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La lettera del Vescovo:

a partire dalla lettera dello scorso anno traccia della lettera di quest'anno

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Perle in giro (e sessantanove)

perladueA PROPOSITO DI SETTIMANA AUTENTICA
Questo libretto non ha grandi pretese. E’ solo un contributo ai fedeli, soprattutto di rito ambrosiano, per comprendere e vivere meglio la settimana santa con i riti del triduo pasquale. Sono i giorni in cui l’anno liturgico raggiunge il suo vertice e le celebrazioni ci fanno rivivere il mistero della passione, morte e risurrezione di Cristo. Per questo, comprendere meglio è un aiuto a vivere con maggiore profondità, convinzione e coinvolgimento ciò che si celebra.Ho voluto mettere come sottotitolo: Storia e spiritualità. Forse qualche lettore troverà in queste pagine più storia che non spiritualità. Credo tuttavia che tentare una ricostruzione storica dei riti della settimana santa nella liturgia ambrosiana non sia solo esercizio di archeologia liturgica, ma un’occasione per accostarsi con maggiore consapevolezza a una tradizione antica e ricchissima di contenuti, di suggestioni, di fine pedagogia. E’ in questo senso che l’umile e paziente ricerca storica è un modo per dischiudere i tesori di spiritualità che la tradizione liturgica della Chiesa di Milano ha racchiuso e gelosamente conservato lungo i secoli nei solenni riti della settimana santa.

Per non appesantire la lettura ho pensato di evitare l’aggiunta di note al testo. Chi tuttaviaNavoni2 desiderasse maggiori approfondimenti o sentisse la necessità di verificare le prove di quanto affermato in queste pagine, troverà qui di seguito una nota bibliografica essenziale, con le indicazioni dei principali studi che, in maniera diretta o indiretta, hanno affrontato l’argomento della settimana santa, e in particolare del triduo pasquale, nella liturgia ambrosiana. Fra questi studi ne ricorderò solo uno, il primo che compare nella lista bibliografica. Nell’ormai lontano 1938 il beato cardinale Alfredo Ildefonso Schuster pubblicava un  libretto dal titolo La liturgia della settimana santa nel rito della Chiesa milanese. Conferenze quaresimali tenute all’Università Cattolica del Sacro Cuore. In quelle pagine, con uno stile volutamente colloquiale anche se talvolta un poco arcaicizzante, il santo arcivescovo aveva riversato e condensato tutta la sua competenza di storico e di studioso, e tutto il suo cuore di pastore e di uomo profondamente spirituale.

Quando, nello stendere questa introduzione, ho ripreso in mano il libretto del cardinal Schuster, ne ho riscoperto tutta l’attualità. Indubbiamente molte cose da allora sono cambiate: c’è stato il concilio Vaticano II con la riforma liturgica, che, anche in casa ambrosiana, ha portato a una revisione globale dei riti della settimana santa come di tutto l’anno liturgico; ci sono stati numerosi studi successivi  che hanno messo in luce aspetti che nelle pagine del beato arcivescovo erano ancora un poco in ombra. E tutto ciò forse non rende inutile il mio tentativo di ripresentare in un libretto agile e veloce i contenuti storici e spirituali che la tradizione ambrosiana ha racchiuso nei giorni della settimana santa. Ma senz’altro questa pubblicazione non sarà inutile se, per l’occasionale lettore, essa si rivelerà, alla fine, un aiuto, seppur modesto, per celebrare e vivere il mistero pasquale, così come nel lontano 1938 il cardinale Schuster augurava ai non occasionali lettori del suo ben più importante e valido libretto: “La Pasqua ci appare e contiene nel suo significato quanto di più divino può esprimere una festa liturgica. Più che un programma di vita nuova, per noi, la Pasqua è una garanzia, è addirittura un inizio della nostra stessa Pasqua, cioè della nostra duplice resurrezione per Gesù Cristo, resurrezione alla grazia cioè, e poi finalmente alla gloria”

La settimana “autentica”
Già nei più antichi documenti della liturgia ambrosiana la settimana santa è infatti chiamata con un’espressione che a prima vista può sembrare curiosa e di non immediata comprensibilità: “settimana autentica”

L’interpretazione che di questo termine è stata data nei vari studi di liturgia ambrosiana oscilla fra tre significati:
*  Settimana eminente fra tutte le settimane dell’anno liturgico;
*  Settimana tipica o normativa, sulla quale è stata modellata ogni altra settimana dell’anno liturgico;
*  Settimana dell’offerta sacrificale che il Signore ha fatto di se stesso nella pasqua

Con ogni probabilità l’interpretazione più corretta è la prima, e coincide praticamente con l’uso presente in molte tradizioni liturgiche, sia orientali sia occidentali di definire la settimana santa con l’aggettivo grande. La settimana santa infatti è il vertice dell’intero anno liturgico: anzi, tutto l’anno liturgico tende alla celebrazione  della pasqua e dalla pasqua riceve per così dire la propria forma, la propria strutturazione.

La stessa storia della liturgia del resto ci insegna che il nucleo originario dell’anno liturgico è precisamente la celebrazione della pasqua nella sua duplice commemorazione: quella settimanale con la domenica, e quella annuale, che trova appunto nella settimana santa e nel sacro triduo il proprio vertice.

Proprio perché l’anno liturgico raggiunge in questi giorni il suo vertice, essi sono eminenti, sono grandi: sono, per l’appunto, i più importanti. Lo scorrere del tempo, come occasione per rivivere la salvezza donataci da Dio con il sacrificio redentore del suo Figlio, trova infatti in questa settimana il proprio punto di riferimento  autentico e imprescindibile.

Il sabato in tradizione symboli
La parola traditio deriva dal verbo latino tradere, che significa letteralmente consegnare. Quindi: sabato della consegna del simbolo. Con questa definizione la liturgia milanese ha voluto conservare il ricordo di un antico rito. Infatti nei primi secoli della storia della Chiesa era un fatto abbastanza consueto che molti pagani si convertissero al cristianesimo in età adulta. Diventavano così catecumeni: si sottoponevano cioè a una severa preparazione in vista del battesimo che avrebbero ricevuto nella celebrazione della veglia pasquale. Ebbene, otto giorni prima di essere battezzati, proprio all’inizio della settimana santa, ai catecumeni veniva consegnato (di qui il termine traditio) il simbolo della fede (il Credo), perché lo imparassero a memoria e ne assimilassero la verità.

I catecumeni, dopo aver ricevuto il simbolo, lo avrebbero poi restituito prima di ricevere il battesimo nella veglia pasquale, dimostrando di averlo imparato con la mente e con il cuore. Era il rito della redditio symboli, complementare a quello della traditio: redditio infatti deriva dal verbo latino reddere, che letteralmente significa restituire.

Il simbolo andava imparato a memoria. Infatti ai catecumeni e ai fedeli era proibito ritrascrivere il testo del Credo, perché non capitasse che la sintesi dell’intera fede cristiana fosse inavvertitamente e imprudentemente divulgata fra i pagani.

Così  Ambrogio stesso, spiega questo rito di consegna e di restituzione del simbolo della fede: “Desidero che voi siate chiaramente ammoniti che il simbolo non deve essere scritto, perché lo dovete restituire. Quindi nessuno lo scriva. Per quale motivo ? Lo abbiamo ricevuto a condizione che non debba essere scritto. Ma che si deve fare ? Saperlo a memoria …Infatti, lo si può ricordare di più, se non lo si scrive … Ciò che scrivi, cominci a non ripassarlo meditandolo ogni giorno, perché non ti preoccupi, pensando di poterlo rileggere. Al contrario, ciò che non scrivi, temi di dimenticarlo, e così cominci a ripassarlo ogni giorno”.

La professione di fede è la vera tessera di riconoscimento del cristiano; ne è, per così dire, la carta d’identità. La Chiesa ci ha consegnato il simbolo della fede, non perché lo scrivessimo su un pezzo di carta, ma perché lo imprimessimo nella mente e nel cuore, cioè nella vita.

Possiamo infine sottolineare un ulteriore particolare. Sotto il profilo rituale, dal sabato in traditio symboli fino alla veglia pasquale esclusa, la liturgia ambrosiana usa, in tutte le celebrazioni, il colore liturgico rosso: mistero del Corpo dato e del Sangue sparso, nonché sulla centralità della croce e della passione redentrice.

Navoni3Domenica delle palme nella passione del Signore
E’ la domenica che inaugura a tutti gli effetti la settimana santa. Già nell’antica liturgia di Gerusalemme in questo girono si commemorava l’ingresso di Gesù nella Città Santa con la suggestiva processione che dal Monte degli Ulivi scendeva fino alla basilica della risurrezione: i partecipanti accompagnavano il vescovo – dicono gli antichi documenti – recando in mano rami di palma o di ulivo, proprio come avevano fatto gli abitanti di Gerusalemme con il Signore Gesù.

In tutte le messe è previsto un formulario di preghiere e di antifone che delinea e approfondisce i vari aspetti della passione e morte di Cristo. E questo a cominciare dalle letture bibliche proposte.
Viene innanzitutto letta la pagina di Isaia (Is 52, 13-53,12) dove il profeta delinea la figura misteriosa del Servo di Dio che si carica dei nostri peccati e ci salva con il suo dolore, che viene percosso a morte dall’iniquità degli uomini, ma che dopo il suo tormento vedrà la luce. Segue come seconda lettura un passo della lettera agli Ebrei (Eb 12, 1b-3), nel quale viene presentato in maniera sintetica l’intero mistero pasquale: Cristo che si è sottoposto alla croce e ora siede alla desta di Dio nella gloria.
Infine viene proclamato il vangelo che, secondo la costante tradizione ambrosiana, caratterizza la domenica precedente la pasqua. Si tratta del brano che narra l’episodio dell’unzione di Betania, secondo la redazione dell’evangelista Giovanni (Gv 11,55-57; 12,1-11). Recatosi Gesù a Betania, in casa dell’amico Lazzaro, che egli aveva risuscitato da morte, Maria, sorella di Lazzaro, compie nei suoi confronti un gesto di affetto e di devozione: cosparge i piedi di Gesù con trecento grammi di prezioso e raffinato unguento profumato. Il significato di questo gesto è esplicitato da Gesù stesso, che ne indica il valore profetico, come anticipazione degli onori funebri che verranno resi al suo corpo prima della tumulazione “Lasciala fare, perché ella lo conservi per il giorno della mia sepoltura”. Indirettamente dunque l’unzione di Betania è una proclamazione della imminente passione e morte del Signore Gesù.

Ma il motivo che ha guidato la liturgia ambrosiana a scegliere questo brano evangelico per la domenica precedente la pasqua è anche la preziosa notazione cronologica registrata dall’evangelista Giovanni all’inizio dell’episodio: Gesù infatti venne a Betania “sei giorni prima della pasqua”.

Da un’antifona che accompagna la processione delle palme e che comincia con queste parole: Venite tutti ad adorare il Re dell’universo: sei giorni mancano alla sua passione.

 Giovedì santo
Per il mattino
del giovedì santo l’unica celebrazione eucaristica per tutta la diocesi è la messa crismale presieduta dall’arcivescovo in Duomo. La cattedrale si trasforma così nel centro liturgico di tutta la Chiesa ambrosiana: al Duomo infatti convergono i rappresentanti dell’intero presbiterio, che è invitato a concelebrare con il proprio vescovo.

Con particolare evidenza l’unità del presbiterio con il vescovo si manifesta, dopo l’omelia, nella rinnovazione delle promesse sacerdotali, attraverso il solenne impegno di dedizione totale alla Chiesa che i pastori rinnovano al Signore Gesù, il cui unico sacerdozio si perpetua a servizio della comunità cristiana.

All’offertorio, insieme al pane e al vino, vengono processionalmente recati all’altare i vasi contenenti gli oli. Nella prassi liturgica ambrosiana, la loro benedizione all’interno della celebrazione eucaristica ha conservato l’antica collocazione: prima del prefazio la consacrazione del crisma e la benedizione dell’olio dei catecumeni; prima della conclusione del canone la benedizione dell’olio degli infermi.

Prima di consacrare il crisma l’arcivescovo infonde nell’olio balsami e aromi; inoltre compie anche l’antico rito dell’ insufflatio, soffiando sull’olio da consacrare: pare che originariamente questo gesto avesse un significato simile a quello degli esorcismi.

Nella liturgia parrocchiale invece, per il giovedì santo mattina, è prevista la possibilità di una celebrazione della Parola di Dio, che affonda la sua origine nella liturgia ambrosiana antica; giustamente è stata riproposta. Con i debiti adattamenti, per la sua valenza catechetica e pastorale. Essa vuole introdurre al mistero pasquale – la cui celebrazione prenderà avvio con la messa in cena Domini nelle ore vespertine dello stesso giorno – attraverso alcune pagine dell’Antico Testamento che del mistero pasquale stesso possono essere considerate un’anticipazione profetica.

Venerdì santo nella passione del Signore
Se la celebrazione vespertina del giovedì santo ambrosiano commemora il primo atto della passione del Signore, quella vespertina del venerdì ne è la naturale continuazione nonché il compimento, e trova il suo vertice nell’annuncio della morte di Cristo in croce.

Il vertice della celebrazione pomeridiana del venerdì santo è la proclamazione della passione e morte del Signore. Nel rito ambrosiano, in coerenza con la distribuzione cronologica degli episodi fra giovedì e venerdì santo, la narrazione riprende esattamente dal punto in cui era stata interrotta il giorno precedente e prosegue fino al momento della deposizione del Signore dalla croce: al primo atto della passione (la notte del giovedì santo, che termina con il canto del gallo) segue il secondo atto, che inizia con l’alba del venerdì (“Venuto il mattino ….”, sono le parole con cui riprende il racconto evangelico) e culmina con la morte redentrice di Cristo in croce.

Si tratta dunque non della rievocazione di un fatto passato, ma di un vero e proprio annuncio, l’annuncio della pasqua di crocifissione.

Sabato santo
Anche il sabato santo è giorno aliturgico: è infatti interamente riservato al silenzio davanti al sepolcro di Cristo e all’attesa orante della resurrezione del Signore.

Per il mattino è prevista una breve celebrazione della Parola di Dio, con la lettura del passo di Matteo in cui si narra l’apposizione dei sigilli al sepolcro e la delibera del sinedrio di istituire un corpo di guardia al sepolcro stesso (Mt 27, 62-66). Il brano evangelico è preceduto da una sola lettura tratta dal libro della Genesi, con la narrazione del diluvio universale da cui emerge una nuova umanità. Ovviamente anche per questa celebrazione permangono i segni del lutto che pervade la Chiesa dopo la morte dello Sposo.

Veglia pasquale
Calate le tenebre si celebra la veglia pasquale, tra tutte le veglie liturgiche la più santa e la più solenne. La Chiesa ambrosiana vive la celebrazione più importante di tutto l’anno liturgico cristiano con la seguente successione:

  • Riti lucernari (accensione del cero e canto del preconio)
  • Catechesi veterotestamentaria (sei letture)
  • Annuncio della resurrezione
  • Catechesi neotestamentaria (tre letture)
  • Riti battesimali
  • Liturgia eucaristica

Già nella tradizione ebraica la notte pasquale condensava in sé la memoria di quattro eventi cardine della storia della salvezza, eventi che si pensava si fossero realizzati durante la notte: la notte in cui avvenne la creazione del mondo; la notte in cui Dio si manifestò ad Abramo; la notte in cui si realizzò la liberazione del popolo dall’Egitto; e la notte in cui si sarebbe manifestato l’avvento escatologico del Messia.

La veglia pasquale cristiana – in ogni tradizione liturgica – eredita e reinterpreta in senso cristologico questi quattro episodi. In Cristo morto e risorto, prefigurato nel sacrificio di Isacco, il figlio restituito al patriarca Abramo, il vecchio mondo tramonta e la creazione intera ritrova la propria novità; e il popolo di Dio, la Chiesa, rinnovato nelle acque battesimali, esce dalla vecchia condizione di peccato ed entra nella nuova condizione di grazia. Ma la veglia pasquale diventa anche l’occasione per commemorare e anticipare nel rito misterico l’incontro con Cristo nel suo ritorno glorioso alla fine dei tempi.

Nella notte di pasqua si realizza non tanto l’incontro del Messia con il suo popolo, quanto piuttosto l’incontro dello Sposo che si fa nuovamente presente alla Chiesa sua Sposa dopo i giorni della passione e del lutto.

E’ forse questa la chiave di lettura più corretta e adeguata non solo per comprendere, ma anche per vivere la veglia pasquale ambrosiana.

Inno di sant’Ambrogio per il giorno di pasqua
Questo è il vero giorno di Dio,
radioso di santa luce,
nel quale il sacro sangue di Cristo
ha deterso i vergognosi crimini del mondo.

E’ il giorno che ridonò la fede agli smarriti
e illuminò con la vista i ciechi.
Il perdono concesso al ladrone
sciolse tutti dal peso del timore.

 Il ladrone, mutando la croce in premio,
con un rapido atto di fede
guadagnò lo stesso Signore Gesù
e, reso giusto, con passo più veloce,
per primo giunse nel regno di Dio.

 Persino gli angeli stupiscono di questo fatto straordinario,
vedendo il reo, punito nel corpo crocifisso,
ottenere la vita beata
stringendosi a cristo.

 Mistero mirabile !
La carne di Cristo lava la corruzione del mondo
e cancella i peccati di tutti
purificando i vizi della carne.

Non c’è nulla di più sublime di questo mistero:
la colpa cerca il perdono,
l’amore scioglie dalla paura
la morte di Cristo ridona una vita nuova.

La morte azzanni pure il proprio amo
e si impigli nei suoi stessi lacci:
se Cristo, Vita di tutti, muore,
di tutti risorge la vita.

Anche se la morte si diffonde tra tutti gli uomini,
tutti i morti risorgeranno:
la morte, trafitta dal suo stesso pungolo,
riconosca, gemendo, di essere lei sola perita.

Marco NavoniSettimana santa

Un semplice suggerimento per vivere bene questa settimana
ndr don Noberto