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La lettera del Vescovo:

a partire dalla lettera dello scorso anno traccia della lettera di quest'anno

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Perle in giro (e settantaquattro)

perladueANNALENA E NON SOLO
Anna Cataldi non è una donna comune: colta e privilegiata, a un certo punto della vita non ha esitato a rimettersi in gioco e a dedicare tutta se stessa agli altri. E’ stata l’amica di sempre Audrey Hepburn a indicarle la strada: l’indimenticata protagonista di Colazione da Tiffany che è diventata instancabile ambasciatrice dell’Unicef in africa, America Latina, Asia. Di lei si racconta in queste pagine, ma anche di altre quattro donne, sorelle nel coraggio e nella volontà di costruire un futuro di speranza per coloro che futuro e speranza non hanno mai avuto.

C’è la storia di Annalena Tonelli, missionaria in Somalia, che ha speso trent’anni della sua esistenza al servizio dei somali costruendo centri di assistenza e lottando contro le piaghe della tubercolosi, dell’Hiv e delle mutilazioni femminili. Finché nel 2003 ha trovato la morte per mano di un gruppo di fanatici nell’ospedale da lei creato.

Di Nancy Dupree, l’unica occidentale a camminare per le vie di Kabul senza paura, che ha lavorato mezzo secolo per salvare dalla distruzione l’immenso patrimonio culturale afghano e restituire a un popolo le sue radici e la sua memoria.

Di Rosamond Carr, madre infaticabile di migliaia di orfani ruandesi, che ha dato loro una casa sfidando la brutalità di un paese insanguinato da uno dei genocidi più sconvolgenti della Storia.

Di Linda Beekman, donna delle pulizie di un paesino della Florida, che è più volte entrata e uscita da Sarajevo sotto assedio riuscendo a portare con le sue sole forze oltre due tonnellate di aiuti umanitari: non solo cibo per il corpo ma anche per l’anima.

Storie di incredibile generosità, grande forza e assoluta determinazione, che obbligano alla riflessione, scuotono la coscienza, ma soprattutto toccano il cuore.

Storie di donne che hanno scelto di dedicare la vita agli altri
Audrey Hepburn – Una seconda vita
hepburn3Sono passati tanti anni, eppure spesso mi viene da pensare che senza di lei non avrebbe avuto inizio quella parte della mia vita che, da allora in poi, è diventata sempre più coinvolgente. E’ triste pensare che Audrey se ne sia andata proprio quando stavo iniziando un nuovo percorso della mia esistenza. Quante volte rientrando in Italia, dopo essermi immersa in realtà che lei prima di me ha toccato, avrei desiderato chiamarla al telefono, raccontarle ciò che avevo visto, dividere con lei le mie impressioni e ascoltare la sua voce … Audrey aveva la dote rara di saper ascoltare e guardare anche le situazioni più tristi con una luce di speranza. Lei aveva la capacità di rendere tutto più leggero, quasi a passo di danza, ma non per questo mancava di umorismo.

Sì, le sue parole mi mancano tanto. Lei non c’è più, ma mi capita spesso di sentire la sua presenza. Ogni volta che davanti a me ho lo sguardo febbricitante di un bambino scheletrico, di un uomo affamato, quello implorante di una donna nella disperazione della miseria è come se li vedessi attraverso la dolcezza e la comprensione dei suoi occhi.

Ci sono incontri che lasciano cadere dentro di noi semi che col tempo germogliano e fioriscono, facendoci comprendere cose che prima non riuscivamo a vedere.

[…] Come molte persone famose, spesso Audrey riceveva richieste di partecipare a gala o a eventi di beneficienza, e fra questi non mancavano quelli dell’Unicef, l’agenzia umanitaria delle Nazioni Unite per l‘infanzia. Il successo delle sue occasionali apparizioni fu tale che, nel 1988, le fu offerto un impegno molto più gravoso; quello di Unicef Goodwill Ambassador (Ambasciatrice di Buona Volontà per l’Unicef). Significava diventare testimone delle sofferenze dei bambini vittime della povertà, delle malattie o dei conflitti armati. Significava, soprattutto, intraprendere viaggi faticosi in condizioni non facili ed esporsi allo stress emotivo di ritrovarsi di fronte a bambini in situazioni di pericolo e vulnerabilità.  Ma come avrebbe potuto rifiutare, lei che amava tanto i bambini ?

hepburn2Accettò l’incarico e nel corso di quattro anni compì missioni in Etiopia, Turchia, Venezuela, Ecuador, Guatemala, Honduras, El Salvador, Sudan, Bangladesh, Vietnam e Somalia. Da ogni viaggio tornava profondamente segnata per quello che aveva visto, ma ogni viaggio la motivava sempre di più ad andare avanti. “Non c’è tempo” diceva “ogni volta che vedo un bambino handicappato per la polio e penso che una semplice vaccinazione avrebbe potuto risparmiare la sua vita da una tale sofferenza, ogni volta che mi trovo davanti a creature che muoiono per la fame, quando altrove nel mondo c’è un tale surplus di cibo, ogni volta che vedo neonati morire quando basterebbero poche medicine per salvarli … in quei momenti io sento che non ci si può fermare”.

L’ultimo viaggio in Somalia, nel settembre del 1992, fu devastante. Di fronte a una tragedia così grande in lei sorse un senso di indignazione quasi intollerabile. Non riusciva ad accettare che si lasciassero morire di fame così tante persone. Per questo, per testimoniare al mondo con una determinazione che rasentava l’eroismo, anche se la sua salute stava vacillando, si sottopose a una serie di interviste in Europa e negli Stati Uniti.

Il 20 gennaio 1993 Audrey Hepburn moriva nella sua casa in Svizzera. Il viaggio umanitario di Audrey in Somalia è stato l’ultimo che ha fatto. Per me sarebbe stato il primo. Senza Audrey gli ultimi quattordici anni della mia vita non sarebbero stati gli stessi e non avrei avuto modo di conoscere le perone di cui vorrei parlarvi.

[…] “Sai” mi confessò una notte a Nairobi “ero molto giovane e senza esperienza nel mondo del cinema quando di colpo mi sono trovata travolta dal successo, e a Hollywood la pressione è tale che non di rado si sente di attori psicologicamente distrutti. Ma io ho potuto affrontare tutto questo perché uscivo dalla realtà di una guerra e di fronte a questo il cinema, la fama … tutto veniva ridimensionato”.

hepburn1La Hudrey del cinema è tutt’ora più che mai sotto i nostri occhi. Gli occhi di cerbiatta di Sabrina, la principessa di Vacanze romane, la sofisticata Holly Golightly dai grandi occhiali neri e il lungo bocchino di Colazione da Tiffany sono diventate icone intramontabili che ancora compaiono nei giornali di moda e nelle campagne pubblicitarie.

“Sono ancora un po’ conosciuta” diceva in quell’estate del 1992. Se solo avesse immaginato quanto ancora lo sarebbe stata, io credo avrebbe voluto che il suo giovane e radioso sorriso potesse essere usato per sollevare l’attenzione del mondo su quei bambini africani.

Poesia preferita da Audrey
Consigli di bellezza a prova d’età – Sam Levenson

Per avere labbra attraenti, pronuncia parole gentili.
Per dei begli occhi, cerca il bene nelle persone.
Per una figura snella, dividi il tuo cibo con gli affamati.
Per capelli splendenti, lascia che un bambino li accarezzi una volta al giorno.
Per il portamento, cammina con la convinzione che non camminerai mai sola.
Le persone, più delle cose, devono essere rinnovate, rianimate, recuperate e riscattate.
Non buttare mai via nessuno.
Ricordati che se hai bisogno di una mano, ne troverai una proprio in fondo al tuo braccio.
Crescendo scoprirai che di mani ne hai due; una per aiutare te stessa, l’altra per aiutare gli altri ….

 

Annalena4Annalena Tonelli – L’angelo della Somalia
All’inizio fu solo un nome: Annalena. Il cognome lo avrei saputo molti anni dopo. Ripensandoci lì pensai che Lena fosse il cognome. La prima volta fu a Mogadiscio nel settembre 1992. Appena rientrata da Bidoa ero ancora sconvolta per quello di cui ero stata testimone. Tutti quegli esseri scheletrici e moribondi, quei mucchi di cadaveri, la fame e tutta quella disperazione. La carestia in Somalia, la peggiore che da anni avesse colpito il continente africano.

Non vi ero preparata arrivando dall’Italia. Nel nostro mondo ben nutrito leggiamo i giornali, guardiamo le immagini e crediamo di capire. Ma essere fisicamente presenti, sentire il tanfo, udire i gemiti, guardare gli occhi imploranti, avvertire la morte … Quando un essere vivente muore, qualcosa accade e noi che siamo presenti, volenti o nolenti, ne diventiamo partecipi.

A Mogadiscio avevo trovato alloggio al comprensorio dell’Unicef. D’altronde quasi tutti i giornalisti presenti in quei giorni in Somalia abitavano lì. Più esperti di me, conoscevano a fondo il paese con le sue vicissitudini e della carestia se ne occupavano già da mesi. Qualcuno parlava e io ascoltavo. Così era venuto fuori il nome di Annalena.

“A Merka c’è una donna straordinaria. E’ italiana” dicevano “è da sola e riesce ad aiutare la gente più di qualsiasi altra organizzazione umanitaria”. “Annalena” era un passaparola fra i giornalisti. Ne parlavano con una sorta di rispettoso timore: “e’ molto amica di Aidid (uno dei signori della guerra) e di sua moglie”

Nata il 2 aprile 1943 a Forlì, Annalena era troppo piccola per essere conscia degli eventi di cui la sua città fu protagonista. Ricca di storia e di tradizioni, Forlì era stata quasi interamente distrutta dalla guerra. Più del 60 per cento degli edifici ridotti in macerie. Finita la guerra, sin dai primi mesi del 1945 i cittadini si erano messi all’opera per risanare le ferite della città. In breve tempo, anche se faticosamente, la città si prese il ritmo operoso che la caratterizzava ed è in questo clima di positività e speranza che Annalena visse infanzia e adolescenza.

La sua famiglia apparteneva alla buona borghesia: Guido, il padre, direttore del Consorzio Agrario e stimato membro della comunità, la madre, cinque figli, tutti profondamente cattolici e affettuosamente uniti. Sulla solidità della famiglia, che non mancò mai di sostenerla nelle sue scelte – Annalena poté sempre contare.

Come lei stessa ebbe poi a dire: “Fin da piccola ho saputo con certezza che nella vita volevo essere povera fra i poveri. Volevo vivere per loro, essere come loro, i derelitti, gli emarginati, gli abbandonati. Ma povera come loro non sono mai stata perché ho sempre saputo che la mia famiglia era dietro di me”. Non solo la famiglia, ma tutto l’humus comunitario della città d’origine la sostenne materialmente e spiritualmente nell’attuazione della straordinaria opera umanitaria creata in Africa.

Annalena1Grandi occhi azzurri, una massa di capelli castani che incorniciavano il viso dai lineamenti delicati, figura svelta e scattante, la giovane Tonelli cresceva impaziente di dare il suo contributo per creare un mondo migliore. Il misticismo, la fede in Dio – incrollabile sin dall’infanzia – e l’educazione religiosa ricevuta nella parrocchia di Forlì, si integreranno in seguito con esperienze che la porteranno ad avere uno sguardo più ampio sul mondo.

Nel 1963 Annalena, “solo per accontentare i miei genitori perché in realtà l’avvocato non era quello che volevo fare” si iscrisse alla facoltà di Legge all’Università di Bologna. Qui incontrò gli studenti della Fuci (Federazione Universitaria Cattolica Italiana) e conquistata dallo spirito che li animava in breve tempo diventò la presidentessa della sezione forlivese. Erano gli anni della grande svolta del Concilio Vaticano II, che diede il via alla modernizzazione della Chiesa Cattolica. Non più la messa in latino, non più anatemi contro le altre religioni, ma un positivo dialogo con tutti. Per la prima volta in 400 anni anche i laici erano incoraggiati a operare cristianamente quali missionari.

Fin da giovanissima Annalena si era sentita profondamente cattolica e profondamente laica, e a questa fede e a questa determinazione non venne mai meno per tutta la vita. Ciò che aveva deciso fin da bambina fu quello che mise in atto in tutti gli anni a venire. Avrebbe dedicato ogni attimo del suo percorso terreno a Dio e ai poveri.

In questo la sua vita si è differenziata da quella di altri mistici, san Francesco d’Assisi e padre Charles de Foucauld, per citarne due la cui spiritualità fu modello per Annalena. Ambedue, in periodi storici diversi, erano giunti alla fede dopo tumultuose vite di non credenti.

La vita e le opere di Charles de Foucauld, insieme con quella di grandi figure spirituali, furono i compagni di viaggio più amati di Annalena sin dalla prima giovinezza fino agli ultimi anni. Teilhard de Chardin, il famoso teologo e paleontologo che la incoraggiò con la visione ottimistica di un’evoluzione positiva del percorso umano; Etty Hillesum, l’ebrea olandese morta ad Auschwitz, l’Abbé Pierre, fondatore della comunità Emmaus, il leggendario scrittore Antoine de Saint-Exupéry, Carlo Carretto, seguace dei Piccoli fratelli di Gesù e creatore dell’eremo di Spello, e altri ancora, fra cui il Mahatma Gandhi. Proprio la figura di quest’ultimo aveva acceso in Annalena il desiderio di andare in India per compiere la sua missione fra i più poveri tra i poveri, come a quei tempi era considerato quel popolo.

Annalena2Ma l’India, così lontana dall’Italia, preoccupava i suoi familiari. Per accontentarli, rinunciando al progetto cui da tempo anelava, Annalena, conseguita la laurea in giurisprudenza, si imbarcò per l’Africa, paese a cui non aveva mai pensato prima.

[…] Annalena aveva quarant’anni quando lasciò l’Africa per rientrare a Forlì. Stanca e avvilita, non riusciva a prospettarsi il futuro. La vita sembra essere tornata al punto di partenza. In seguito si ritirò in un eremo. Solitudine e preghiera erano la miglior medicina. La vita dell’eremo, essere in contatto con se stessi e con Dio, l’essenzialità del silenzio totale, poter ascoltare il respiro della propria anima, era qualcosa cui Annalena aveva da sempre anelato. Anche laggiù in Africa, nei momenti di scoramento, quando le sembrava di non aver più la forza di andare avanti, il suo modo di ricaricarsi era isolarsi nel deserto. In quel vuoto, in quel silenzio, come dice il Piccolo Principe, “non è mai vuoto, ma pieno” a contatto con cielo, sabbia e stelle, lei ritrovava se stessa. Bastavano pochi giorni ed era pronta a ripartire.

Tuttavia la vita di Annalena è stata una lotta fra il bisogno di solitudine e misticismo totale e quello di rimboccarsi le maniche e agire sul campo. Per questo dopo un po’ l’Italia le stava stretta. In quella parte del Corno d’Africa dove ormai le sue capacità erano conosciute c’era bisogno di lei.

Nel 1987 la Cooperazione Italiana allo Sviluppo, in collaborazione con il governo somalo, le propose di occuparsi di un progetto di medicina preventiva per la Tbc in Somalia. A Belet Weyne, un villaggio bagnato dal fiume Sceseli, 300 chilometri a nord di Mogadiscio. Ancora una volta un luogo desertico, lontano da tutto. Annalena accettò l’Africa era ormai parte di lei e condividere l’esistenza dei somali, anche se ancora non lo sapeva, sarebbe stato il suo destino fino alla fine.

La fede cattolica era sempre più radicata in lei, ma – e questo era un lato straordinario della sua personalità- non voleva convertire i musulmani. Anzi, aveva un totale rispetto per la loro religione, a volte quasi ammirazione nel scoprirli così fermamente sicuri del proprio credo. “Dai musulmani nomadi del deserto ho imparato molto” disse in una testimonianza resa nel novembre del 2001 in Vaticano “loro mi hanno insegnato la fede, l’abbandono incondizionato, la resa a Dio”.

[…] Il tempo per lei di lasciare la Somalia, di operare nel mondo, si stava avvicinando. Ma il destino, o la follia di un solo uomo, avevano deciso altrimenti.

La giornata di domenica 5 ottobre 2003 scorreva come tutte le altre. In Somalia giorno di festa è il venerdì. Domenica è un giorno di lavoro qualsiasi. Annalena aveva trascorso la giornata sovrintendendo alla distribuzione delle pillole dei tubercolotici, si era recata in laboratorio, si era chinata accanto ai letti dei più gravi, si era occupata dell’amministrazione senza fermarsi neppure per il pasto di mezzogiorno. Come sempre avrebbe mangiato solo la sera, una ciotola di minestra, la stessa che veniva servita ai malati. Ormai era buio, erano le otto di sera. Fece un ultimo giro di ispezione e fece per avviarsi verso la sua abitazione, due piccole stanze in affitto al di fuori del comprensorio. Sostò un attimo nello spazio quadrato che portava verso l’uscita. “Annalena !” gridò una voce e, prima che lei facesse in tempo a girarsi per vedere chi aveva gridato, la pallottola sparata a bruciapelo le trapassò la testa.

Le spoglie mortali di Annalena furono trasportate in Kenya, nel Wajir, e come lei avrebbe desiderato, tumulate nello stesso luogo dove 19 anni prima lei aveva pietosamente sepolto le vittime del massacro di Wagalla. “Per quello che lei fece allora le saremo eternamente grati” disse alla cerimonia funebre Abdi Mohammed, capo del distretto orientale di Wajir. A Forlì una strada porta il suo nome.

Anna Cataldicataldi