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Perle in giro (e sessantacinque)

perladueILLUMINA CIO’ CHE AMI SENZA TOCCARNE L’OMBRA
“La vita riesce a trovarci anche quando nessuno sa più dove siamo,neanche noi. Per quanto lontani ci troviamo, essa si apre sempre un varco fino a noi. Per quanto grande sia la nostra volontà di evitarla, di fuggirla, rifugiandoci in un lavoro, in un impegno, in qualcosa di assorbente, essa arriva comunque e si prende gioco di noi, della ingenuità dei nostri progetti, della sapienza dei nostri calendari”.

Sono parole di Christian Bobin, in una conversazione con Charles Juliet, un poeta che per molti aspetti gli si può essere accostato. Esse tracciano, oltre che una maniera di porsi rispetto alla vita, anche il senso che Bobin affida alla scrittura. Alla vita non c’è bisogno vengano affidati significati ulteriori. Essa si realizza pienamente nel semplice vivere, nel bruciare. E’ come la rosa di cui parla Silesio. Non ha ragioni per sbocciare; sboccia e basta. La ragione profonda della vita è il vivere. E’ anzi la vita che offre a noi tutto. E tutto vuol dire ciò che non è noi, tutto ciò che ignoriamo e che attende di essere posseduto. Tutto ciò che attendiamo è l’inatteso, tutto ciò che speriamo è l’insperato. E’ luce che si disegna nel buio, che non è contenuta nel buio, ma che tuttavia presuppone il buio per potersi mostrare.

E anche la scrittura è come la vita. Essa è un cammino verso ciò che non conosciamo. Noi non andiamo verso ciò che ignoriamo per conoscerlo, ma per lasciarci formare da esso, per lasciarci da esso possedere. “Il sole brucia le idee” dice Camus. E’ l’ ubriachezza che Bobin chiama amore.”Quando si ama, si scopre con incanto di non essere nulla”. Solo l’amore, in conclusione, dà senso alla vita nella misura in cui la rende insensata. La vita, come l’amore, non si aiuta costringendola secondo piani e progetti prestabiliti, ma lasciando che si espanda. Lasciando che faccia tutt’uno con il suo bruciare.

La filosofia, secondo Bobin, è un palazzo vuoto. E’ un banchetto senza cibo perché aiuta a dare risposte esclusivamente sul piano intellettuale. Ma l’uomo non è solo spirito, non è solo pensiero raziocinante; è carne, spirito e anima. La vita racchiude, nella sua trasparente semplicità questa complessità. Essa, d’altronde, non può essere vissuta per strati successivi; si gioca, che lo vogliamo o no, tutta intera ad ogni istante.

Nell’autoritratto che Bobin ci offre in forma di diario non troviamo, come ci si attenderebbe da questo genere letterario, la narrazione della vita dell’autore, ma la descrizione delle cose che vivono intorno a lui e che, con il loro incontro, lo fanno esistere come scrittore. Perché ciò che possediamo ci è dato. Tutto, e da sempre, e a ogni istante. E ci è dato gratuitamente. Arriva a noi come una sorpresa. Il sapere non è un sapere, ma un “af-fidarsi”.

Il tesoro che ciascuno di noi possiede è afferrabile soltanto nel momento in cui viene speso. E’ come l’amore che si mostra solo nell’atto in cui una persona ama un’altra persona. E’ come una passione che non si distingue dal suo bruciare. E’ come la musica che resta scomparendo. L’intelligenza invece propende ad accumulare le cose attraverso le idee. I personaggi delle opere di Bobin, di conseguenza,sono fragili, rivestono i panni dismessi delle piccole cose quotidiane. Sono un raggio di luce, il filo d’erba, un mazzo di rose sul tavolo da cucina, il dolore dell’uomo. La scrittura di Bobin è una ininterrotta poesia in forma di prosa. Le parole si fanno trasparenti, sembrano essere dettate dalle stesse cose, stendersi con lo stesso profilo nel silenzio del cuore.

Un riferimento costante nelle opere di Bobin sono i bambini. I bambini di Bobin sono, al medesimo tempo, modelli e interlocutori, perché sono capaci di una conoscenza immediata, perché sano vedere anche quello che l’adulto non è in grado di vedere, quello che alla persona adulta è invisibile.

Inoltre i bambini, rispetto all’adulto, hanno il vantaggio di non dover giustificarla loro esistenza. Il bambino vive e ciò basta a riempirgli la vita. A un adulto si chiede di provare l’utilità della sua esistenza da un punto di vista economico e sociale. Invece “un bambino può esentarsi dal mondo senza darlo a vedere”. Così finisce che gli adulti parlano con un costante riferimento al posto che occupano nella società e calandosi dentro il loro ruolo sociale (“Niente di più ripugnante di un professore che sente il dovere di dover assomigliare a un professore”); i bambini invece si comportano con immediatezza secondo la loro verità. Simili ai bambini sono i vecchi, i poveri, i malati o anche gli alberi, gli animali, i fiumi.

La conoscenza dei bambini è come quella della principessa della favola, che si accorge dell’esistenza di un pisello sotto sette materassi. I bambini si lasciano irradiare dal mondo e non sentono l’esigenza di appropriarsene. Anzi, il non possesso è condizione di un godimento più pieno di esso. Non vedono se stessi e, attraverso se stessi il mondo; vedono il mondo fuori di loro. L’infanzia sa vedere le cose nella loro identità; non vede le cose nella funzione che l’uomo ha loro attribuito. Cuore e mente nel bambino coincidono.

Paradossalmente, questo modo di sapere dei bambini, è il modo di sapere degli amanti e dei morenti. Negli uni e negli altri le cose sono semplice oggetto di stupore e di meraviglia; negli uni perché non ne considerano il valore d’uso, negli altri perché sanno che saranno loro tolte. Quello che agli amanti e ai morenti interessa è la vita non contaminata da altri fini che non sia il puro vivere. La vita vissuta nella sua immediatezza si svuota dei significati specifici. Diventa un processo di purificazione, d’apertura al mondo, all’essere. Questo vivere non è lontano dal morire. Il pensiero di sé ostacola la vita perché la realtà dell’io è nell’altro.

Il modo di riconciliarsi con il mondo, secondo Bobin, è di separarsene. E l’amore è invincibile solo nella misura in cui è totalmente impotente davanti a ciò che lo distrugge. L’amore va in qualche misura oltre la stessa vita della persona. Conduce a qualcosa più alto di sé. Per conquistare la vita, l’uomo deve perdere il proprio io e vivere nello stupore. Vivere lasciandosi invadere dall’altro da sé.

Diametralmente opposta è la vita dell’imbecille, il solo a trionfare nel mondo. “L’imbecille va di trionfo in trionfo”. L’imbecillità è l’esatto opposto dell’amore e della coscienza, perché l’imbecille non riuscirà mai a riconoscersi imbecille e quindi non avrà mai una reale coscienza di sé.

E’ lo stupore di fronte al mondo, così simile all’adorazione, l’ossessione che porta alla luce lo scrittore. Stupore e adorazione sono fonti di gioia perché, presupponendo l’abbandono, rendono possibile il rapimento. La gioia è più profonda del pensiero. E’ fatta della stessa pasta della vita ed è uno scrigno dal quale lo scrittore trae, facendosi silenzio, i suoi tesori.

Dio e la vita per Bobin non sono realtà totalmente distinte. “Ciò che chiamo “Dio” è quanto di più riposto c’è in ciascuno di noi, una semplicità assopita, comune a tutti, ben al di qua delle chiacchiere del tipo: “Ci credo, non ci credo”. Il Dio di Bobin è un Dio che manifesta il suo volto nell’uomo e nella natura. Bobin fa propria l’affermazione di Spinoza, un filosofo da lui assiduamente frequentato: “Più si conoscono le cose semplici e più si conosce Dio”. Dio lo percepisce chi ama, non chi sa. Dio è un incontro, è un affidarsi, non il contenuto di una fede. Questa visione pura del mondo è un privilegio dello scrittore, perché “è la parola che fa vedere, non gli occhi, mai gli occhi”.

Lo scrittore ha la capacità d’estrarre le immagini che dormono al fondo della persona “gioiose e libere e mute”. Immagini che non hanno il compito di trasmettere alcun insegnamento, che non hanno niente da dire se non la loro allegria.

Bobin è uno degli scrittori, di cui in Italia non si saprebbe trovare l’equivalente, che vive in una sospensione vigile, di attesa silenziosa, che la vita prenda forma a partire dal fondo di sé, ma accesa dalle cose. Che diventi parola. E’ come un francescano sottrarsi al mondo per incontrare le cose sul piano che a loro ci accomuna, quello della vita nel suo momento sorgivo, il solo grembo della parola nuova, della parola inedita.

Nell’ispirazione di Bobin la vita, come abbiamo detto, è appesa alle piccole cose quotidiane, a cose esili e fragili. Scrive: “Io parlo in nome di queste cose piccolissime. Provo ad ascoltare. Non sogno un mondo pacificato. Un mondo simile sarebbe morto. […] Non cerco la pace, ma la gioia, e credo che per trovarla convenga cercare ovunque, senza mediocrità, e preferibilmente nell’ambito della vita ordinaria, minuscola”.

La scrittura di Bobin si distende su un tempo senza fine e senza inizio. Nasce dal niente, lontano dal brusio incessante della società, dagli avvenimenti della vita politica, economica e sociale. Si svolge, libro dopo libro, mantenendo l’intima coerenza di un flusso vitale. Non ha oggetti o fatti particolari di cui nutrirsi, se non del vivere, che non pare interessare nessuno se non nel momento in cui ci accorgiamo di perderlo.

Per restituire la vita nella sua essenza, la scrittura si fa altrettanto pura, altrettanto semplice, altrettanto vera, altrettanto “essenziale”. Essa nasce da un occhio trasparente e si dona nell’immediatezza, senza secondi fini.

L’importanza della scrittura è che essa segna la ricerca di qualcosa di importante che sembra spostarsi sempre più in là, sempre oltre, che sembra sfuggire in continuazione dalle mani. Qualcosa di inafferrabile, ma che rappresenta la sostanza ultima dell’esistenza. “Questa ‘cosa’ è lì, vicinissima, mi accompagna ovunque, avvolge i miei pensieri senza entrare in nessuno di essi. La ‘sensazione’ di cui parlo e che non riesco a spiegare bene l’avverto fin dall’infanzia. Talvolta penso […]: “aspetto. Aspetterò tutta la vita ! A volte, come questa mattina, mi dico pure: sono atteso. Non so dove, non so da cosa o da chi, ma sono sicuro di essere atteso”.

Il mistero della vita è tutto qui.

 Mario Bertin

ElogiodelnullaLibro con poche pagine, ma sufficienti!
don Norberto