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Festa di Sant'Eusebio 2018

31 luglio - 1 agosto 2018

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Orario estivo S. Messe festive da domenica 21 luglio 2018

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Calendario generale delle proposte dell'anno pastorale 2017-2018

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Perle in giro (e sessantadue)

LA LUCE DELLA TERRAperladue
C’è qualcosa più forte dell’infelicità: è la speranza.
La speranza: è semplicemente il pensiero rinfrescante che esiste qualcos’altro oltre questo mondo. Nella sua modesta abitazione di Le Creusot, adeguatamente ubicata in una vecchia caserma dei pompieri costruita negli anni Cinquanta, Christian Bobin veglia per noi sul tesoro delle parole.Egli vive nella solitudine così particolare dei guardiani dei fari, dei custodi delle chiuse e dei casellanti, che hanno a disposizione gran parte del loro tempo, ma la cui professione concentra in brevi istanti la loro attenzione in modo sufficientemente intenso da impedire che si anneghi o che ci si faccia schiacciare. In quanto tale, la sua solitudine potrebbe sembrare egoista: essa, in realtà, è proporzionale all’attenzione quasi mostruosa che questo scrittore nutre nei confronti degli esseri viventi e delle cose. Conoscendo la gente meglio di chiunque altro, deve restarne distante, per non soccombere alla straordinaria empatia che gli impone il suo cuore. Non potendo sposare tutti, resta solo. Per capirlo, è sufficiente immaginare una persona che diventa tutto quello che vede.

Lydie Dattas

Ndr. Ogni capoverso rimanda a pensieri diversi presenti nel libro

Fin tanto che la persona è rinchiusa dentro di sé, non si irradia nulla o quasi; ma quando arriva ad esprimersi, è inimmaginabile lo splendore che c’è all’interno.

Per vedere bene una cosa, bisogna viverne il lutto. Occorre essere fuori dal mondo, dunque morti, per percepirlo bene. Nessuno farà un ritratto così preciso di un cortile da ricreazione come il bambino seduto in disparte, che non aspetta più nemmeno i genitori. Questo bambino, che può quasi descrivere con un gesto ciò che accade e persino ciò che non accade, ha la pretesa quasi modesta di dire le cose come sono nella misura stessa in cui ne prende le distanze. E’ chi si assenta che riesce meglio a parlare delle presenze. Egli non si lascia coinvolgere in nulla, ma proprio per questo vede meglio di chiunque altro. Ha una vista dalla precisione assoluta colui che fa partire il mondo dal raggio delle sue pupille. Ciò gli conferisce una vista da falco su tutto quello che può vedere.

Bobin1Quando ero un bambino piccolo, ho lasciato il mio corpo e sono entrato nei miei occhi. Ho sempre letto ciò che vedevo, e non soltanto nei libri. Se, con il tempo, si perde di tanto in tanto un decimo di vista, io, invece, ho talvolta l’impressione di acquistarne uno.  Non mi sono mai troppo interessato alle questioni del mondo. Trovavo orribile la sorte capitata agli altri e a me in quella vita. Mi ero già ritirato. Avevo un mondo interiore. Ero prigioniero dell’incredibile blu delle ortensie nel cortile della mia infanzia, di quel blu come mezzo slavato dalla pioggia. Provavo al contempo stupore e stanchezza per il fatto di essere al mondo. Di tanto in tanto predominava lo stupore, di tanto in tanto la stanchezza. Se ero così attirato dalla luce, è perché c’era un fondo di tenebre. Ero molto solitario, più abituato ai bambini che incontravo nei libri che non a quelli che vedevo per strada.

Quando scrivo, è come se non esistessi più. La maggior parte delle volte, il tempo ed io conduciamo una vita diversa: il tempo scorre sotto i miei occhi come un fiume, e nel frattempo io invecchio. In un certo senso, alla fine non avrò vissuto: avrò trascorso la mia vita a guardare la vita.

In questa vita o si è vergini, o se ne viene bruciati. O si sta ai bordi, o si sta al cuore. L’unico rischio è quello di stare un po’ a metà: è la società. O si viene gettati nel braciere o si è come bambini che non prendono nulla da questa vita perché possono conversare solo con le nuvole.

Tutti i bambini nascono in tempo di guerra e in una città in rovina. Non appena si nasce, si ricevono i detriti della vita. Appena nati, ci si ritrova sotto i tralicci elettrici dei rumori, delle conversazioni, del poco amore. L’unica possibilità sarebbe essere cresciuti da degli dei. E’ sbalorditivo vedere che alla nascita si capita in mani inesperte, tremanti, così poco sicure. Io non sono un’eccezione. Tutto, nella mia vita, scorre da una prima nota data. Ora, accade che questa nota è cupa.

La mia scrittura è come una scintilla che ha immediatamente una sua autonomia e che tuttavia proviene dall’urto dei materiali più pesanti e più neri che ci siano. Ciò che vivo di chiaro viene continuamente strappato al cupo, ricerco il mio amore sino agli inferi.

BobinQuando ero bambino, la notte era tutto intorno a me, ma talvolta il nero del mondo era attraversato da un raggio di luce: pur di non sprofondare in quella cupezza, mi ci aggrappavo come un matto.

I miei libri sono momenti particolari della mia vita. Emergono da uno sfondo taciturno, ma questi momenti d’eccezione mi portano al di là di ogni cosa. La scrittura viene sempre da fuori, mai da dentro.

Scrivere e vedere, è la stessa cosa, e per vedere ci vuole la luce. Il paradosso è che è possibile trovare un po’ di luce nel nero dell’inchiostro.  E’ come una notte sulla pagina, e tuttavia è proprio lì che si vede chiaro.

E’ quasi impossibile farsi un mantello di luce e d’amore in questa vita, e il mantello impeccabile dei santi, i santi hanno certamente dovuto pagarlo tremendamente caro, perché solo l’anima può vestirli, e l’anima, lei non ha prezzo. Sono i loro occhi puri e miti che li vestono, come se producessero tutta la seta del mondo. Per il loro mantello hanno pagato un prezzo inimmaginabile. Se ne parlano poco, è per via di una specie di profondissima delicatezza, per non pesare agli altri.

Se la gente cerca così poco la luce, è perché ciascuno di noi sa che il minimo dono non ha prezzo.

Ora, è quasi una sventura avere certi doni, …

Bisognerebbe gioire dell’esistenza dei santi, invece di averla in sospetto, anche se è noto che talvolta la Chiesa se ne è inventata qualcuna. Il dubbio è rispettabile e sempre auspicabile, ma qualche volta il pensiero non sa più che cosa dire perché si trova davanti a qualcosa che lo supera. Non avere fiducia nelle parole sante equivarrebbe a insultarne l’eroica grandezza.

La parola tristezza è simile a una boccetta di profumo molto costosa, senza prezzo: per lungo tempo non mi sono nemmeno avvicinato: avevo troppa paura che si rompesse e che il profumo impregnasse tutta la mia vita. Ora, però, non ho più questo timore. Quando ho cominciato il mio ultimo libro, ho pensato: “Sarà un libro estremamente triste, deprimerà la gente”. E questo mi ha fatto sorridere perché so che cosa ci si aspetta da me. Ma se oggi mi accosto alla notte, è per far valere ancor di più la luce. Tuttavia, i miei primi libri dicevano l’ombra e la luce insieme, ma in Più viva che mai, che racconta la morte di un essere caro, la morte è resa irreale. La sofferenza in me ha lungamente scritto in rosa: ho portato il reale verso il rosa, mi sono messo in uno stato di assenza di gravità, per soffrire meno. E’ come se avessi scavalcato il mio dolore chiudendo gli occhi per non vederlo, e ciò ha probabilmente permesso ai lettori di fare la stessa cosa e di attraversare l’impensabile. In realtà, quando ho assistito a quel funerale, ho vissuto un’esperienza quasi insostenibile: all’uscita di chiesa, c’era una campana che suonava. Non sapevo che si potesse fare tanto male all’aria. Come se la campana, per una specie di esperimento scientifico, avesse tolto l’aria fino all’asfissia. Oggi, non voglio più sottrarmi al dolore. Voglio scrivere e leggere libri che accompagnino realmente in questi momenti, senza eludere la sofferenza, libri che non mi tradiscano e che non rischino di coprire il rintocco a morto.

Non conosco apostoli del nulla se non per l’impostore. Quello che ci vogliono far credere oggi, ciò che proclama questa letteratura della notte, è che la verità sta sempre più dalla parte del male che del bene. Una convinzione come questa indica la scomparsa della persona. E’ una scomparsa molto più profonda della morte. Chi pensa che la verità stia dalla parte del male si siede molto profondamente nella poltrona del tempo andato e non ne uscirà presto. Chi vi si siede, non si fa rivedere più: può mettersi in bella mostra, brillare, avere successo, ma lui, lui non lo si rivede mai più.  Smette immediatamente di essere una persona.

La vita è una festa della propria scomparsa:la neve è come migliaia di parole d’amore che riceviamo e che si fonderanno,…..

BobinNei basamenti della Bibbia, simili alle fondamenta del cuore umano, c’è una persona e c’è un deserto. Questa persona si sottrae ad ogni legame conosciuto, e nel deserto lancia la voce verso qualcuno di molto più grande di lei, e lanciandola la ritrova. Questi profeti lanciavano la loro voce dal loro cuore sino al cielo in cui non si vede nulla. E’ folle sottrarsi alla propria gente per parlare a qualcuno di cui non vediamo il viso, ed è tuttavia quello che fa chiunque scriva veramente. La bontà, la bontà è semplice: per definizione non ne abbiamo. Essa non ha posto nel mondo. Quindi, quando c’è, è sempre un miracolo. Essa fa esplodere tutti i pensieri sdolcinati, convenzionali, al suo riguardo. L’intelligenza che essa ci dà, ci bagna avvolgendoci, ci cade sopra come un acquazzone primaverile ma rude. E’ una sorta di aureola. E’ una sorpresa immensa, mentre il male è da sempre incluso nel programma. Il male è il posto dei tenori, è la cosa più banale, ciò che mi aspetto da sempre. Mentre la bontà è un uccello che si è perduto fra gli ottoni e gli archi di questo brutto concerto, è la grande naturalezza del cuore che ogni volta giunge inattesa.

Si esce dal tempo solo con la bontà. Nella vita, si comincia con l’amare i propri genitori : è il cuore naturale, che è vitale. Ma in seguito deve arrivare un secondo cuore, invulnerabile e incorruttibile. E’ il cuore che ci dà Dio, ed è con questo cuore che parlava Cristo. Il cuore è ciò che in noi non sopporta il mondo. Quando leggo, è questo che cerco. Cerco qualcosa che non sia sporcato dal mondo.

Il centro è il cuore : è il più debole ma è anche invincibile. In effetti,  Cristo ha perduto e perderà sempre, ma è in virtù di questa stessa debolezza che egli trionfa, e questo trionfo non è quello del mondo.

E’ il fuoco che decide, il fuoco dello spirito, e passa dove vuole. Gli basta prendere della legna secca, ossia un cuore fermo. Del resto, Cristo non ha scritto nulla. La luce del mondo non viene dal mondo: viene dall’avvampare di questi cuori puri, invaghiti, più che di sé, della radicale semplicità del cielo azzurro,  di un gesto generoso, di una parola fresca. Non è unicamente questione di scrittura (sacra o non sacra) e mi spingerò fino al punto di dire che in questo campo certi illetterati possono avere una superiorità di visione sulla miope tribù dei letterati.

Quello che mi affascina del curato d’Ars, è che la grazia cada su un disgraziato, come se a un illetterato fosse conferito un prestigioso titolo accademico. Quello che mi sconvolge in Teresa di Lisieux, è il candore infantile con cui ella rimette senza esitare tutta la sua vita e tutto il suo cuore in mani che, forse, non esistono. Ella è un’eroina d’innocenza. Teresa ha giocato a campana con la sua vita, ha subito lanciato la piastrella in Paradiso ed è saltata sul cielo. E’ rimasta colpita dalla Grazia come da un incidente: quando la tubercolosi ha trasformato questo paradiso in un inferno, Teresa non si è ribellata. Ma, in un primo tempo, è stata guarita dal sorriso di una vergine di gesso di gusto decisamente convenzionale che, essendo una statua della Vergine, le ha riaperto le porte di un cielo che la morte si affrettava a chiudere. Lì, la mia biblioteca va completamente a pezzi, perché mi trovo davanti a un’innocenza fenomenale.

Credo all’incredibile. Credo all’incredibile purezza del dolore e della gioia di un cuore. Sono cose estremamente rare di una semplicità che strappa le lacrime.

Ciò in cui credo è sempre legato a un attaccamento e a una persona. In questa convinzione, sostengo qualcosa che mi sostiene a sua volta, e che continua a vibrare molto dopo la scomparsa degli esseri, come la luce delle stelle che continua a giungere sino a noi quando sono morte. Non potrò mai più offrire nulla a queste persone che sono morte, ma si continua a stringere un’alleanza. L’aldilà in cui credo, lo vedo qui ora, perché in un certo senso è qui che ha luogo tutto. Questo aldilà inghiotte tutto il tempo e lo supera.

E questo cosa cambia se domani mi dimostrano che non c’è risurrezione e che Cristo non è che uno dei tanti saggi, sia pur il più grande ? Ebbene, non cambia nulla, io non cambierò la mia vita né il mio modo di vedere, perché questa speranza fa talmente parte di me, come il colore dei miei occhi, che non potrei privarmene senza privarmi, nello stesso tempo, del respiro e dell’anima. In questo, mi trovo in qualcosa che è più immutabile della pietra.

Quando si ha Cristo, non si può più immaginare: si è sopraffatti dal reale.

 Sono pronto al fatto che i miei libri scompaiano tutti, e persino il prossimo, ad eccezione di questa frase: “La certezza un giorno di essere stato amato, fosse stata anche solo una volta, ed è il cuore che prende il volo definitivo nella luce”. Può darsi che mi venga tolto tutto, ma questa frase è scritta in me come nei miei libri.

Nei libri più grandi, è il cielo che romba nel linguaggio come un temporale. Ma è molto difficile sapere se si ama veramente Cristo quando si è stati circondati da questa cultura. Bisognerebbe mettere nuovamente tutto alla prova per sapere se il nostro amore per lui è vero. Mi sarebbe piaciuto che non mi parlasse nessuno di Cristo per poterlo riscoprire nei Vangeli. Allo stesso modo, ci sarà sempre qualcosa che mi mancherà perché so leggere: non vedrò mai più il mondo come lo vedrebbe un illetterato.

C’è qualcuno che possiede questa mescolanza critica di fermezza e di dolcezza, è Simone Weil. Basta avere un cuore per essere interi, ma si può avere l’intelligenza, la ricchezza, le conoscenze, la bellezza ed essere a pezzi. C’è una fotografia di Simone Weil in cui lei ha le spalle nude ed è molto bella. Nelle altre fotografie, questa bellezza non c’è. Ella ha spento lei stessa i fulgori della propria bellezza con l’intelligenza. Non ha voluto ingannare con il suo fascino, benché naturale. E’ l’effetto della verità. In lei la verità emerge ovunque: è per amore della verità che lei toglieva quello che la natura le aveva dato si scaltro per attirare. Lo trovo magnifico.

BobinQuasi sempre diamo alla bellezza un viso ingannatore, fuorviante. Sacrificando il lustro della sua bellezza fisica, ella è andata in modo precipitoso verso la bellezza dell’amore. Esce dal commercio dei corpi, si è tolta lei stessa dalla posizione poco invidiabile di essere desiderata. E lasciandosi morire di privazioni, ha realizzato pienamente il pensiero che le apparteneva e che la univa all’assoluto: “Amare nello stesso modo in cui uno smeraldo è verde”.

L’amore è la cosa più terribile. E’ come un bocca a bocca con Dio, come rianimare qualcosa. Nell’invisibile.

Amare è soprannaturale, o è un’esperienza mistica o non è nulla. E’ una mistica che può essere data a una piccola contadina come a un grande teologo.

La parola d’amore costruisce sempre come un piccolo convento in cui ha luogo la conversazione infinita.

Lo Spirito: è ciò che rende insopportabile in ciascuno di noi il mondo, e ciò che rende noi stessi insopportabili ogni volta che concediamo qualcosa a questo mondo.

In un certo senso, dirò che è una fortuna per lo Spirito il fatto che la società vada in perdizione e non si preoccupi più delle cose della sfera spirituale. Il pericolo più grande sarebbe, in effetti, che la società gli faccia posto. Le epoche in cui ciò che è religioso prosperava sono state forse le più pericolose per lui. Il mondo moderno, rispetto allo Spirito, ha una virtù di chiarezza: lo spirito e l’anima non hanno più nulla a che fare quaggiù.

E’ perché oggi tutto è perduto, che può finalmente avere inizio la risurrezione: tutto quello che era sacro è colpito come lo sono gli alberi dopo il passaggio di un vento nero.

La parola risurrezione trova un appoggio reale in questa perdita ormai quasi del tutto compiuta: nello stesso modo in cui l’assenza di un morto ci inonda della sua presenza e ce lo rende ancora più caro, sappiamo cos’è un albero quando lo scopriamo abbattuto e con il volto a terra.

Nel corso di una passeggiata al cimitero, ho visto su una tomba questa iscrizione: “Qui riposa tizio, in attesa un giorno della Risurrezione”. Questa frase era più dura della pietra sulla quale erano scolpite queste parole. Ciò mi fa pensare ai Vangeli. Quello che mi convince nella scena della tomba vuota, la mattina della Risurrezione, è che nessuno insiste troppo: gli evangelisti dedicano solo due righe al riguardo.

Dei falsificatori avrebbero scritto volumi interi sulla Risurrezione. Ci credo perché ci sono solo due righe. E’ strano che la cosa più importante figuri appena nei Vangeli. E’ la stessa stranezza che mi convince con Maria: ella ha avuto la grazia che le fosse annunciata la natura divina di suo figlio, e trent’anni dopo se ne è dimenticata: nella vita è proprio così. Ella è tornata alla sua funzione materna, si è rimessa seduta. Come chi, colpito da un fulmine, vede ormai solo la sottile frontiera del quotidiano.

Parlare di Risurrezione, significa entrare in un campo in cui tutte le parole iniziano a tremare. Sapendo di non sapere nulla, ciò mi risulta ancora più prezioso. In effetti è l’unico verbo di cui non conosco nulla, quasi per definizione. Dice una cosa che in un certo senso non esiste. E’ come una parola che cerchi di incarnarsi. Forse non potrò sapere nulla di questo verbo prima del mio annientamento, tuttavia mi chiedo se non sia possibile far vibrare il silenzio nel quale esso esplode e sul quale proietta una luce quasi atomica.

Ogni volta che si seppellisce qualcuno che amiamo, accade questo: a voi che siete in vita prendono un pezzo di voi stessi e lo gettano per terra. Concepire questo pensiero sino in fondo è quasi impossibile, perché è troppo straziante. Tuttavia, l’universo continua a darci consolazioni ed enigmi dolcissimi, ed è a essi che bisogna fare attenzione se non vogliamo morire di crepacuore. Ad esempio, nel Vangelo, le persone hanno un lavoro e questo è un mistero. Quando si riflette su questi eventi, su persone che lasciano il loro lavoro per seguire Cristo, ci si accorge che pescheranno anime esattamente come hanno pescato pesci, con la stessa accuratezza, come se quest’arte che fino a quel momento è servita loro solo per sfamarsi, fosse già propizia a farli vivere per sempre.

La vita spirituale non è forse null’altro che la vita materiale compiuta con cura, calma e pienezza: quando il panettiere svolge alla perfezione il suo lavoro di panettiere, Dio è nella panetteria. Il cielo, con Cristo, scende sulla terra un po’ più di quanto non faccia d’abitudine, e qui e là, grazie al lavoro dei cuori, trova il suo posto in un angolo, come se gli fosse stata preparata una nicchia nelle reti dei pescatori, o nelle anfore di vino o nelle ceste di pane.

Non ci sono spiegazioni, se non nell’invisibile. Credo solamente che, quando morirò, tutto l’amore vero che ho ricevuto e dato mi starà accanto.

Non so che libro scriverò domani, perché non so che uomo sarò. Per il momento vorrei che la mia vita fosse come un fiore che continua ad aprirsi, con un profumo sempre più grande.

Vorrei imparare a piangere, vorrei arrivare a capire sempre meno perché rifletterei sempre più, vorrei leggere libri che siano belli come un prato, e posare il mio sguardo sulla luce scritta, vorrei giungere alla morte più fresco di un neonato, e morire con la stupore dei neonati quando li si fa emergere dall’acqua.

Christian Bobin

Allora Gesù disse loro: “Ancora per poco tempo la luce è tra voi. Camminate mentre avete la luce, perché le tenebre non vi sorprendano; chi cammina nelle tenebre non sa dove va. Mentre avete la luce, credete nella luce, per diventare figli della luce”. Gesù disse loro queste cose, poi se ne andò e si nascose loro.

Chi crede in me, non crede in me ma in colui che mi ha mandato; chi vede me, vede colui che mi ha mandato. Io sono venuto nel mondo come luce, perché chiunque crede in me non rimanga nelle tenebre. 

TeresaLucedelmondo