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La lettera del Vescovo:

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Perle in giro (e settantacinque)

perladueACCOPPIATA MARIA E CHIESA
Hans Urs von Balthasar nasce a Lucerna nel 1905. Dopo gli studi di germanistica e filosofia all’Università di Zurigo, nel 1929 entra nella Compagnia di Gesù. Per la sua formazione teologica è decisivo l’incontro con Henri de Lubac e con la mistica Adrienne von Speyr: con quest’ultima fonderà un istituto secolare, la Comunità di San Giovanni. Con il trascorrere degli anni diventa un punto di riferimento per la teologia cattolica, influenzando – pur senza parteciparvi di persona – lo stesso concilio Vaticano II. Muore il 26 giugno 1988, due giorni prima di poter ricevere la berretta cardinalizia che gli era stata riconosciuta da papa Giovanni Paolo II.
Il breve volume che proponiamo raccoglie alcuni scritti del celebrato teologo, in cui i temi mariani si trovano intrecciati al loro diretto riferimento ecclesiologico. Maria è icona della Chiesa perché, come del resto ha esplicitato solennemente il Catechismo della Chiesa cattolica, è possibile “contemplare in lei ciò che la Chiesa è nel suo mistero, nel suo ‘pellegrinaggio della fede’, e quello che sarà nella patria al termine del suo cammino, dove l’attende, nella ‘gloria della Santissima e indivisibile Trinità’, ‘nella comunione di tutti i santi’ colei che la Chiesa venera come la madre del suo Signore e come sua propria madre”.

Balthasar1Balthasar parte dalla constatazione di come nel corso della storia della Chiesa la devozione per la madre di Gesù abbia avuto una fioritura rigogliosa, assumendo talvolta forme persino troppo esuberanti. L’interesse del teologo è tutto volto a individuare quella ‘retta forma della venerazione a Maria che è autenticamente capace di orientare a una matura devozione per lei.

Il guadagno non è solo in termini mariologici: instaurando un corretto rapporto con Maria il credente ottiene anche un rapporto più maturo ed equilibrato con la Chiesa. Se infatti da un lato “non ci è più familiare un’idea che nei primi secoli cristiani passava come ovvia, e cioè che la Chiesa è nostra madre”, dall’altro è sempre più da riscoprire che “questa maternità si rivela in maniera plastica e può essere colta nel fatto e nel modo in cui Maria fu madre di Gesù”.

“Imparare” Maria, madre di Dio, ci permette di “imparare” la maternità della Chiesa; e questo perché la doppia maternità della Vergine – in riferimento a Cristo e alla Chiesa – ne fa la cerniera ideale, il modello più fecondo e immediato del nostro rapporto con entrambi: con Cristo – appunto – e con la Chiesa.

Balthasar ce lo insegna: non è forse vero che in Maria, madre dell’umanità, cogliamo l’emblema di quella cattolicità cui nulla di genuinamente umano può mai essere estraneo ? E non è forse vero che in Cristo, vero Dio e vero uomo, tutto ciò che è genuinamente umano si trova ricapitolato e redento ? In una sana relazione con la Vergine, madre del Dio fatto uomo, la Chiesa guadagna l’accesso e un rapporto vivo e vivificante con Dio stesso e con l’umanità, di cui è chiamata ad avere esperienza cattolica, universale. E’ questo uno dei grandi insegnamenti di cui sono ricche queste pagine. E’ questa l’eredità di un pensiero la cui fecondità non smette di provocare la Chiesa di ieri e di oggi.

Chi dice incondizionatamente sì a Dio non ha idea di quanto lontano questo sì lo condurrà; sicuramente più lontano di quanto egli possa presupporre o valutare, sicuramente a una partecipazione all’insuccesso e alla derisione, alla croce e all’abbandono da parte di Dio,….

Il nome della “vergine Maria”, che “per opera dello Spirito Santo” concepì il Figlio di Dio, sta al centro del simbolo apostolico; il nome di Ponzio Pilato, che pure attesta la storicità della vicenda terrena di Gesù, comparirà soltanto nel più tardivo simbolo niceno. Il parto verginale è naturalmente un’asserzione cristologica prima di tutto: Gesù è in un modo così unico Figlio dell’eterno Padre che non ha potuto avere alcun padre terreno.

L’affermazione rigorosa ed esistenziale relativa al Figlio nulla lascia intravvedere d’una venerazione indirizzata alla madre: non è certo per questo che ella viene menzionata nel Credo. Se nel corso della storia della Chiesa le devozione per la madre di Gesù, grazie alla sua particolare posizione nell’opera di salvezza, fiorì rigogliosa assumendo talvolta forme persino esageratamente esuberanti, è bene tornare a considerare sempre il punto di partenza autenticamente cristologico di questa devozione, non tanto per sbarazzarsene, quanto piuttosto per situarla rettamente: Dio ha guardato “all’umiltà della sua serva” per compiere in lei quelle “grandi cose” che aveva promesso “ad Abramo e alla sua discendenza”, come Maria stessa proclama nel suo cantico di lode. Ciò significa che il suo sì all’angelo fu la sintesi e al tempo stesso il superamento della fede antico testamentaria piena di attesa di Abramo, nonché l’atto di inclusione dell’Antico Testamento nel Nuovo, del Giudaismo nella Chiesa, cosa questa del tutto impossibile altrimenti, se l’opera salvifica di Dio deve costituire un indivisibile tutt’uno. “Ha soccorso Israele suo servo, ricordandosi della sua misericordia”, canta Maria nel Magnificat: quale grande speranza si apre al compimento di tutta l’opera salvifica di Dio per il mondo attraverso l’Israele-Chiesa! La donna del capitolo 12 del’Apocalisse, che nelle doglie partorisce il salvatore, rappresenta l’unità inscindibile dell’intera comunità salvifica di Dio: Israele-Madre-Chiesa, ed è in questo ampio quadro di riferimento che va collocata ogni valutazione e la stessa venerazione per la Vergine che concepisce per opera dello Spirito Santo.

Balthasar2Esiste unanimità nell’asserire che la risposta conclusiva di Maria all’Angelo – e tramite lui a Dio -: “eccomi, sono la serva del Signore, avvenga di me quello che hai detto” (Lc 1,38) fu l’espressione perfetta della fede di Abramo e di tutto Israele. Già ad Abramo era stata chiesta una obbedienza di fede straordinaria allorché era stato ritenuto capace di restituire a Dio sul Moria proprio quel dono che per la sua fede gli era stato concesso, il figlio della promessa, in un sacrificio solo materialmente interrotto ma spiritualmente compiuto. Con Maria Dio andrà fino in fondo a questa fede, poiché sulla croce, ai piedi della quale ella sta, non interviene alcun angelo salvatore ed ella dovrà restituire a Dio suo figlio, il figlio della promessa mantenuta, in un buio di fede per lei incomprensibile e imperscrutabile. Ma già il concepimento di Gesù esige un atto di fede che supera infinitamente quello di Abramo (e a maggior ragione quello di Sara che rise incredula). La parola di Dio, che in Maria vuole farsi carne, ha bisogno di un sì accogliente, pronunciato subito, senza alcuna riserva (neppure inconsapevole), con tutta se stessa, anima e corpo, e che come luogo dell’incarnazione offra l’intera natura umana. Se nel sì di Maria ci fosse stata anche solo l’ombra di un’esitazione, di un “fin lì sì ma non oltre”, alla sua fede sarebbe restata attaccata una macchia e il bambino non avrebbe potuto prendere possesso dell’intera natura umana. Questa assenza di esitazione nel sì mariano viene alla luce forse nel modo più chiaro quando Maria acconsente al matrimonio con Giuseppe e lascia a Dio conciliare tutto questo con il suo nuovo compito.

L’annunciazione non è soltanto una scena cristologica, ma è anche trinitaria. La su struttura narrativa rivela in un modo assolutamente chiaro per la prima volta la Trinità di Dio. Le parole d’apertura dell’angelo che definiscono Maria come la “piena di grazia” per eccellenza, le esprimono il saluto del “Signore”, di Jahvè, del Padre che ella come credente ebrea conosce bene. Il seguito al suo turbamento circa il significato di tale saluto, l’angelo in un secondo intervento rivela la nascita, da lei, del Figlio dell’Altissimo che sarà parimenti il messia per la casa di Giacobbe. Alla domanda su che cosa ci si aspettava da lei, l’angelo le manifesta, in un terzo chiarimento, che lo Spirito santo l’adombrerà cosicché suo figlio potrà a ragione essere definito il Santo e Figlio di Dio. Maria dichiara allora la sua totale disponibilità come serva. La Trinità divina deve manifestarsi nell’incarnazione del Figlio, ma non in una proclamazione solo verbale come avvenne sul Sinai per le leggi di Dio, bensì anche in una realizzazione esistenziale in un essere umano perfetto e prototipo di fede. E’ la fede antico testamentaria da Abramo in poi a prendere parte, nella sua pienezza, a quest’esperienza trinitaria che necessariamente dovrà diventare punto di partenza per un’esperienza di fede neotestamentaria ed ecclesiale, e cioè nell’esistenza stessa di Maria. Per cui c’è, parallelamente alla vita di Gesù, anche una vita di Maria in cui tramite suo figlio ella viene educata, dall’intimità della casa di Nazaret in poi, al ruolo che dovrà esserle affidato ai piedi della croce: a essere il prototipo della Chiesa.

E’ stata la madre prima tra tutti a formare suo figlio, introducendolo nella conoscenza dell’Antico testamento, al compito messianico che gli spettava. Però non è stata lei ma la di lui conoscenza, nello Spirito, del mandato del Padre a rivelargli l’identità di se stesso e a indicargli quanto doveva fare. Si rovescia a questo punto il rapporto: d’ora in poi sarà il figlio a educare sua madre alla grandezza dell’incarico affidatole finché ella non diventi matura per restare sotto la croce e per ricevere poi, nella chiesa in preghiera, lo Spirito Santo destinato a tutti.

Tale formazione sta fin dall’inizio sotto il segno della spada preannunciata da Simeone e che trapasserà l’anima della madre. E’ un processo senza riguardi. D’ora in avanti sarà importante solo la fede in lui, parola di Dio fatta uomo. Maria questa fede ce l’ha: è particolarmente evidente nella scena di Cana quando ella si esprime imperturbata: “Fate quello che vi dirà”; lei, però, la credente perfetta, deve, come esempio dimostrativo, pagare per il figlio e per la separazione che lui ha operato da “carne e sangue” (dal sì di lei può venire tutto) e proprio per questo viene ella stessa educata a una fede con un’apertura totale. E’ già dura, come si è visto, la risposta di Gesù dodicenne che contrappone suo Padre al padre putativo terreno. Ora solo il primo conta, lo capiscano o no Maria e Giuseppe. “Essi non compresero le sue parole”. Neanche questa risposta ella avrà capito “Non è ancora giunta la mia ora”, certamente l’ora della croce quando la madre riceverà il pieno diritto d’intercessione. Tuttavia la sua fede irremovibile: “Fate quello che vi dirà”, ottiene un’anticipazione simbolica dell’eucarestia, una prefigurazione simile a quella della moltiplicazione dei pani.

Eccessivamente dura ci sembra la scena in cui Gesù che istruisce, in casa, quelli che lo attorniano non riceve sua madre che è venuta a fargli visita ed è alla porta. “Ecco mia madre e i miei fratelli! Chi compie la volontà di Dio, costui è mio fratello, sorella e madre”. Prima fra tutti è intesa lei in questo passo pur senza essere esplicitamente nominata! Ma chi lo comprende? Ha forse compreso lei stessa? In spirito si deve accompagnare Maria sulle strade del ritorno a casa e immedesimarsi nel suo stato d’animo: la spada fruga e scava dentro di lei. Ella si sente come derubata di ciò che più è suo, svuotata del senso della vita. La sua fede, che tanti segni sensibili di conferma aveva ricevuto all’inizio, viene ora sospinta in una notte buia. Il figlio non le fa pervenire alcuna notizia di quello che fa. Le è come sfuggito. E tuttavia ella non può lasciarlo andar via così, semplicemente. Nella trepidazione di una fede che cerca nel buio ella lo deve accompagnare.

Balthasar3Ancora una volta, nell’anonimato, Maria viene ricondotta nel comune rango dei credenti: quando la popolana dichiara beato il petto che lo ha nutrito, Gesù devia il discorso su altro: “Beati piuttosto coloro che ascoltano la parola di Dio e la osservano !”.

Ma come avrebbe potuto diversamente diventare ella tanto matura da restare presso la croce dove si svela non solo il fallimento umano di suo figlio, ma anche l’abbandono da parte di Dio che lo ha mandato? Anche qui ella deve ripetere il suo sì, poiché ha già assentito all’inizio, a tutto il destino del suo bambino. E, come per far traboccare il calice amato, il figlio morente abbandona espressamente sua madre sottraendosi a lei e affidandole un altro figlio: “Donna, ecco il tuo figlio!” .

Come il Figlio è abbandonato dal Padre, così la madre è abbandonata dal figlio perché entrambi si trovino uniti anche nell’abbandono. Solo così ella è interiormente preparata ad assumere la maternità ecclesiale nei confronti di tutti i nuovi fratelli e sorelle di Gesù. Il suo perfetto sì ecclesiale è indirizzato alla persona e all’opera del figlio suo, il quale, a sua volta, può essere compreso solo come uno della Trinità. Come si mostrerà più avanti, non esiste alcuna devozione ecclesiale che possa arrestarsi a Maria. E se una devozione è ecclesiale e mariana, dovrà immediatamente e necessariamente condurre per Maria a Gesù e per questi al Padre nello Spirito Santo.

Maria si presenta come la donna forte che (insieme alle altre donne) resiste sul luogo dello sgomento, dal quale sono invece scappati, tranne uno, i discepoli di Gesù. Però difficilmente si scopriranno in lei i tratti della donna emancipata nel senso contestativo del termine: ella vive in pienezza il servizio a suo figlio e deve a lui lasciare disporre di se stessa come egli ne ha bisogno e desidera. Tale servizio è una cosa comune a ogni epoca cristiana, per quanto l’immagine della donna possa cambiare.

La venerazione a Maria è la via più sicura e più breve per arrivare a una concreta vicinanza con Cristo. Meditando ogni fase della sua vita, apprendiamo che cosa significa vivere per Cristo e con Cristo nella quotidianità, in una realtà che anche quando è priva di esuberanza conosce però una perfetta prossimità interiore a Cristo. Il sì di Cristo e il sì di Maria sono completamente compenetrati tra loro.
“Tutte le promesse di Dio sono diventate sì” (2Cor 1,20).

Hans Urs Von Balthasar

Testo immediato che ci porta a considerare come alcuni uomini di Dio, teologi per missione, siano in grado di vedere dove noi non vediamo ma, quando  percepiamo ciò che loro scrivono, sembrano darci la giusta mano per descrive il Mistero. In Maria si trova tutto quello che il progetto di Dio aveva voluto, proprio perchè in lei c’è stato ma c’è ancora … il Tutto. 
Iconamaria