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Pellegrinaggio Sotto il Monte e Madonna del Bosco

Presenza delle reliquie di San Giovanni XXIII (Papa Giovanni) nel suo paese natale - 6 giugno 2018

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QUATTRO MARTEDI' nel tempo di pasqua

PRIMO INCONTRO -Martedì 10 aprile 2018 ore 21.00 - Guida don Giuseppe -Oratorio di Luvinate

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Pellegrinaggio a Lourdes con i malati UNITALSI

IN PULMAN 23 - 29 maggio 2018 / IN AEREO 24 - 28 maggio 2018

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VERSO IL SINODO DEI GIOVANI

Terra Santa - 18/19enni e giovani - 3-10 agosto 2018

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Calendario generale delle proposte dell'anno pastorale 2017-2018

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Qualcosa da perdere

puntinarossaAbbiamo ricevuto un breve scritto da don Luca che per tre mesi è stato tra noi e ora, tornato a Parigi, sta concludendo i suoi studi. Intervento che è pubblicato sulla rivista del seminario “la Fiaccola” e che possiamo qui anticipare. Una riflessione dai luoghi toccati dal terrore e dai recenti attentati.

Nessuna pretesa di portare lumi d’Oltralpe sul dramma mondiale del terrorismo: il problema è veramente complesso e tutti annaspiamo nell’abbordarlo, il che è ancor più drammatico per chi è stato direttamente toccato dalla strage. Moltissimi, qui a Parigi, conoscono una vittima o qualcuno che era nei luoghi degli attentati del 13 novembre. Tuttavia, ammettere l’impossibilità di una spiegazione esaustiva non significa la paralisi nella paura, né l’afasia. Ascoltando la gente della mia parrocchia, un’attitudine (minoritaria) mi è parsa promettente: quella che legge i fatti come sprone al cambiamento sociale e personale. Gesù stesso proponeva di reagire così ai fatti orribili del suo tempo. In quel tempo, si presentarono alcuni a riferire a Gesù il fatto di quei Galilei, il cui sangue Pilato aveva fatto scorrere insieme a quello dei loro sacrifici. Prendendo la parola, Gesù disse loro: «Credete che quei Galilei fossero più peccatori di tutti i Galilei, per aver subìto tale sorte? No, io vi dico, ma se non vi convertite, perirete tutti allo stesso modo». (Lc 13). Provo allora a tessere le riflessioni raccolte da uomini, donne, giovani e adulti, mantenendo la prima persona plurale, per lasciare intendere una voce di popolo.

Sulle prime, la reazione musclée di Hollande ha fatto l’unanimità, rafforzando il sentimento d’identità nazionale: il tricolore si è riaffermato come patrimonio collettivo, anche se meno trionfalmente che dopo Charlie Hebdo. Stavolta il dramma ha toccato proprio nell’intimo e la reazione è stata meno vivace a livello popolare. Comunque, la scelta di bombardare è lontana dall’essere ottimale, poiché a pagarne il prezzo più salato sono sempre i civili. È una risposta insufficiente, in fondo miope, che si muove sullo stesso registro degli attacchi subiti: a violenza si è risposto con violenza, e neanche nel modo tatticamente più efficace. Ora, la risposta politica e militare è necessaria, ma lo è altrettanto quella umana e civile: la questione non sarà mai unicamente di reagire agli attacchi, ma di prevenirli, rendendo la nostra società più accogliente, vivibile, amabile. Chi arriva a farsi esplodere veramente non ha più niente da perdere: non sarebbe per lo meno conveniente fargli assaggiare una società dove c’è un vero spazio anche per lui? Nella quale, uccidendo e uccidendosi, perderebbe qualcosa? Diamogli quelque chose à perdre! Il nostro ideale di umanità, di società non permette forse di andare un filo più lontano della reazione che cerca solo di distruggere o di arginare il nemico? Occorre poi chiedersi, personalmente, cosa sono disposto a perdere perché anche chi è diverso da me viva.

È illusorio credere di poter identificare il nemico fuori: il problema è di una generazione d’islamici francesi, cresciuti qui da noi, che si sta rivoltando e quanto accade è anche un dito puntato contro l’incoerenza della nostra società. Certo è parziale stigmatizzare Parigi come l’emblema della frivolezza, ma non possiamo continuare a sottostimare il disprezzo che generano certe attitudini della vita collettiva. Gli attentatori sono cresciuti in Francia e si tratta di giovani arrabbiati, manovrati da altri – con moventi politici, religiosi ed economici fortissimi – che sanno fomentare l’odio verso il malcostume della società occidentale nella sua decadenza. (Si può cogliere, però, anche una sintonia paradossale fra il paradiso promesso al kamikaze e il malcostume che attacca: uccidono allora per invidia? Per frustrazione?).

In ogni caso, questa gente ha trovato un motivo – assurdo, ma reale – per morire. E non l’ha trovato nei valori di égalité, liberté, fraternité per come noi li incarniamo. Forse perché non li incarniamo realmente? Perché non sappiamo offrire una visione di futuro? Assistiamo a una reazione – ingiustificabile – all’individualismo, alla mancanza di legame sociale e all’assenza dell’offerta di un mondo migliore in cui sperare. Il modello d’integrazione che proponiamo non tiene, è omologante, non riconosce veramente l’alterità, non arriva a fare sentire gli stranieri residenti in Francia membra vive della patria.

Fra i segni positivi che riconosciamo, c’è il movimento spontaneo d’aiuto che si è creato proprio nel momento degli attentati. Non c’è stata indifferenza: si è aperta la porta di casa per chi era nella zona, i taxisti hanno riaccompagnato la gente gratis. Parigi non è solo individualismo: esiste una capacità di compassione. Inoltre, l’obbligo di reagire a questi fatti atroci rende impellente un riconoscimento più lucido e concreto del fatto che l’Islam è qui. La laïcité che pretende di affermarsi nella forma del vuoto delle religioni è un’idiozia nazionale: come le altre religioni, l’Islam c’è e non può che esprimersi nella forma dell’appartenenza a una comunità. Allo Stato è chiesto di riconoscerlo e integrarlo. A noi cristiani forse è chiesto anche di aiutarlo a dirsi in verità. Perché è indubbio che la riforma dell’Islam avverrà unicamente se esso saprà fare autocritica, ma noi possiamo favorire questo processo. Molti musulmani, in effetti, sono profondamente rivoltati da ciò che succede in nome del loro Dio, ma il loro dolore è indicibile a causa dei pregiudizi esterni, delle divisioni interne. C’è bisogno di qualcuno tenda loro la mano perché lo possano esprimere, che mostri loro compassione, offrendo un luogo di ascolto senza giudizio, primo passo verso la possibilità di cambiare.

don Luca Castiglioni da Parigi