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06/06/2018 - Pellegrinaggio Sotto il Monte e Madonna del Bosco

Presenza delle reliquie di San Giovanni XXIII (Papa Giovanni) nel suo paese natale

Programma

QUATTRO MARTEDI' nel tempo di pasqua

PRIMO INCONTRO -Martedì 10 aprile 2018 ore 21.00 - Guida don Giuseppe -Oratorio di Luvinate

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Pellegrinaggio a Lourdes con i malati UNITALSI

IN PULMAN 23 - 29 maggio 2018 / IN AEREO 24 - 28 maggio 2018

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VERSO IL SINODO DEI GIOVANI

Terra Santa - 18/19enni e giovani - 3-10 agosto 2018

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Calendario generale delle proposte dell'anno pastorale 2017-2018

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Perle in giro (e sessantasette – seconda parte)

perladueUN CAMMINO DI RISCOPERTA
Prima domenica di quaresima: La lotta contro il peccato
Fin dall’epoca antica uno dei problemi che si fece sentire in maniera particolarmente acuta nella Chiesa fu quello del “cristiano peccatore”. Ci si chiedeva: una persona che nel battesimo ha ricevuto la grazia della remissione dei peccati, se dopo la rigenerazione battesimale cade nuovamente nel peccato, può ottenere un nuovo perdono ? La soluzione di questo problema, andò chiarificandosi lentamente, anche attraverso il confronto con posizioni ereticali di rigorismo assoluto, le quali negavano che per certi peccati vi fosse una possibilità di perdono dopo il battesimo. La Chiesa, insomma, pur se in maniera graduale, giunse progressivamente alla consapevolezza che, anche dopo il battesimo, vi era comunque una possibilità di recupero e che nessun peccato, per quanto grave, fosse irremissibile (ovviamente tranne quello di colui che rifiuta il perdono del Signore); e soprattutto la Chiesa maturò la consapevolezza che questa era la volontà di Gesù Cristo. La consapevolezza della Chiesa era giunta alla certezza che il Signore Gesù stesso le aveva lasciato un “sacramento” finalizzato proprio alla remissione dei peccati commessi da un cristiano dopo il battesimo. Ma come si chiama questo sacramento? La tradizione ci ha trasmesso tre nomi, che si sono susseguiti storicamente dall’epoca antica fino ai nostri giorni, e che mettono in evidenza rispettivamente tre diversi aspetti che con questo sacramento sono complicati.

Navoni2Nei primi secoli si parlava soprattutto di “sacramento della penitenza”: con questo nome viene messa in evidenza soprattutto la lunga e severa pratica penitenziale (fatta di preghiera, di astinenza, di digiuni) a cui i peccatori dovevano sottoporsi dando prova così di un’autentica volontà di conversione, prima di esser riammessi nella comunione con la Chiesa e ricevere il perdono.

In seguito si parlerà più comunemente di “sacramento della confessione”: ciò avviene quando si generalizza la prassi di aprire il proprio cuore e la propria coscienza al ministro di Dio, autoaccusandosi dei propri peccati, per ricevere subito l’assoluzione. L’aspetto “penitenziale” non viene cancellato, ma in qualche modo “spostato” da prima di ricevere il perdono a dopo aver ricevuto l’assoluzione dal sacerdote a cui sono stati confessati i peccati: sono le preghiere o le opere di carità che il “confessore” impone al peccatore pentito, confessato e assolto.

Oggi, anche se la prassi secondo la quale viene celebrato questo sacramento è normalmente quella della “confessione”, si parla comunemente di “sacramento della riconciliazione”: il termine è attinto da san Paolo, in particolare da, dove si legge che Dio ci ha riconciliati con sé in Cristo, non imputandoci i nostri peccati, e ha affidato alla sua Chiesa il ministero della riconciliazione. Indubbiamente questo modo di indicare il sacramento del perdono mette in evidenza, più che gli atti di penitenza del cristiano, più che il gesto di aprire la propria coscienza al confessore attraverso l’autoaccusa, l’azione salvifica di Dio, la sua iniziativa gratuita e preveniente, la sua volontà si salvezza universale e di perdono.

Di fatto il magistero recente della Chiesa usa indifferentemente tutti e tre questi modi per indicare questo sacramento, quasi a voler sottolineare che i tre aspetti messi in evidenza da ciascuno di questi tre nomi (penitenza, confessione, riconciliazione), mettono in evidenza il vero significato. Nel catechismo della Chiesa Cattolica compare però una quarta definizione, che oltretutto bene armonizza con il tempo della quaresima: “sacramento della conversione”.

C’è tuttavia un altro modo in cui anticamente il sacramento della penitenza veniva indicato e che esprime una verità importante: “Secondo battesimo”.

Accostarsi al sacramento della riconciliazione significa celebrare la vittoria di Cristo, significa credere che Cristo è più forte del male e del peccato, del demonio e di tutte le forze negative e disgregatrici che agiscono dentro di noi e fuori di noi; significa professare che noi da soli, con le nostre forze, saremmo destinati alla sconfitta; mentre con la grazia immeritata di Cristo che giunge a noi attraverso i sacramenti della Chiesa abbiamo una reale possibilità di salvezza, di riscatto e di liberazione. “Considera dunque le armi di Cristo, con le quali Egli ha vinto non per sé, ma per te!” sant’Ambrogio.

Seconda domenica di quaresima : L’esame di coscienza
La quaresima è essenzialmente e tradizionalmente tempo di conversione. E sappiamo che la parola conversione, nella Bibbia, ha un significato molteplice: abbandono della vecchia vita di peccato di adesione piena e convinta al modello di vita evangelica che, nella sua radice ultima, presuppone un cambiamento di mentalità, un modo nuovo di intendere la vita e di giudicare il mondo, gli altri, se stessi. E da questo cambiamento di mentalità deriva anche un cambiamento di rotta nella propria condotta morale, nel proprio programma di vita.

Ce lo ricorda in maniera drammatica la celebre parabola del “figliol prodigo” […] è la proposta molto semplice e concreta che ogni quaresima ci ripete: tornare al Padre, convertirci a Dio, lasciarci trasformare dal suo amore e dalla sua ostinata volontà di riconciliazione. Riscoprire il sacramento della penitenza, o confessione, o riconciliazione, perché possa essere vissuto in maniera cosciente e fruttuosa come un momento essenziale della nostra volontà di conversione a Dio, della nostra volontà di ritorno al Padre.

E’ importante infatti, come cristiani, mettere subito in luce una verità fondamentale: e cioè che la conversione, se è un atto della nostra volontà che risponde all’appello di Dio, è prima di tutto una grazia che Dio ci concede. Senza il suo aiuto, senza il suo perdono misericordioso, saremmo destinati inevitabilmente a fallire in ogni nostro tentativo di miglioramento.

Accettare con umiltà che la nostra conversione passi attraverso il sacramento della riconciliazione, significa riconoscere che non siamo innanzitutto noi a convertirci, ma è Dio che ci converte, che ci riconcilia a sé; significa riconoscere che prima della nostra buona volontà (che pure è necessaria), va riconosciuta, professata e celebrata la volontà salvifica e misericordiosa di Dio nei nostri confronti.

Certo occorre poi la nostra risposta. Occorre una disposizione del nostro cuore, perché la grazia di Dio non venga sprecata. Occorre, in altre parole, prepararsi ad accogliere il perdono che Dio ci regala nel sacramento della penitenza.

Per potersi accostare fruttuosamente alla confessione, occorre, attraverso l’esame di coscienza, prendere consapevolezza della propria personale situazione, proprio come è capitato al figliol prodigo, che – dice il vangelo – “ritornò a sé” e di lì cominciò per lui il processo di conversione.

Prima caratteristica per fare un buon esame di coscienza consiste nell’essere persuasi che Dio sa tutto di noi e che a Lui non possiamo nascondere nulla. Se anche qualche volta glissiamo via, facciamo finta di niente e viviamo appunto nell’incoscienza, prima o poi Dio arriva al fondo del nostro cuore, proprio come ha fatto Cristo con la Samaritana. Guai dunque a mentire a noi stessi sui nostri peccati: saremmo incoscienti e irresponsabili. Guai a mentire a Dio: diventeremmo poveri e ingenui illusi. L’esame di coscienza è sempre un atto che si deve compiere davanti a Dio, e alla luce della sua Parola: non è quindi una tecnica di psicanalisi, è un atto religioso. Il cristiano deve sempre fare l’esame di coscienza con la Bibbia in mano.

Nel nostro cammino quaresimale verso la pasqua, la seconda domenica della quaresima ambrosiana ci richiama a prendere coscienza della nostra situazione. Nel nostro esame di coscienza fermiamoci a colloquio con il Signore, parliamo al Signore di noi stessi e della nostra vita. Lasciamo che sia Lui, attraverso la sua Parola, a far luce nel profondo del nostro cuore, lasciamo cioè che sia il Signore, in realtà, a esaminarci, mettendo in evidenza quello che nella nostra vita non collima con la sua legge e quindi va cambiato, proprio come ha fatto con la Samaritana nel pozzo di Giacobbe.

Allora il nostro esame di coscienza sarà un vero atto religioso, sarà il primo passo di un’autentica conversione: scopriremo forse quanto sono grandi i nostri peccati, ma scopriremo anche e soprattutto quanto è ancor più grande la misericordia di Dio verso di noi!

Terza domenica di quaresima: Il dolore dei peccati
Dopo aver riflettuto sull’esame di coscienza, dobbiamo prendere in considerazione la seconda condizione che tradizionalmente viene proposta per accostarci fruttuosamente al sacramento della penitenza: il dolore dei peccati, chiamato anche “contrizione”. E’ questo un punto qualificante per un autentico itinerario penitenziale, come quello che intendiamo sinceramente compiere durante la quaresima alla riscoperta del sacramento della riconciliazione.

E’ importante però, a questo proposito, impostare correttamente il discorso, chiedendoci innanzitutto che cosa sia il peccato, per capire poi in che cosa consista il dolore che il cristiano deve provare nei confronti dei propri peccati.

E’ molto istruttivo partire dall’esperienza dell’antico popolo eletto, il popolo Ebraico, durante l’esodo dall’Egitto verso la libertà: nonostante l’amore e la predilezione di Dio nei confronti del suo popolo, nonostante il dono della liberazione dalla schiavitù, il popolo dimostra ingratitudine, incredulità, rifiuto verso Dio. E spesso, nel libro dell’esodo, ritorna un’espressione particolare per indicare questa situazione di riluttanza nei confronti dell’amore di Dio: “Essere gente di dura cervice”, gente cioè dalla testa dura, e quindi ostinata nel proprio peccato.

Oltre tutto si tratta di un peccato gravissimo, perché, il rifiuto di Dio e della sua provvidenza si materializza nel famoso episodio del vitello d’oro: si tratta cioè del peccato di idolatria. Quello che la Bibbia dice dell’antico popolo Ebraico è dunque istruttivo e illuminante per la vita di ciascun cristiano: in fondo, a ben guardare, ogni peccato che l’uomo commette è sempre un peccato di idolatria, è sempre un atto con il quale l’uomo volta le spalle al Dio vivente, lo abbandona, se ne priva, e lo sostituisce con un idolo morto. E nello stesso tempo ogni peccato è un’offesa a Dio, perché l’uomo baratta Dio, che è il Sommo Bene, con qualcosa d’altro, per l’appunto gli idoli, antichi o moderni che siano.

Anche nella vita di Gesù troviamo qualcosa di analogo: basta sfogliare le pagine del vangelo e rilevare quante volte il Signore ha dovuto scontrarsi con l’incomprensione e il rifiuto dei suoi contemporanei. Troviamo gente che semplicemente non comprende quello che Gesù va predicando e compiendo; altri poi si ostinano a non voler capire, diventano cioè gente di “dura cervice”, per usare l’espressione dell’Antico Testamento, o “dal cuore duro” – la “sclerocardia” – per usare un’espressione che ricorre proprio nei vangeli (Mt 19,8); altri ancore lo offendono, dandogli del folle e dell’indemoniato, e l’offesa giunge talvolta fino al tentativo di linciaggio nei confronti del Signore : la pretesa di togliere di mezzo il vero Dio dalla propria vita.

E sappiamo che il rifiuto radicale nei confronti del Signore si materializzerà, per così dire, nella croce, quando il tentativo di liquidare Cristo sembrerà essere tragicamente riuscito. Ebbene, quando si fa l’esame di coscienza, di solito ci si esamina sui propri peccati, e questo è giusto ma, è importante anche renderci conto della natura dei nostri peccati.

La Parola di Dio che la tradizione ambrosiana ci comunica nella terza domenica di quaresima ci ha indicato con chiarezza la risposta: ogni nostro peccato, indipendentemente dall’atto commesso, ha sempre alcune caratteristiche costanti. Innanzitutto è atto di ostinazione contro Dio, è essere gente di “dura cervice” o “dal cuore duro”. Poi è atto di idolatria: è il tentativo di sostituire Dio, nostro sommo bene, con qualcosa d’altro. Proprio per questo è anche il tentativo di liquidare Dio dalla nostra vita, pretendendo di farne a meno. E infine è offesa contro Dio, proprio perché ci dimostriamo ingrati nei suoi confronti, nonostante i suoi benefici nei confronti nostri.

Dovremmo provare dolore dei nostri peccati: il dolore perfetto, detto anche “contrizione”, il dolore per aver offeso Dio. Avere il dolore dei propri peccati in fondo significa riconoscere i propri peccati per quello che sono: qualcosa che tocca il cuore di Dio e lo ferisce, qualcosa che va contro l’amore di Dio verso di noi.

Navoni3Quarta domenica di quaresima: Il proposito
Un’ulteriore condizione per vivere in maniera proficua e degna il sacramento della penitenza è il proposito di non commettere più peccati.

E’ noto che nel Vangelo il Signore Gesù dimostra sempre grande comprensione e accoglienza verso i peccatori; al contrario è sempre molto duro e inflessibile contro i farisei, bollati come ipocriti. Ebbene, la mentalità dei farisei, condannata dal Signore Gesù, riguardava proprio il modo di intendere il peccato e il modo di trattare i peccatori. Per i farisei infatti gli uomini si dividevano inevitabilmente in due categorie: i giusti (e fra questi si mettevano loro stessi), e i peccatori (e fra questi mettevano tutti gli altri che non erano come loro o non la pensavano come loro). Oltre tutto consideravano la situazione di alcuni peccatori come irrecuperabile, quasi fatalistica.

Mentre Gesù, con il suo comportamento e la sua misericordia nei confronti dei peccatori, non considera nessuno irrecuperabile, i farisei, con le loro certezze intoccabili, con il loro modo gretto di ragionare, “congelano” nel male la situazione morale di chi non è dalla loro parte, considerandolo inevitabilmente e irrimediabilmente un peccatore. La gravità di questo atteggiamento farisaico, oltre tutto, sta nel fatto che mentre puntano il dito contro gli altri, sono proprio loro, i farisei di ieri e di sempre, i primi e i più incalliti peccatori: pretendono di vedere il male che c’è negli altri, o che pensano esserci negli altri, e non vedono il male che c’è dentro di loro: “Dal momento che vi ostinate a dire che ci vedete, mentre in realtà siete ciechi, dal momento che credete di essere senza peccato, mentre siete peccatori anche voi, e più degli altri, proprio voi siete irrecuperabili, perché il vostro peccato rimane”.

Sembra dirci il vangelo, nessuno è irrecuperabile, e il peccato non è mai fatalisticamente inevitabile. E’ inevitabile solo per chi non vuole evitarlo, per chi vuole ostinarsi nel peccato, magari negando di essere peccatore (proprio come i farisei), dicendo che ci vede bene, mentre invece è cieco, pretendendo di giudicare gli altri, mentre in realtà è lui il primo a dover essere giudicato.

L’uomo, da solo, con le sue forze, non riuscirà mai a fare il proposito efficace di non più peccare; riuscirà solo a esprimere desideri velleitari e quindi illusori, smentiti subito dai fatti. Il vero proposito di non più peccare è soprattutto una grazia da domandare a Dio nella preghiera e con umiltà, riconoscendoci per quello che siamo, sempre e solo poveri e deboli peccatori, proprio come aveva fatto, non il fariseo che si auto lodava, ma il pubblicano che si autoaccusava.

Il vero problema si pone quando davanti alla legge di Dio non solo c’è disobbedienza ma quando c’è il rifiuto e il disprezzo nei confronti della legge di Dio, perché allora la situazione rischia di diventare irrecuperabile. “Perciò chi disprezza queste cose non disprezza un uomo, ma Dio stesso” (1Ts 4,8). E ce lo ricorda in maniera lapidaria anche sant’Ambrogio, in una sua omelia, quando collega il rifiuto radicale di Dio proprio con la morte; “Solo chi scaccia interamente Dio dal suo cuore è privo di vita!”.

Quinta domenica di quaresima: La confessione
Siamo giunti, nel nostro itinerario penitenziale, a un punto molto importante per poterci accostare bene al sacramento della riconciliazione: è l’atto di confessare i nostri peccati al ministro di Dio per riceverne l’assoluzione. “Dio, ricco di misericordia, per il grande amore con il quale ci ha amato, da morti che eravamo per le colpe, ci ha fatto rivivere con Cristo”. La situazione di peccato dunque è paragonata dall’apostolo alla situazione della morte; parallelamente il perdono è paragonato a un ritorno in vita, a una specie di risurrezione.

“Perché temi di confessare le tue iniquità al Signore, che è buono? Il profeta Isaia dice: confessa le tue iniquità per essere giustificato. Infatti viene giustificato chi riconosce spontaneamente il proprio misfatto. Perciò, come dice il libro dei Proverbi: il giusto, all’inizio del suo discorso, accusa se stesso. Il Signore riconosce tutto, ma attende che tu parli, non per punirti, ma per concederti il perdono. Non vuole che il diavolo ti oltraggi e ti smascheri mentre cerchi di nascondere i tuoi peccati. Previeni il tuo accusatore; se ti denunzierai da te, anche se sarai morto, rivivrai”. Nelle parole di sant’Ambrogio si nota l’idea della penitenza come un’occasione di risurrezione: “Mostra dunque al medico la tua ferita, per poter essere guarito. E’ vero che, se anche non gliela mostri, egli la conosce ugualmente; ma da parte sua attende di udire la tua voce!”.

TeresaNavoni1