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La lettera del Vescovo:

a partire dalla lettera dello scorso anno traccia della lettera di quest'anno

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Perle in giro (e settantatré)

perladueLA CHIAMATA NELLA MORTE
Alla mensa della casa di Betania, descritta nel cap. 10 del vangelo di Luca, troviamo Cristo con  le due sorelle Marta e Maria. E’ una scena che rivela dei rapporti intensi, ma anche non semplici. E infatti, per comprendere più profondamente questi rapporti, bisogna vederne lo sviluppo nel cap. 11 di Giovanni, il capitolo della resurrezione di Lazzaro, dove il rapporto tra le sorelle e anche quello di entrambe con Cristo matura fino all’atto conclusivo descritto in Gv 12, con la cena in onore del Signore come ringraziamento per la vita restituita al fratello. Questi testi che riguardano Betania parlano dell’amicizia, dell’amore, della malattia, della morte e del superamenti della morte. Sono testi che profumano d’olio, di unguento, di intimità, di festa, ma anche testi di lacrime e ammonimenti.

Rupnik6Mettendo insieme le narrazioni evangeliche su Betania, su Marta, Maria e Lazzaro, vediamo che il rapporto con Cristo non è un dato di fatto ovvio, che non ha nulla di scontato, ma che è una realtà dinamica, al ritmo di dolore e gioia, malattia e guarigione, lutto e festa, perché si tratta di un passaggio dalla morte alla vita. E’ un cammino, non una semplice maturazione, piuttosto una parabola che ha un suo inizio e una sua mèta. Non è un cammino lineare, perché non corrisponde ad un progetto di strada né, dunque, ad un “progetto” di vita. Si tratta di una chiamata, una voce che ti raggiunge, un volto che coinvolge, e dunque è una storia.

La dinamica della vocazione è sempre la storia non di una persona isolata, ma insieme con gli altri. Coinvolgersi con Cristo significa venire a far parte di una tessitura, di una rete di rapporti. Non ci può essere allo stesso tempo l’amicizia con il Signore e lo strappo dall’altro. La vocazione, ossia la storia di chi si è lasciato coinvolgere con Cristo, si fa anche missione, e anch’essa non è un progetto da elaborare, ma una testimonianza da rendere a questa chiamata che coincide con la propria salvezza, l’espressione concreta dell’amore di Dio per noi. E la testimonianza viene resa in relazione al nocciolo della questione, che è la morte. Gli uomini si distinguono infatti nell’affrontare la questione di fondo, che è quella della propria insufficienza, cioè dell’insufficienza ontologica. L’uomo constata il suo perire, l’incapacità di garantirsi la vita, di trattenerla per sé. Come supplire a tale insufficienza della vita ? Questa è la domanda che distingue gli uomini. Cristo ha fatto proprio della morte il luogo della sua suprema rivelazione. Non solo. E’ nella morte che ha pronunciato tutto ciò che il Padre vorrebbe dire all’umanità. Perciò anche chi lo segue, chi risponde alla sua voce che chiama, vivrà il suo Kairos, il suo tempo pieno, nella fragilità tipica della condizione umana, facendo della morte il motivo del credere “io sono contento per voi di non essere stato là, perché voi crediate” Gv 11,15

Per comprendere meglio questa dinamica della vocazione che è amicizia con Cristo e che, benché malati e mortali, ci fa arrivare alla salvezza eterna, all’immortalità e alla festa, bisogna attingere anche al capitolo precedente a quello della risurrezione di Lazzaro, il capitolo 10. In questo capitolo, Cristo dice di essere il Buon Pastore che chiama le pecore, le protegge e dà la propria vita per loro. Il capitolo 11, in cui Cristo risuscita Lazzaro, si conclude con l’odio verso Cristo e l’esplicita decisione di ucciderlo, cosa confermata in Gv 12, dove è organizzata la festa in onore di Cristo. Ma il capitolo si conclude con il suo incamminarsi verso Gerusalemme, dove lo aspetta la morte.

rupnikLo scenario della chiamata
Dopo la grandiosa apertura del Prologo, l’evangelista comincia la narrazione del vangelo con Giovanni Battista, che già nel Prologo ha un ruolo del tutto speciale. Il fatto che Giovanni sia il precursore e il testimone della luce acquista nel nostro caso un significato particolare. La conoscenza di Dio non è il frutto si uno sforzo umano. Arrivare alla luce non è una questione della bravura, dell’intelligenza e della volontà dell’uomo, neppure il frutto di un esercizio di ascesi. La conoscenza di Dio ha le sue precondizioni nella presa di coscienza dell’uomo riguardo alla verità della sua vita: cioè vivere per rimanere o vivere per morire. Il contesto per la conoscenza di Dio è dunque l’uomo stesso nella sua verità: un essere che non ha la fonte della vita in se stesso e che per di più, abusando del peccato, è rimasto ferito. L’ambito per rivelazione della luce è la notte dell’umanità. Perciò il vangelo di Giovanni fa entrare Cristo nello scenario preparato dal Battista lungo il Giordano. E’ la situazione dell’umanità che prende atto del suo stato tragico a causa del peccato, luogo privilegiato per riconoscere Dio come Salvatore, e dunque per incontrarlo in modo salvifico. La conoscenza di Dio non è così semplicemente una via ascendente, ma comincia con un atto di umiltà che permette all’uomo di scendere fino agli abissi della fragilità, della precarietà e di tutte quelle che sono le conseguenze del peccato di Adamo. Per poter ammettere lo stato lo stato in cui si trova, bisogna che tutto l’uomo sia convinto. Occorre arrivare ad una constatazione in cui non sono più possibili miraggi e illusioni, ma toccare con mano la verità della propria situazione. Questa verità, una volta riconosciuta, spinge l’uomo a convincersi della impossibilità dell’autosalvezza. Magari le forze psichiche o quelle del corpo vorrebbero ancora reagire per affermarsi e dimostrare di farcela, ma è lo spirito dell’uomo che, se preso in considerazione, illumina e convince tutto l’uomo perché scelga l’altra via. E questa via è quella dell’apertura, dell’invocare la salvezza, del  chiedere che venga il Salvatore. Non si tratta di un’umiliazione per l’uomo ma, di umiltà, che vuol dire accettare la propria verità. Le umiliazioni si trovano sulla via dell’autosalvezza, dove si crede di essere in grado di affermarsi definitivamente e di dare a se stessi la vita in abbondanza. E’ su questa via che ci si trova sempre con lacrime amare, a piangere presso le rovine delle nostre speranze infrante.

Se l’uomo arriva ad ammettere la propria verità, in quello stesso atto si crea in lui la giusta predisposizione per accogliere la luce, per acconsentire a colui che dissipa la notte e afferma il giorno, perché è lui stesso il Sole che scalda la terra e il cuore dell’uomo. Le prime parole che Giovanni dice su Cristo non sono un discorso teorico, lontano dall’esistenza: “Ecco l’Agnello di Dio che toglie il peccato del mondo”. Con l’immagine dell’agnello, Giovanni si richiama alla cosa più conosciuta ad ogni ebreo. Con questo vuol far vedere esplicitamente che la conoscenza di Dio, ha la sua radice nell’esperienza. E non solo un’esperienza individuale, isolata, ma in un’esperienza allo stesso tempo personale e unita ad una dimensione comunitaria. Giovanni non dice “ecco l’Agnello di Dio che prende il tuo peccato”, e neppure “i peccati degli uomini”, ma “il peccato del mondo”.

Richiamando l’agnello e il suo sacrificio – e tutte le allusioni sacrificali e sacerdotali che l’Antico Testamento ha a questo riguardo – Giovanni vuole mettere in evidenza su di sé il peccato come un puro atto espiatorio. Giovanni mette in parallelo l’Agnello di Dio e il Figlio di Dio. L’Agnello di Dio toglie il peccato del mondo e il Figlio di Dio, su cui rimane definitivamente lo Spirito, battezza nello Spirito Santo. Per comprendere che cosa significa il togliere il peccato del mondo, bisogna capire che cosa vuol dire battezzare nello Spirito Santo. E per cogliere che cosa vuol dire battezzare in Spirito Santo, bisogna vedere il parallelismo tra il battesimo di Giovanni con acqua e quello del Figlio di Dio in Spirito Santo.

rupnik2Giovanni sta dicendo che l’Agnello di Dio, Gesù Cristo, prende il peccato del mondo, non solo nel senso che cancella i peccati, come un lavacro, ma penetra e impregna l’uomo nello Spirito Santo, determinando un contatto totale. Cristo non solo toglie il peccato, ma ridà la vita, la vita di Dio, che è la luce e la conoscenza.

Gesù, agnello sacrificale del nuovo esodo, “colui che toglie il peccato del mondo” con la sua morte in croce, è colui “che battezza in Spirito Santo”. Il battesimo è il mezzo per togliere il peccato del mondo, la nova nascita dall’alto, in cui, insieme alla cancellazione del peccato, l’uomo è penetrato dello spirito, che così diventa “sorgente di acqua che zampilla per la vita eterna”  fonte interiore di vita, flusso che sgorga dal fianco di Gesù sulla croce, comunicazione di Dio stesso, che è spirito. Gesù è l’Agnello pasquale perché con la sua morte dà lo Spirito, che comunica la vita nuova e definitiva.

Giovanni dice apertamente di non conoscere Gesù Cristo, ma di essere stato mandato lì a battezzare affinché Cristo fosse conosciuto a Israele. In questo modo si suggerisce che la conoscenza di Dio avviene tramite il perdono dei peccati, dato nel battesimo insieme al dono dello spirito Santo che penetra la persona umana.

San Paolo dice che solo nello Spirito Santo si può dire che Gesù è il Signore (1Cor 12,3) Su questo sfondo si può comprendere come Giovanni Battista concluda la sua testimonianza annunciando che cristo è Figlio di Dio.

La vocazione coincide con l redenzione e che per questo essa ha il suo inizio nella presa di coscienza della propria verità di esseri insufficienti alla vita, perché feriti dal peccato. Sant’Ignazio di Loyola, ad esempio, nel suo percorso degli Esercizi spirituali segna il passaggio dalla prima tappa alla seconda proprio con la vocazione, con la chiamata che segue la presa di coscienza dell’assurdità della vita senza Dio. La cosiddetta prima settimana degli Esercizi secondo sant’Ignazio finisce con la meditazione sull’inferno e la prima meditazione della seconda settimana è quella della chiamata. L’inferno significa la persona staccata da Dio, precipitata nell’orrore della morte. Il Signore chiama proprio dalla morte, cioè dal non essere salvati, alla salvezza che è esattamente la vita con il signore, l’amicizia con lui.

Marko Ivan Rupnik

“ … toccare con mano la verità della propria situazione […] E’ su questa via che ci si trova sempre con lacrime amare, a piangere presso le rovine delle nostre speranze infrante.
Se l’uomo arriva ad ammettere la propria verità, in quello stesso atto si crea in lui la giusta predisposizione per accogliere la luce, per acconsentire a colui che dissipa la notte e afferma il giorno, perché è lui stesso il Sole che scalda la terra e il cuore dell’uomo”.

 Conoscere Dio vuol dire camminare accanto a Lui nel profondo degli abissi guidati da una luce che ci conduce verso la piazza d’oro.

TeresaMensabetania