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La lettera del Vescovo:

a partire dalla lettera dello scorso anno traccia della lettera di quest'anno

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Perle in giro (e sessantatre)

perladueLO SGUARDO DI FRANCESCO, IL PAPA
Gesù disse ancora questa parabola per alcuni che avevano l’intima presunzione di essere giusti e disprezzavano gli altri: “Due uomini salirono al tempio a pregare: uno era fariseo e l’altro pubblicano. Il fariseo, stando in piedi, pregava così tra sé: “O Dio, ti ringrazio perché non sono come gli altri uomini, ladri, ingiusti, adulteri, e neppure come questo pubblicano. Digiuno due volte alla settimana  e pago le decime di tutto quello che possiedo”. Il pubblicano invece, fermatosi a distanza, non osava nemmeno alzare gli occhi al cielo, ma si batteva il petto dicendo: “O Dio, abbi pietà di me peccatore”. Io vi dico: questi, a differenza dell’altro, tornò a casa sua giustificato, perché chiunque si esalta sarà umiliato, chi invece si umilia sarà esaltato”. 
Vangelo di Luca 18, 9-14

Tornielli1La mattina di domenica 17 marzo 2013 Francesco celebrava la sua prima messa con il popolo, dopo la sua elezione a Vescovo di Roma, avvenuta la sera del mercoledì precedente. La chiesa di Sant’Anna in Vaticano, che si trova a due passi dall’omonima porta d’ingresso nello Stato più piccolo del mondo e che ha funzioni di parrocchia per gli abitanti di Borgo Pio, era gremita di fedeli. Ero presente anch’io, insieme a qualche amico. Francesco tenne in quell’occasione la sua seconda omelia da Papa, parlando a braccio: “Il messaggio di Gesù è la misericordia. Per me, lo dico umilmente, è il messaggio più forte del Signore”.

Il Pontefice commentava il brano del Vangelo di Giovanni che parla dell’adultera, la donna che gli scribi e i farisei stavano per lapidare come prescritto dalla legge mosaica. Gesù le aveva salvato la vita. Aveva chiesto a chi fosse senza peccato di scagliare la prima pietra. Se n’erano andati tutti.  “Neanch’io ti condanno; và e d’ora in poi non peccare più”. (8,11)

Francesco, riferendosi agli scribi e ai farisei che avevano trascinato la donna da lapidare davanti al Nazareno, aveva detto: “Anche a noi, a volte, piace bastonare gli altri, condannare gli altri”. Il primo e unico passo richiesto per fare esperienza della misericordia, aggiungeva il Papa, è quello di riconoscersi bisognosi di misericordia, “Gesù è venuto per noi, quando noi riconosciamo che siamo peccatori”. Basta non imitare quel fariseo che stando davanti all’altare ringraziava Dio di non essere un peccatore “come tutti gli altri uomini”. Se siamo come quel fariseo, se ci crediamo giusti, “non conosciamo il cuore del Signore, e non avremo mai la gioia di sentire questa misericordia !” spiegava il nuovo Vescovo di Roma. Chi è abituato a giudicare gli altri dall’alto sentendosi a posto, chi è solito considerarsi giusto, buono e in regola, non avverte il bisogno di essere abbracciato e perdonato. E c’è invece chi lo avverte, ma pensa di essere irredimibile per il troppo male commesso.

Francesco aveva raccontato a questo proposito un dialogo con un uomo il quale, sentendosi rivolgere questa parola sulla misericordia, aveva risposto: “Oh, padre, se lei conoscesse la mia vita, non mi parlerebbe così ! Ne ho fatte di grosse!”. Questa era stata la risposta: “Meglio “ Vai da Gesù: a Lui piace se gli racconti queste cose! Lui si dimentica, Lui ha una capacità speciale per dimenticarsi. Si dimentica, ti bacia, ti abbraccia e ti dice soltanto: “Neanch’io ti condanno; và, e d’ora in poi non peccare più”. Soltanto quel consiglio ti dà. Se dopo un mese siamo nelle stesse condizioni ….. Torniamo dal Signore. Il Signore mai si stanca di perdonare: mai ! Siamo noi che ci stanchiamo di chiedergli perdono. Allora dobbiamo chiedere la grazia di non stancarci di chiedere perdono, perché Lui mai si stanca di perdonare”.

Da quella prima omelia di Francesco, che mi colpì particolarmente, emergeva la centralità del messaggio della misericordia che avrebbe caratterizzato questi primi anni di pontificato. Parole semplici e profonde. Il volto di una Chiesa che non rinfaccia agli uomini le loro fragilità e le loro ferite, ma le cura con la medicina della misericordia.

Viviamo in una società che ci abitua sempre meno a riconoscere le nostre responsabilità e a farcene carico: a sbagliare, infatti, sono sempre gli altri. Gli immorali sono sempre gli altri, le colpe sono sempre di qualcun altro, mai nostre. E viviamo talvolta anche l’esperienza di un certo clericalismo di ritorno, tutto intento a tracciare confini, a “regolarizzare” le vite delle persone attraverso l’imposizione di prerequisiti e divieti che appesantiscono il già faticoso vivere quotidiano. Un atteggiamento sempre pronto a condannare molto e molto meno ad accogliere. Sempre intento a giudicare, ma non a chinarsi con compassione sulle miserie dell’umanità. Il messaggio della misericordia – cuore di quella sorta di “prima enciclica” non scritta, ma contenuta nella breve omelia del nuovo Papa – abbatteva contemporaneamente entrambi i cliché.

Poco più di un anno dopo, il 7 aprile 2014, Francesco era tornato a  commentare lo stesso brano, durante la messa mattutina nella cappella della Casa Santa Marta, confessando la sua commozione per questa pagina evangelica: “Dio perdona non con un decreto, ma con una carezza”. E con la misericordia “Gesù va anche oltre la legge e perdona accarezzando le ferite dei nostri peccati”. “Le letture bibliche di oggi”, aveva spiegato il Papa, “ci parlano dell’adulterio”, che insieme alla bestemmia e all’idolatria era considerato “un peccato gravissimo nella legge di Mosè”, punito “con la pena di morte” per lapidazione. Nel passo tratto dall’ottavo capitolo di Giovanni il Papa faceva notare: “Incontriamo Gesù, seduto lì, tra tanta gente, che faceva il catechista, insegnava”. Poi “si avvicinarono gli scribi e i farisei con una donna che portavano avanti, forse con le mani legate, possiamo immaginare. E così la posero in mezzo e l’accusarono: ecco un’adultera!”. La loro è un’accusa pubblica. Il Vangelo racconta che fecero a Gesù una domanda: “Cosa dobbiamo fare con questa donna ? Tu ci parli di bontà, ma Mosè ci ha detto che dobbiamo ucciderla !”. “Dicevano questo”, aveva notato Francesco, “per metterlo alla prova, per avere il motivo di accusarlo”. Infatti, se Gesù avesse detto loro: “Sì, avanti con la lapidazione”, avrebbero avuto l’opportunità di dire alla gente: “E questo sarebbe il vostro maestro tanto buono ? Guarda cosa ha fatto a questa povera donna !”. Se invece Gesù avesse detto: “No, poveretta, bisogna perdonarla !”, ecco che potevano accusarlo “di non compiere la Legge”.

Il loro unico obiettivo, spiegava ancora papa Bergoglio, era “mettere alla prova, tendere una trappola” a Gesù. “A loro non importava della donna; non importava degli adulteri”. Anzi, “forse alcuni di loro stessi erano adulteri”. Ed ecco allora che Gesù, il quale voleva “rimanere solo con la donna e parlare al suo cuore”, risponde: “Chi di voi è senza peccato getti per primo la pietra contro di lei”. E “il popolo se n’era andato lentamente” dopo aver sentito quelle parole. “Il Vangelo, con una certa ironia, dice che tutti se ne andarono, uno per uno, cominciando dai più anziani: si vede che nella banca del cielo avevano un bel conto corrente contro di loro!”. Arriva dunque il momento “di Gesù confessore”. Rimane “solo con la donna”, che resta “là in mezzo”. Intanto “Gesù era chinato e scriveva col dito sulla polvere della terra. Alcuni esegeti dicono che Gesù scriveva i peccati di questi scribi e farisei”, ma “forse è un’immaginazione”. Poi “si alzò e guardò” la donna, che era “piena di vergogna, e le disse: donna, dove sono ? Nessuno ti ha condannata ? Siamo soli, tu e io. Tu davanti a Dio. Senza accuse, senza chiacchiere: tu e Dio”.

La donna – aveva osservato ancora Francesco in quell’omelia – non si proclama vittima di “una falsa accusa”, non si difende affermando: “Io non ho commesso adulterio”. No, “lei riconosce il suo peccato” e a Gesù risponde: “Nessuno, Signore, mi ha condannata”. A sua volta Gesù le dice: “Neanch’io ti condanno, và e d’ora in poi non peccare più”. Dunque, concludeva Francesco: “Gesù perdona. Ma qui c’è qualcosa di più del perdono. Perché come confessore Gesù va oltre la Legge”. Infatti, “la Legge sanciva che lei dovesse essere punita”. Oltretutto Gesù “era puro e avrebbe potuto gettare per primo la pietra”.Ma il Cristo “va oltre. Non le dice: non è peccato l’adulterio, ma non la condanna con la Legge” Proprio questo è “il mistero della misericordia di Gesù”.

Gesù per “fare misericordia” va oltre “la Legge che comanda la lapidazione”. Tanto che dice alla donna di andare in pace. “La misericordia, spiegava in quella predica mattutina il Vescovo di Roma, “è qualcosa di difficile da capire: non cancella i peccati”, perché a cancellare i peccati “è il perdono di Dio”. Ma “la misericordia è il modo con cui Dio perdona”. Perché “Gesù poteva dire: io ti perdono, vai! Come ha detto a quel paralitico: i tuoi peccati sono perdonati !”. Nel caso dell’adultera “Gesù va oltre e consiglia alla donna di non peccare più. E qui si vede l’atteggiamento misericordioso di Gesù: difende il peccatore dai nemici, difende il peccatore da una condanna giusta”.

Andreatornielli2Questo, aveva aggiunto Francesco, “vale anche per noi”. “Quanti di noi forse meriterebbero una condanna! E sarebbe anche giusta. Ma Lui perdona!” Come? “Con la misericordia che non cancella il peccato: è solo il perdono di Dio che lo  cancella, mentre la misericordia va oltre”. E’ “come il cielo: noi guardiamo il cielo, tante stelle, ma quando viene il sole al mattino, con tanta luce, le stelle non si vedono. Così è la misericordia di Dio: una grande luce di amore, di tenerezza, perché Dio perdona non con un decreto, ma con una carezza”. Lo fa “carezzando le nostre ferite di peccato, perché lui è coinvolto nel perdono, è coinvolto nella nostra salvezza”.

Con questo stile, concludeva papa Francesco, Gesù fa il confessore. Non umilia la donna adultera, non le dice: “Cosa hai fatto, quando l’hai fatto, come l’hai fatto e con chi l’hai fatto!”. Le dice, al contrario, “di andare e di non peccare più. E’ grande la misericordia di Dio, è grande la misericordia di Gesù: perdonarci accarezzandoci”

Il Giubileo della Misericordia è una conseguenza di questo messaggio e della centralità che ha sempre avuto nella predicazione di Francesco. Il 13 marzo 2015, mentre ascoltavo l’omelia della liturgia penitenziale al termine della quale il Papa stava per annunciare l’indizione dell’Anno Santo straordinario, ho pensato: sarebbe bello potergli porgere alcune domande incentrate sui temi della misericordia e del perdono, per approfondire ciò che quelle parole significano per lui, come uomo e come sacerdote. Senza la preoccupazione di ottenere qualche frase a effetto che entrasse nel dibattito mediatico attorno al sinodo sulla famiglia spesso ridotto a un derby fra opposte tifoserie. Mi piaceva l’idea di un’intervista che facesse emergere il cuore di Francesco, il suo sguardo. Un testo che lasciasse aperte delle porte, in un tempo, come quello giubilare, durante il quale la Chiesa intende mostrare in modo particolare, e ancora più significativo, il suo volto di misericordia.

Il Papa ha accettato la proposta. Questo libro è il frutto di un colloquio cominciato nella sua abitazione, nella Casa Santa Marta in Vaticano, in un afosissimo pomeriggio dello scorso luglio, pochi giorni dopo il ritorno dal viaggio in Ecuador, Bolivia e Paraguay. Avevo inviato con pochissimo anticipo un elenco di argomenti e domande che avrei voluto trattare. Mi sono presentato munito di tre registratori. Francesco mi attendeva tenendo davanti a sé sul tavolino una concordanza della Bibbia e delle citazioni dei Padri della Chiesa. Potete leggere nelle prossime pagine i contenuti del colloquio.

Spero che l’intervistato non se ne abbia a male se rivelo un piccolo retroscena che mi pare molto significativo. Si stava parlando della difficoltà a riconoscersi peccatori, e nella prima stesura che avevo preparato, Francesco affermava: “La medicina c’è, la guarigione c’è, se soltanto muoviamo un piccolo passo verso Dio”. Dopo aver riletto il testo, mi ha chiamato, chiedendomi di aggiungere: “….o abbiamo almeno il desiderio di muoverlo”, un’espressione che io avevo maldestramente lasciato cadere nel lavoro di sintesi. In questa aggiunta, o meglio in questo testo correttamente ripristinato, c’è tutto il cuore del pastore che cerca di uniformarsi al cuore misericordioso di Dio e non lascia nulla di intentato per raggiungere il peccatore. Non trascura alcuno spiraglio, seppur minimo, per poter donare il perdono. Dio ci attende a braccia aperte, ci basta muovere un passo verso di Lui come il “figliol prodigo”. Ma se non abbiamo la forza di compiere nemmeno questo, per quanto siamo deboli, basta almeno il desiderio di farlo. E’già un inizio sufficiente, perché la grazia possa operare e la misericordia essere donata, secondo l’esperienza di una Chiesa che non si concepisce come una dogana, ma cerca ogni possibile via per perdonare.

Qualcosa di simile si trova in una pagina nel romanzo di Bruce Marshall, A ogni uomo un soldo. Il protagonista del libro,l’abate Gaston, deve confessare un giovane soldato tedesco che i partigiani francesi stanno per condannare a morte. Il soldato confessa la sua passione per le donne e le numerose avventure amorose vissute. L’abate gli spiega che deve pentirsi per ottenere il perdono e l’assoluzione. E lui risponde: “Come faccio a pentirmi?”. Allora all’abate Gaston, che vuole assolvere quel penitente segnato dal destino e ormai in punto di morte, viene un lampo di genio e chiede: “Ma a te rincresce che non ti rincresca ?”. E il giovane, spontaneamente, ribatte: “Sì, mi rincresce che non mi rincresca”. Cioè mi spiace di non essere pentito. Quel dispiacere è il piccolo spiraglio che permette al prete misericordioso di dare l’assoluzione.

Andrea Tornielli

Il nome di Dio è Misericordia
Santo Padre, può dirci com’è nato il desiderio di indire un Giubileo della Misericordia? Da dove le è venuta l’ispirazione?
Non c’è un fatto particolare o definito. Le cosa a me vengono un po’ da sole, sono le cose del Signore, custodite nella preghiera. Io sono portato a non fidarmi mai della prima reazione che ho di fronte a un’idea che mi viene o a una proposta che mi viene fatta. Non mi fido mai, anche perché solitamente la prima reazione è sbagliata. Ho imparato ad attendere, ad affidare al Signore, a chiedere il Suo aiuto, per poter discernere meglio, per lasciarmi guidare. La centralità della misericordia, che per me rappresenta il messaggio più importante di Gesù, posso dire che è cresciuta piano piano nella mia vita sacerdotale, come la conseguenza della mia esperienza di confessore, delle tante storie positive e belle che ho conosciuto. Sì, io credo che questo sia il tempo della misericordia. La Chiesa mostra il suo volto materno, il suo volto di mamma, all’umanità ferita. Non aspetta che i feriti bussino alla sua porta, li va a cercare per strada, li raccoglie, li abbraccia, li cura, li fa sentire amati.

Lei ha detto più volte: “Dio mai si stanca di perdonare, siamo noi che ci stanchiamo di chiedergli perdono”. Perché Dio non si stanca mai di perdonarci?
Perché è Dio, perché Lui è misericordia, e perché la misericordia è il primo attributo di Dio. E’ il nome di Dio. Non ci sono situazioni dalle quali non possiamo uscire, non siamo condannati ad affondare nelle sabbie mobili, dentro le quali più ci muoviamo e più andiamo giù. Gesù è lì, con la sua mano tesa, pronta ad afferrarci e a tirarci fuori dal fango, dal peccato, anche dall’abisso del male in cui siamo caduti. Dobbiamo soltanto prendere coscienza del nostro stato, essere onesti con noi stessi, non leccarci le ferite. Chiedere la grazia di riconoscerci peccatori, responsabili di quel male. Più ci riconosciamo bisognosi, più ci vergogniamo e ci umiliamo, più presto veniamo inondati dal suo abbraccio di Grazia. Gesù ci aspetta, ci precede, ci tende la mano, ha pazienza con noi. Dio è fedele.

La misericordia sarà sempre più grande di ogni peccato, nessuno può porre un limite all’amore di Dio che perdona. Se soltanto guardiamo a Lui, se soltanto alziamo lo sguardo ripiegato sul nostro io sulle nostre ferite e lasciamo almeno uno spiraglio all’azione della sua Grazia, Gesù fa miracoli anche con il nostro peccato, con quello che siamo, con il nostro niente, con la nostra miseria.

Penso al miracolo delle nozze di Cana, il primo miracolo che a Gesù viene letteralmente “strappato” dalla Madre. Gesù trasforma l’acqua in vino, nel migliore, quello più buono. Lo fa usando l’acqua delle giare che servivano per la purificazione rituale, per lavarsi delle proprie sporcizie spirituali. Il Signore non fa sgorgare il vino dal nulla, usa l’acqua dei vasi in cui ci si è “lavati” dai peccati, l’acqua che contiene impurità. Compie un miracolo con ciò che a noi appare impuro. Lo trasforma, rendendo evidente l’affermazione di Paolo apostolo nella Lettera ai Romani: “Dove abbondò il peccato, sovrabbondò la grazia” (5,20).

I Padri della Chiesa parlano di questo. Sant’Ambrogio, in particolare, dice: “La colpa ci ha giovato più di quanto non ci abbia nociuto, poiché essa ha dato occasione alla misericordia divina di redimerci”. E ancora: “Dio ha preferito che ci fossero più uomini da salvare e ai quali poter perdonare il peccato, che avere soltanto l’unico Adamo, il quale restasse libero dalla colpa”.

Quali sono le esperienze più importanti che un credente dovrebbe vivere nell’Anno Santo della Misericordia?
Aprirsi alla misericordia di Dio, aprire se stesso e il proprio cuore, permettere a Gesù di venirgli incontro, accostandosi con fiducia al confessionale. E cercare di essere misericordioso con gli altri.

Le famose “opere di misericordia” della tradizione cristiana sono ancora valide per questo terzo millennio, oppure occorre ripensarle?
Sono attuali, sono valide. Forse in qualche caso si possono “tradurre” meglio, ma restano la base per il nostro esame di coscienza. Ci aiutano ad aprirci alla misericordia di Dio, a chiedere la grazia di capire che senza misericordia la persona non può fare niente, che tu non puoi fare niente, e che “il mondo non esisterebbe” come diceva la vecchietta che incontrai nel 1992.

Guardiamo anzitutto alle sette opere di misericordia corporale: dar da mangiare agli affamati; dar da bere agli assetati; vestire chi è nudo; dare alloggio ai pellegrini; visitare gli ammalati; visitare i carcerati; seppellire i morti. Mi sembra che non ci sia molto da spiegare. E se guardiamo alla nostra situazione, alle nostre società, mi sembra che non manchino circostanze e occasioni attorno a noi.

Gratuitamente abbiamo ricevuto, gratuitamente diamo . Siamo chiamati a servire Gesù crocifisso, in ogni persona emarginata, a toccare la carne di Cristo in chi è escluso, ha fame, ha sete, è nudo, carcerato, ammalato, disoccupato, perseguitato, profugo. Lì troviamo il nostro Dio,lì tocchiamo il Signore. Ce l’ha detto Gesù stesso, spiegando quale sarà il protocollo sulla base del quale tutti saremo giudicati: ogni qual volta avremo fatto questo al più piccolo dei nostri fratelli, l’avremo fatto a Lui. Alle opere di misericordia corporale seguono quelle di misericordia spirituale: consigliare i dubbiosi; insegnare agli ignoranti; ammonire i peccatori; consolare gli afflitti; perdonare le offese; sopportare pazientemente le persone moleste; pregare Dio per i vivi e per i morti.

Avvicinare, saper ascoltare, consigliare, insegnare anzitutto con la nostra testimonianza. Nell’accoglienza dell’emarginato che è ferito nel corpo, e nell’accoglienza del peccatore che è ferito nell’anima, si gioca la nostra credibilità come cristiani. Ricordiamo sempre le parole di san Giovanni della Croce: “Alla sera della vita, saremo giudicati sull’amore”.

Papa Francesco

Commentare queste parole? Come fare se non ho ancora letto il libro? Si ritrovano temi cari al Papa che semina a piene mani in ogni circostanza! Come ritornare a quella piccola parola che una nonna o una mamma inizia a dire a un bambino o a una bambina quando deve parlare di Dio. E’ ritornare alle parole originali e vere che Gesù ci ha comunicato, dal momento che lui Dio … lo conosce molto bene! Poter così sentire nelle nostre chiese, nellr nostre prediche non concetti sdolcinati ma una precisa parola che si incarna nella vita pratica di chi cade nel male e nel peccato.  Di questa parola  tutti noi, farisei e pubblicani di turno, ne abbiamo bisogno

don Norberto

Nomefrancesco