amava ed è quello che ci permette di scrivere il nostro album dei ricordi, quello che lasceremo di noi a chi, in futuro, lo sfoglierà!

“Da questo tutti sapranno che siete miei discepoli”
Non è facile ma non è impossibile perché nulla è impossibile a Dio

Un principio basilare per il nostro percorso di vita è: “Non farti condizionare dagli altri. Non farti prescrivere dagli altri che strada devi percorrere. Vai per la tua strada. Diventa te stesso. Scopri la forma autentica e incontaminata che il Signore ti ha attribuito. E abbi il coraggio di vivere l’aspetto originario di te stesso. Chi eri prima che i tuoi genitori ti educassero ? Chi eri in Dio prima di nascere ?”. Rammentati il tuo nucleo divino. Se entri in contatto con esso, puoi percorrere in libertà la tua strada (Anselm Grun)

TeresaElogioimperfezione