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Incontro con Padre Alsabagh

Parrocchia di Masnago - 25 giugno 2018

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Festa patronale di Luvinate

dal 25 giugno al 2 luglio 2018

Programma

MONTE TRE CROCI

Pellegrinaggio e S. Messa - Sabato 30 giugno - partenza ore 8.00

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Siamo nati e non moriremo mai più

Spettacolo - 27 giugno 2018 - h. 21:00 - Chiesa di Luvinate

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Calendario annuale

Calendario generale delle proposte dell'anno pastorale 2017-2018

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Perle in giro (e ottantuno)

perladueCONVERTIRE PER CAMBIARE
Che senso ha oggi parlare di conversione e di idoli? Che rapporto c’è tra la nostra debolezza e la potenza della fede, tra senso di colpa e coscienza del peccato? Qual è il ruolo del padre spirituale nella vita di un cristiano e come il cristiano deve atteggiarsi in una direzione spirituale? Che posto occupa l’ascesi e la preghiera?

Nulla umilia ed eleva
quanto la grazia
Abate di Saint-Cyran

André Louf, descrive e chiarisce alcune piste fondamentali per una ricerca di Dio alla luce dell’Evangelo, sotto lo sguardo di Cristo. L’essenziale della vita cristiana è riuscire ad acconsentire all’amore di Dio, non contando sulle nostre forze ma sul Signore che può operare in noi: solo sotto la guida dello Spirito sarà possibile percorrere fino in fondo questo itinerario di comunione con il Signore.

Louf1Quando la grazia invade una persona per la prima volta, si parla di conversione: si considera quella persona convertita o in cammino di conversione. Per il linguaggio corrente si tratta di un evento importantissimo, anche se momentaneo, che deve ancora accadere o che si è già prodotto da tempo. Ma nessuno sembra ritenere che la conversione sia ancora necessaria, salvo in caso di apostasia. Di conseguenza il termine derivato, convertito, riguarda solo una categoria ben precisa di credenti: quelli che hanno ricevuto la fede in età adulta. Perciò il neonato battezzato, che ha ricevuto la fede in tenerissima età – ed è la condizione della maggior parte dei cristiani – non sarà mai chiamato convertito: apparentemente non avrà mai nulla a che fare con la conversione.

Solo quelli che vivono al di fuori della fede, oppure che non vivono secondo la loro fede bensì nel peccato, dovrebbero preoccuparsi della conversione: non così il credente di tutti i giorni e soprattutto non il cristiano fervente.

Eppure bisogna ricordare che la Bibbia parla spesso, e in modo molto esplicito, di conversione, e della conversione di ciascuno. Il primo annuncio della buona novella, proclamato da Giovanni Battista, si riassume proprio in questo invito pressante: “Convertitevi, perché il regno dei cieli è vicino!”.

E’ questa vicinanza a rendere così necessaria la conversione: infatti, dice Giovanni ai farisei e sadducei che vengono da lui per farsi battezzare, l’ira e la vendetta di Dio incombono: “Razza di vipere! Chi vi ha suggerito di sottrarvi all’ira imminente? Fate dunque un frutto degno di conversione …. Già la scure è posta alla radice degli alberi: ogni albero che non produce frutti buoni viene tagliato e gettato nel fuoco. Io vi battezzo con acqua per la conversione; ma colui che viene dopo di me è più potente di me ….. e vi battezzerà in Spirito santo e fuoco.”. Giovanni Battista collega la conversione con la presenza di Gesù.

“Convertirsi”, significa semplicemente voltarsi, tornare sui propri passi e, solo di conseguenza, convertirsi: l’accento è posto sul rovesciamento che si produce. Si tratta di una rivoluzione all’interno di noi stessi, che il termine conversione, ormai impoverito da un uso eccessivo, non rende con forza sufficiente. Lasciarsi sconvolgere, rivoluzionare completamente per voltarsi verso qualcosa o qualcuno. Si tratta di un cambiamento radicale con il quale una persona torna sui suoi passi per imboccare una nuova direzione.

Qui riaffiora la domanda posta all’inizio: in che senso abbiamo ancora oggi bisogno di conversione? Non l’abbiamo ricevuta una volta per tutte nel battesimo? Dovrebbe essere una questione già chiusa e adesso dovremmo essere in cammino – naturalmente con alti e bassi, con cadute e riprese – verso la perfezione e la santità. Questa è effettivamente l’immagine che ci facciamo del cammino sul quale procedono tutti i cristiani.

La realtà non è né così semplice né così complicata: la grazia infatti è la semplicità stessa. La difficoltà sta nel fatto che la vita nello Spirito santo non è facile da discernere. Linee di forza diverse si incrociano incessantemente e perciò la confusione, così come l’illusione, è sempre possibile: non è sempre facile distinguere queste linee le une dalle altre. In realtà il peccato, la conversione e la grazia non sono semplicemente tre tappe in successione; nella vita quotidiana a volte sono inestricabili, crescono insieme, in una reciproca dipendenza. Non mi trovo mai totalmente nell’una o nell’altra, sono incessantemente in tutte e tre nel contempo: il peccato, la conversione e la grazia sono il mio pane e la mia porzione quotidiana.

Queste tre tappe non rappresentano tre gradini di una scala di valori, non passiamo dall’una all’altra come se salissimo le scale: restiamo sempre peccatori, siamo continuamente in conversione e in questo siamo costantemente santificati dallo Spirito di Dio. Non possiamo mai appartenere a quella categoria di persone di cui Gesù ha detto “che non hanno bisogno di conversione” perché si credono giusti: in tal caso non avremmo più bisogno di Gesù. Forse saremmo ancora in cammino verso Dio, ma soli, nel senso più “solitario” del termine, irrimediabilmente soli, continuamente in preda a noi stessi, sotto un’apparenza di santità che cercheremmo invano di realizzare; ci sentiremmo sempre più profondamente frustrati perché non incontreremmo mai l’amore autentico.

E’ sempre illusorio credersi convertiti una volta per tutte. No, non siamo mai dei semplici peccatori, ma dei peccatori perdonati, dei peccatori-in-perdono, dei peccatori-in-conversione.

Louf4Convertirsi significa ricominciare sempre questo rivolgimento interiore, per mezzo del quale la nostra povertà umana – quella che Paolo chiama la carne – si volta verso la grazia di Dio. Dalla legge della lettera, passa alla legge dello Spirito e della libertà, dall’ira alla grazia. Questo ribaltamento non è mai concluso, perché non fa altro che ricominciare sempre. Antonio il Grande, patriarca e padre di tutti i monaci, lo diceva in modo lapidario: “Ogni mattina mi dico: oggi comincio”.

E abba Poemen, il più famoso dei padri del deserto dopo Antonio, quando in punto di morte veniva lodato per aver vissuto una vita beata e virtuosa che lo metteva in condizione di presentarsi a Dio con estrema tranquillità, rispose: “Devo ancora cominciare, stavo appena iniziando a convertirmi” e pianse.

La conversione infatti è sempre una questione di tempo: l’uomo ha bisogno di tempo e anche Dio vuole avere bisogno di tempo con noi. L’uomo è fatto in modo tale che ha bisogno di tempo per crescere, maturare e sviluppare tutte le proprie capacità: Dio lo sa meglio di noi e per questo aspetta, non desiste, è indulgente, longanime. “La bontà di Dio ti spinge alla conversione”. Non la collera ma, al contrario, il suo affetto, la sua bontà, la sua pazienza.

“Dio è ogni giorno alla ricerca del suo operaio, e il tempo che ci dà è una dilazione, un dono, un tempo di grazia che ci viene accordato gratuitamente. E’ un tempo che possiamo utilizzare per incontrare Dio ancora una volta, per incontrarlo sempre meglio nella sua stupenda misericordia. Sarà solo più tardi, dopo la nostra morte, che potremo vivere fuori del tempo, e per sempre. Oggi il tempo ci è concesso per conoscere sempre meglio Dio: è sempre un tempo di conversione e di grazia, dono della sua misericordia” dalla regola di san Benedetto.

Dio si occupa di noi ogni giorno, ci chiama alla conversione: “Ascoltate oggi la sua voce, non indurite il cuore”. Dio ci parla in molti modi: attraverso la sua Parola, per mezzo delle persone con le quali viviamo, con le circostanze più svariate, felici o dolorose. E sono queste ultime le maggiormente temute: sappiamo fin troppo bene che Dio ha qualcosa da dirci tramite la prova, la malattia, la morte, la  contraddizione. Se questo timore pervade ancora il nostro cuore, significa che solo la collera di Dio è presente nel nostro spirito, che non siamo ancora in grado di discernere, dietro il segno apparente della collera, l’amore infinito di Dio.

La grazia ci spinge giorno dopo giorno a questo rovesciamento interiore: Dio viene a toccarci in infiniti modi per renderci docili a questo stato di conversione; da parte nostra possiamo solo prepararci a essere toccati da Dio.  Dovranno accadere molte cose, assolutamente al di fuori della nostra buona volontà e della nostra generosità naturale: questo rovesciamento non implica una semplice ferita interiore, ma una vera e propria lacerazione che colpisce le nostre fondamenta.

Dimorare nella conversione” ci è possibile solo grazie a Gesù, instradati e fortificati dallo Spirito di Dio. Si realizza in noi quello che è accaduto a Gesù nel mistero della sua morte e resurrezione: la fiducia e l’abbandono di Gesù al Padre, attraverso la morte, hanno reso inefficace per sempre la collera di Dio e ci rendono capaci – se uniti a lui – di riconoscere l’amore del Padre al di là di ogni morte e di ogni rinuncia, perfino nella nostra più profonda debolezza. Essere in conversione significa passare incessantemente al mistero del peccato e della grazia; significa l’abbandono di qualsiasi auto giustificazione, di qualsiasi giustizia proveniente da noi e l’ammissione del nostro peccato per aprirci alla grazia di Dio.

Ecco la meraviglia del peccatore-che-si-converte, che Gesù stesso proclama essere la gioia più grande per il Padre nei cieli: “In verità vi dico, ci sarà più gioia in cielo per un solo peccatore convertito, che per novantanove giusti che hanno bisogno di conversione”.

Il meraviglioso uomo-pasquale, che incessantemente muore in Gesù e risuscita con lui, è la gioia e la fierezza del Padre: è una meraviglia che si rinnova ogni giorno e che non conosce fine perché, finché siamo in questa vita, Dio è sempre all’opera.  Non ci resta altro che la preghiera del profeta Geremia: Sconvolgici, Signore, e noi saremo convertiti”.

 Louf2Quando i pittori di arte sacra del XV e XVI secolo hanno voluto raffigurare la fede militante, hanno spesso fatto ricorso a un evento insolito della vita di san Girolamo. Molti musei e anche alcune chiese ne hanno conservato il ricordo. Il racconto di questo episodio si servirà di conclusione: non ne saprei trovare una più eloquente.

Ben prima di diventare un sapiente e stimato esegeta, brillante consigliere di nobildonne dell’alta società romana, Girolamo aveva tentato per un periodo di vivere da eremita in una grotta del deserto di Giuda. Con la presunzione tipica dell’età, il giovane Girolamo si era dedicato con ardore alle molteplici forme di ascesi allora in uso tra i monaci. Ma i risultati si facevano attendere: il tempo gli avrebbe fatto presto capire che la sua vera vocazione era altrove nella chiesa e che il suo soggiorno tra i monaci della Palestina ne costituiva solo il preludio.

Tuttavia Girolamo doveva ancora imparare molte cose e intanto, da giovane novizio, si trovava immerso nella disperazione: nonostante tutti i suoi sforzi generosi, non riceveva alcuna risposta dal cielo. Andava alla deriva, senza timone, in mezzo a tempeste interiori, al punto che le vecchie tentazioni, già così familiari, non tardarono a rialzare la cresta. Girolamo era scoraggiato: cosa aveva fatto di male? Dov’era la causa di questo cortocircuito tra Dio e lui? Come ristabilire il contatto con la grazia?

Mentre Girolamo si arrovellava con il cervello, notò all’improvviso un crocifisso che era comparso tra i rami secchi di un albero. Girolamo si gettò a terra e si percosse il pesto con gesto solenne e vigoroso. E’ in questa posizione umile e supplicante che lo raffigura la maggior parte dei pittori.

Subito Gesù rompe il silenzio e si rivolge a Girolamo dall’alto della croce: “Girolamo – gli dice – cos’hai da darmi? Cosa riceverò da te?”. La semplice voce di Gesù basta già a ridare coraggio a Girolamo che si mette subito a pensare a qualche regalo da poter offrire all’amico crocifisso. “La solitudine nella quale mi dibatto, Signore”, gli risponde.

“Ottimo, Girolamo – replica Gesù -, ti ringrazio. Hai fatto davvero del tuo meglio. Ma non hai qualcosa di più da offrirmi?”. Girolamo non esita un attimo. Certo che aveva un sacco di cose da offrire a Gesù: “Naturalmente, Signore: i miei digiuni, la fame, la sete. Mangio solo al tramonto del sole!”. Di nuovo Gesù risponde: “Ottimo, Girolamo, ti ringrazio. Lo so, hai fatto del tuo meglio. Ma hai ancora qualcos’altro da darmi?”.

Girolamo ripensa a cosa potrebbe ancora offrire a Gesù. Ecco allora che ricorda le veglie, la lunga recita dei salmi, lo studio assiduo, giorno e notte, della Bibbia, il celibato nel quale si impegnava con più o meno successo, la mancanza di comodità, la povertà, gli ospiti imprevisti che si sforzava di accogliere senza brontolare e con una faccia non troppo burbera, infine il caldo di giorno e il freddo di notte.

Ad ogni offerta,  Gesù si complimenta e lo ringrazia. Lo sapeva da tempo: Girolamo ci tiene così tanto a fare del suo meglio! Ma ad ogni offerta, Gesù, con un sorriso astuto sulle labbra, lo incalza ancora e gli chiede:

“Girolamo, hai qualcos’altro da darmi?”.

Alla fine, dopo che Girolamo ha enumerato tutte le opere buone che ricorda e siccome Gesù gli pone per l’ennesima volta la stessa domanda, un po’ scoraggiato e non sapendo più a che santo votarsi, finisce per balbettare: “Signore, ti ho già dato tutto, non mi resta davvero più niente!”.

Allora un grande silenzio piomba nella grotta e fino alle estremità del deserto di Giuda e Gesù replica un’ultima volta: “Sì, Girolamo, hai dimenticato una cosa: dammi anche i tuoi peccati, affinché possa perdonarteli!”.

André LoufSottoguidaspirito