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La lettera del Vescovo:

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Perle in giro (e sessantotto)

perladuePIU’ CHE UNA STORIA QUELLA DI IGNAZIO!
Il Racconto di un pellegrino, l’autobiografia di Ignazio di Loyola, è un testo cardine della spiritualità cristiana. Il fondatore dei gesuiti vede Gesù come il sole da cui attingere costantemente energia salvifica per sé e per gli altri. Ignazio percorre i luoghi del suo pellegrinaggio terreno, a partire da quelli della Terra Santa consacrati da Cristo, con gli occhi fissi a quel sole, unicamente intento a realizzare la più profonda unione al mistero del Verbo incarnato operante nella storia dell’uomo. E’ così che, attraversando gradi di esperienza (di scrittura)  via via più centrati, il Pellegrino passerà a vivere dalla periferia della propria persona, con i suoi difetti di natura e di cultura, alla pienezza di quella ricca affettività, maturata nell’amicizia con Cristo, per cui si disse del Loyola, che aveva cuore più grande del mondo.

Ignazio1 La prima esperienza umana non è quella della vanità. La parola è antica e indica vuotaggine. Può essere vanità di una moda, di un comportamento, di una posizione e perfino di una cultura. Tra le vanità, la più dolorosa è quella delle aspirazioni del cuore e della mente.

Ci volle un fatale proiettile per prostrare quel cavaliere così sicuro di sé. Con quali argomenti aveva sorretto la sua vita fino a trent’anni? Molto probabilmente con gli stessi usati per convincere il capitano della pericolante fortezza di Pamplona a resistere ai francesi. Argomenti di onore e di grandezza. Che il protagonista del testo, che presentiamo specialmente ai lettori giovani, sia stato un giovanotto con un alto concetto di sé, colto e attento a primeggiare nella carriera delle armi, all’epoca la più apprezzata, è fuori dubbio. Egli credeva ciecamente al codice cavalleresco che professava. Lo aveva bevuto col latte. Né la cultura lo portava in altra direzione. I libri che aveva ordinariamente tra mano erano quei romanzi di cavalleria, che nutrirono a senso unico il cervello e il cuore di intere generazioni. Tenerezza e rabbia può fare al lettore attento un uomo così, che pensa solo a se stesso. Quello del giovane Loyola, impegnato, a costo di inauditi sacrifici, a far più alta la sua statura, anche fisica, era un gioco fin troppo serio. Lo dimostra la forza d’animo con cui, una volta colpito alla gamba, riuscì a sottoporsi a disperate operazioni chirurgiche pur di non perdere fascino e riuscire a calzare gli stivaletti dell’ultima moda cavalleresca. Non alto di statura, il giovane cavaliere era smisurato nel suo desiderio di eccellere. Abbattuto, sì, a trent’anni, nel 1521, dovranno passare, dalla sconfitta di Pamplona, altri trent’anni e più perché, tra il 1553 e il 1555, pochi mesi prima della morte, avvenuta il 31 luglio 1556, potesse sentenziare, in termini lapidari : “fue hombre dado a las vanidades del mundo”, ridimensionando in tal modo il vano giudizio della sua vana grandezza.

Seguire la storia della  formazione di questo nuovo giudizio, maturato con passione crescente durante la sua vita, dai trent’anni in poi, questo fa il Racconto di un pellegrino. Il genere letterario del nostro testo non è, propriamente, quello dell’autobiografia, bensì del racconto orale. Chi trascrisse fu il fedele collaboratore, il gesuita portoghese, Gonzalez.

Ignazio, sessantaduenne e infermo, passeggiava, di buon mattino, nel giardino di casa, a Roma, il 4 agosto 1553. Il sollievo della frescura, in quella vigilia della Madonna della Neve, lo predispose ancor più verso il Gonzalez che gli confidava il tormento della propria tentazione di vanagloria. L’antico cavaliere di Castiglia dovette rivedersi in quella tentazione come in uno specchio: non era stata la vanità il suo peccato capitale? Egli poteva e voleva aiutare il più giovane amico. Gli parlò del non senso della vanagloria, e del meraviglioso collegamento di ogni buona qualità a Dio, con tali parole da consolare il Gonzalez fino alle lacrime.

Ignazio, esperto qual era di direzione spirituale, non faceva lunghi discorsi, ma toccava punti essenziali. Non presentava dottrina astratta, ma cercava di inquadrare le sue precise considerazioni in fatti concreti. Così, a proposito del rimedio suggerito disse, sì, al Gonzalez di “riferire a Dio” tutte le sue qualità; ma perché e come riuscire a fare ciò, poteva risultare più chiaro all’interlocutore, qualora gli avesse raccontato fatti della sua vita. Gli disse quanto gli accadde, appena dopo la sua conversione, quando aveva deciso di cambiare totalmente vita.

Si considerava ormai un pellegrino di Dio. Avrebbe cominciato da Gerusalemme a progredire di più. Lo sentiva dentro di sé. Aveva formulato, quindi, un proposito certamente buono, eppure l’amor proprio gli impediva di farne parola. Aveva paura del giudizio degli altri. Vedeva il Gonzalez come anche Ignazio fosse vittima di quello stesso vizio della vanagloria, che in quel caso gli faceva temere di fare brutta figura?

Ignazio2Nel cercare di istruire il proprio fratello e figlio spirituale, Ignazio ricevette egli stesso istruzione. Decise così di raccontare per intero la storia della sua vita. L’avrebbe narrata, in concreto, proprio al Gonzalez, visto che egli era stato a provocare quel processo di riflessioni. Capì che con il Gonzalez, e come lui, nella sua Compagnia molti avrebbero patito i rimorsi dell’amor proprio, o vanagloria che dir si voglia. Intese, pertanto, che egli avrebbe potuto aiutare tutta la sua famiglia religiosa. La cosa non è così semplice. Ignazio, nel suo capolavoro degli Esercizi spirituali, e in tutti gli altri suoi scritti, cercherà soltanto di chiarire la natura e le tappe di questo viaggio spirituale, che va dall’amore di se stesso all’amore di Dio. Racconta così il percorso, il pellegrinaggio, il “suo vissuto”, dal 1521 al 1555 e la narra con chiarezza schematica, mirando così al vantaggio spirituale di chi lo seguirà nel proprio racconto. Egli stimola la creatività di chi raccoglie le sue confidenze, al punto da divenire specchio dell’interlocutore, prova di vita. Le considerazioni più ricche le lascia al lettore.

Questa capacità di riferire a Dio ogni bene (e tutto è bene per il cuore che è stabilmente orientato a Dio), Ignazio la chiamerà contemplazione, nell’aureo libro degli Esercizi spirituali. Essa è una vista interiore, sintesi altissima di fede vissuta, che non lascia confondere le tenebre con la luce.  Egli si innamora di Dio e si dona al Padre con uno slancio che non gli permette più di ricadere su se stesso. E’ ormai un decentrato da se stesso e un incentrato in Dio. Il percorso si va compiendo dall’amore di sé all’amore di Dio, dalla vana gloria umana alla maggior gloria di Dio.

Quanto e quale cammino abbia percorso, Ignazio lo vedrà alla fine della vita. Ogni passo Ignazio4del Pellegrino ha segnato un avanzamento in direzione della maggior gloria di Dio. La fatica è stata grande, come si ricava da ciascuno dei fatti narrati, e dall’insieme della relazione.

La cannonata di Pamplona fissa il punto di partenza del viaggio del Pellegrino. Tuttavia questo inizio non coincide con il pieno cambiamento interiore. Esso avverrà più tardi, dopo le prime estenuanti penitenze e lunghe ore di preghiera, a Manresa; dopo i tormenti degli scrupoli e dei dubbi; e dopo la tentazione del suicidio. La stessa grazia di non sentire più stimoli sensuali, dovuta alla visione che, ancora convalescente, ebbe della Madonna con il Bambino in braccio, non lo trasferisce di colpo nella dimensione spirituale totalmente nuova. La vivacità della sensualità se, quindi, non lo umiliava in materia di sesso, lo faceva essere ancora violento e puntiglioso, sempre molto attaccato al proprio giudizio.

I familiari, per esempio, dovettero cedere alla sua nuova testardaggine. Con garbo e fermezza, si congedò dalla famiglia. Il capitano era sempre lui. In questo viaggio che ora intraprende non ci saranno ritorni sui propri passi. E, tanto meno, ritorno a casa: confermò il distacco definitivo.

Il Pellegrino aveva un suo orientamento ben preciso; egli, che non era stato un fervente “fedele”, ora si prefiggeva di fare come i santi. Tra questi Domenico di Guzman e Francesco d’Assisi, giganti della spiritualità cristiana. Egli avrebbe fatto grandi cose, come loro. Mai, quindi titubò sul tipo di scelta. Il bersaglio era chiaro, ma avrebbe speso tutta la vita per affinare il tiro, per capire, cioè, in che cosa veramente consistesse la santità cristiana.

Era necessario che egli si costruisse la strada camminando da solo. Non che rifiutasse i consigli, anzi li cercava, specialmente quelli dei confessori, uomini di sana dottrina e di vita santa. Da questi, tuttavia, imparò non tutto. L’esperienza della grazia divina gli avrebbe insegnato il resto. Più delle lunghe preghiere, e delle aspre penitenze, continuate ora con moderazione, egli doveva studiare e comprendere il senso di quanto lo commuoveva.

“Cosa ho fatto per Cristo? Cosa faccio per Cristo? Cosa devo fare per Cristo?”.Ignazio3

Il Pellegrino non finirà mai di interrogarsi in tal senso. Attuerà, passo dopo passo, le risposte a questi interrogativi, così come si presentavano alla sua coscienza, che diventava sempre più esperta nello scrutarsi. La persona di Gesù lo distoglieva dal considerare se stesso al centro dell’universo. Ora, cioè, comincia il vero distacco da quella centralità che lo aveva tenuto, più che signore, prigioniero di se stesso.

Nei primi trenta paragrafi del Racconto di un pellegrino, colpisce la solitudine di Ignazio. Appare accompagnato solo da Dio. Le persone che incontra, eccetto i confessori, che non risultano particolari maestri si vita spirituale, sono, per lo più, persone beneficate dalla sua parola e dal suo comportamento. Il Pellegrino sembra guidato solo da Dio.

Fin dalla fanciullezza cercò di affidare alla scrittura la memoria di se stesso. Ogni fissazione di conoscenza è scrittura. Anche se fatta non su di un foglio di carta. E’ importante avere memoria di se stesso. Perché senza di essa, non basta aver acquisito una conoscenza. Scopre, di giorno in giorno, la vocazione a meglio comprendere il suo genere di vita.

Il Pellegrino, ormai lontanissimo dal punto di partenza, è l’uomo del silenzio e della modestia. Tanto straordinarie sono queste due qualità dell’anima che egli pensa di coltivarle. In Gesù, sempre a colloquio con il Padre, Ignazio vede tanto splendere il silenzio e la modestia, che diventa un appassionato di queste virtù.

Quando Dio sarà diventato la sua stabile dimora, Ignazio, vivendo nella fede propriamente detta, cioè in quella teologale, opererà con l’energia di Dio il bene di tutti, a partire dai più vicini, perché egli sarà diventato servo di Jahvè. Le sue opere, sebbene fatte con strumenti terreni e culturali comuni, avranno però la resistenza e l’efficacia delle opere di Dio, perché sono fatte in Lui. Sono opere vive perché, superata la separazione dall’ultima sorgente, sono state sottratte per sempre all’oblio della morte.

Il Racconto di un pellegrino è storia di fede. Un lettore credente, almeno in qualcosa, lo potrà leggere con frutto.

Giuseppe De Gennaroracconto

Un grande libro per una storia che tocca tutti! Una storia che ha segnalo la vita di uomini e donne che. consacrandosi poi a Dio, sono diventati maestri di vita spirituale per tanti altri!

don Norberto