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Incontro con Padre Alsabagh

Parrocchia di Masnago - 25 giugno 2018

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Festa patronale di Luvinate

dal 25 giugno al 2 luglio 2018

Programma

MONTE TRE CROCI

Pellegrinaggio e S. Messa - Sabato 30 giugno - partenza ore 8.00

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Siamo nati e non moriremo mai più

Spettacolo - 27 giugno 2018 - h. 21:00 - Chiesa di Luvinate

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Calendario annuale

Calendario generale delle proposte dell'anno pastorale 2017-2018

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Perle in giro (e ottantasei)

perladue“AMORE” DA UN ALTRO PUNTO DI VISTA
In inglese il termine affectivity si riferisce non soltanto alla nostra facoltà di amare, ma anche al modo in cui amiamo noi, esseri dotati di sessualità, di emozioni, di corpo e di passioni. Nel cristianesimo si parla molto di amore, ma a volte sembra che questo amore sia un po’ astratto, avulso dalla realtà. Eppure è necessario amare con quello che siamo, con la nostra sessualità, i desideri, le forti emozioni, con il bisogno che abbiamo si toccare e di stare vicini agli altri.

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Strano che non si riesca di affrontare adeguatamente questo argomento, quando, di tutte le religioni, il cristianesimo è proprio quella più legata alla dimensione di carne e di sangue dell’uomo ! Noi crediamo che Dio ha creato questi corpi, e ha detto che erano cosa molto buona; Dio si è fatto corpo tra di noi, essere umano come noi; Gesù ci ha donato il sacramento del suo corpo e ha promesso di resuscitare i nostri corpi. E dunque noi dovremmo sentirci a casa nella nostra natura corporea, con le sue passioni, e a nostro agio nel parlare di affettività. Ma molto spesso, quando la Chiesa ne parla, la gente resta scettica. Non siamo molto autorevoli quando parliamo di sesso … Dio si è incarnato in Gesù Cristo, ma forse noi stiamo ancora imparando a incarnarci nel nostro corpo. Dobbiamo scendere dalle nuvole !

Un giorno Giovanni Crisostomo, che stava predicando sul sesso, notò che alcuni arrossivano, cosa che lo riempì di indignazione: “Perché ti vergogni di una cosa onorabile ? Perché arrossisci di una cosa immacolata ? Ciò è proprio degli eretici”. Pensare che il sesso vada ignorato è una mancanza nei confronti della vera castità; c’è anche chi sostiene che sia una mancanza nei confronti della morale; si tratta niente meno che di Tommaso d’Aquino! Dobbiamo imparare ad amare con quello che siamo, esseri dotati di sessualità e di passioni, a volte un po’ disordinati. Altrimenti non avremo nulla da dire sul Dio che è amore.

Vorrei parlare dell’ultima cena e della sessualità. Può sembrare un’abbinata bizzarra ma, se si riflette un istante, le parole centrali dell’ultima cena sono: “Questo è il mio corpo, offerto per voi” (Lc 22,19) L’eucaristia, come il sesso, è centrata sul dono del corpo. Avete mai notato che nella Prima lettera ai Corinti il discorso ruota intorno a due argomenti, la sessualità e l’eucaristia ? Questo perché Paolo sa che abbiamo bisogno di comprendere l’una alla luce dell’altra. Noi comprendiamo l’eucaristia alla luce della sessualità, e la sessualità alla luce dell’eucaristia.

La nostra società stenta a comprendere questo discorso, perché abbiamo la tendenza a considerare il nostro corpo come un oggetto in nostro possesso. […]perché non posso fare del mio corpo quello che voglio ? Essere uomini è possedere.

Ma l’ultima cena ci rimanda a un’altra tradizione, più antica e più sensata. Il corpo non è soltanto un bene che possiedo. Il corpo sono io. E’ il mio essere, quello che ho ricevuto dai miei genitori, che a loro volta l’hanno ricevuto dai loro, e in ultima istanza da Dio. Al punto che quando Gesù dice: “Questo è il mio corpo, offerto per voi”, egli non sta disponendo di un bene: sta consegnando il dono che egli stesso è. Il suo essere è un dono del Padre ed è questo che egli ci lascia.

Radcliffe1Le relazioni sessuali sono chiamate a essere una realizzazione di questo dono di sé. Sono qui e mi dono a te, con tutto quello che sono, ora e per sempre. E così l’eucaristia ci aiuta a comprendere che cosa significa per noi essere individui dotati di sessualità, e la nostra sessualità ci aiuta a comprendere l’eucaristia. Alla base dell’etica sessuale cristiana c’è l’apprendistato del donare e del ricevere doni.

L’ultima cena è stato il momento della crisi inevitabile nella vicenda d’amore di Gesù per i suoi discepoli. Nel suo itinerario dalla nascita alla resurrezione è stato il momento attraverso il quale era necessario che passasse, quello in cui tutto è saltato. E’ stato venduto da uno dei suoi amici; la roccia, Pietro, stava per rinnegarlo; e la maggioranza dei suoi discepoli avrebbero poi preso la fuga. Come sempre, furono le donne a rimanere tranquillamente con lui fino alla fine!

Nell’ultima cena Gesù non ha cercato di sottrarsi a questa crisi. L’ha affrontata di petto. Ha accolto e assunto il tradimento, l’abbandono dell’amore, e ha trasformato tutto questo in un momento di dono. “Mi consegno a voi. State per consegnarmi ai romani perché mi uccidano. State per consegnarmi alla morte. Ma io faccio di questo momento un momento di dono, ora e per sempre”.

Crescere in maturità e nell’amore implica inevitabilmente l’attraversamento di crisi del genere, in cui si ha l’impressione che crolli il mondo. Questo avviene in modo drammatico durante l’adolescenza, e può verificarsi per tutto il corso della vita, sia quando si è sposati che quando si è religiosi o preti. Dobbiamo farvi fronte.

Gesù avrebbe potuto scappare da una porta secondaria. Avrebbe potuto ripudiare i discepoli e decidere di non avere mai più a che fare con loro. Invece no. Ha accolto questo momento nella fede.

Possiamo passare attraverso diverse crisi affettive nel corso della nostra vita ma è necessario che le affrontiamo, come ha fatto Gesù nell’ultima cena, con coraggio e fiducia. Allora a poco a poco penetreremo nel mondo reale della nostra carne e del nostro sangue. Colui che ama deve di conseguenza attraversare quella frontiera che lo confinava nelle proprie limitazioni. Per questo si dice dell’amore che scioglie il cuore: “Ciò che è sciolto non è più confinato nei propri limiti, al contrario di quel che si verifica con la durezza di cuore” (Tommaso d’Aquino).

Aprirsi all’amore è molto pericoloso. Ci sono buone probabilità di rimanere feriti. L’ultima cena descrive bene il rischio che si corre ad amare. Per questo Gesù è morto: perché ha amato. Amare significa, in ogni caso, essere vulnerabili.

“Qualunque sia la cosa che vi è cara, il vostro cuore prima o poi avrà a soffrire a causa sua, e magari anche a spezzarsi. Se volete avere la certezza che esso rimanga intatto, non donatelo a nessuno, nemmeno a un animale. Proteggetelo avvolgendolo con cura in passatempi e piccoli lussi; evitate ogni tipo di coinvolgimento; chiudetelo con il lucchetto nello scrigno, o nella bara, del vostro egoismo. Ma in quello scrigno – al sicuro, nel buio, immobile, sotto vuoto – esso cambierà: non si spezzerà diventerà infrangibile, impenetrabile, irredimibile. L’alternativa al rischio di una tragedia è la dannazione. L’unico posto, oltre al cielo, dove potrete stare perfettamente al sicuro da tutti i pericoli e i turbamenti dell’amore è l’inferno” (Clive Staples Lewis).

Quando celebriamo l’eucaristia, noi facciamo memoria del fatto che il sangue di Cristo è stato versato “per voi e per tutti”. Nel suo significato più profondo il mistero dell’amore è nel contempo individuale e universale. Se il nostro amore è soltanto individuale rischia di limitarsi a essere chiuso su di sé e soffocante. Se al contrario è soltanto un vago amore per l’umanità intera, rischia di divenire vuoto e senza senso.

Quando amiamo qualcuno profondamente dobbiamo imparare a essere casti. Tutti – celibi, sposati, religiosi – siamo chiamati alla castità. Questa parola non gode di grande popolarità al giorno d’oggi. Risuona nelle orecchie come puritana, fredda, distante, priva di vitalità e di attrattiva.

La castità non è innanzitutto la soppressione del desiderio, almeno secondo la tradizione di Tommaso d’Aquino. Il desiderio e le passioni contengono verità profonde su chi noi siamo e sui nostri bisogni. Soffocarli non farebbe altro che ucciderci spiritualmente, oppure, un giorno o l’altro, farci perdere la testa. Dobbiamo educare i nostri desideri,aprire gli occhi su quello che è il loro oggetto reale, liberarli dai piaceri meschini. Dobbiamo desiderare più in profondità e con maggior limpidezza.

Radcliffe3E’ difficile immaginare una celebrazione dell’amore più realistica dell’ultima cena.

Non c’è nulla di romantico: Gesù dice chiaramente ai suoi discepoli che la fine è vicina, che uno di loro l’ha tradito, che Pietro lo rinnegherà, che gli altri si daranno alla fuga. Non si tratta certo di una cenetta in trattoria alla luce delle candele. C’è un’estrema adesione alla realtà. Un amore eucaristico ci mette senza equivoci e in modo categorico di fronte ai disordini dell’amore, ai suoi fallimenti, alla sua vittoria finale.

Nell’ultima cena Gesù prende il pane e lo dà ai discepoli dicendo: “Questo è il mio corpo, offerto per voi”. Si consegna. Invece di asservirli a sé, si consegna loro perché facciano di lui quello che vogliono. E noi sappiamo quello che ne faranno. E’ l’immensa vulnerabilità dell’amore vero.

Mi arrischio a parlare di sessualità in questo contesto con qualche esitazione. Innanzitutto perché, come prete celibe, non posso vantare un’esperienza pratica a fondamento delle mie affermazioni. Quando noi preti parliamo di sesso spesso risultiamo ridicoli. Nella nostra società il sesso è presente in modo ossessivo. Un dato certo è che nella nostra cultura manca una riflessione approfondita sul significato della sessualità. Il cristianesimo dovrebbe poter offrire una riflessione profonda su questo tema.

Ma il problema è che quando la chiesa cattolica –è a essa in particola che farò riferimento – si interessa al sesso i media la considerano solo come un’istanza di controllo, che decide ciò che è permesso e ciò che è proibito.

Io vorrei adottare un altro punto di partenza, partire dall’evento che è al cuore del cristianesimo, l’ultima cena. Quella notte, in quell’ultimo pasto, Gesù riunì attorno a sé i suoi discepoli, prese del pane, lo benedisse e lo diede loro dicendo: “Questo è il mio corpo, offerto per voi”. Al cuore della nostra religione c’è il dono di un corpo. Essa ci insegna che cosa significa donare il proprio corpo ad altri.

Le parole pronunciate durante l’ultima cena ci introducono quindi al cuore di un’etica sessuale ben precisa. La sessualità concerne la comunione; ciò che essa dovrebbe esprimere è la generosità reciproca, il dono e l’accoglienza del dono. Ma quell’ultimo pasto è anche il momento in cui Gesù affronta tutto quello che si opporrà alla comunione e al dono: egli condivide il pane con Giuda che l’ha già venduto, con Pietro che presto lo rinnegherà e con gli altri che prenderanno la fuga. Quella notte sarà la notte del tradimento, della menzogna, della paura, della violenza e della morte. Ebbene, quella notte Gesù affronta tutto ciò che sovverte e distrugge la comunione umana, e lo trasforma.

Questo significa che l’etica sessuale cristiana è qualcosa di molto diverso da un bell’ideale che cerchiamo di perseguire meglio che possiamo. Se il fondamento è l’ultima cena, questa etica dovrebbe aiutarci ad affrontare il fallimento nelle nostre relazioni reciproche, e a superarlo. L’eucaristia è il sacramento della speranza, perché in quella notte, proprio quando sembrava che non ci fosse più nulla da sperare, Gesù portò a compimento lo straordinario dono di se stesso. L’etica sessuale cristiana dovrebbe aiutarci a vivere nella speranza di fronte ai nostri fallimenti personali, come ai rinnegamenti e ai tradimenti di ciascuno di noi.

Durante l’ultima cena noi assistiamo al venir meno del linguaggio. La comunicazione si interrompe. Giuda tradisce Gesù. Egli rompe radicalmente con la verità trattando il suo maestro non come un essere umano, ma come una mercanzia del valore di trenta sicli d’argento. Pietro afferma che egli darà la vita per Gesù, ma è vicino il momento in cui mentirà. Per tre volte negherà di conoscerlo: “Donna, non lo conosco”. Dinanzi a tutta questa violenza e alle ferite inferte alla verità Gesù diventa silenzioso. Non ha nulla da dire. Come scrive il profeta Isaia: “Maltrattato, si lasciò umiliare e non aprì la sua bocca; era come agnello condotto al macello, come pecora muta di fronte ai suoi tosatori, e non aprì la sua bocca-

La morte di Gesù sembra essere la fine della comunicazione e la vittoria della menzogna. Il Verbo di Dio viene ridotto al silenzio. Eppure il Verbo si rialza dalla morte, appare ai suoi discepoli e dice loro: “La pace sia con voi”. Si rivolge a Pietro e lo guarisce dal suo triplice rinnegamento. Per tre volte gli chiede se lo ama, annullando così le tre menzogne che Pietro aveva pronunciato.

L’immensa cena è un invito a condividere l’immensa vulnerabilità di Gesù quando egli si consegna nelle mani dei discepoli. Questa vulnerabilità rimane per sempre. Quando Gesù risorge dai morti mostra le ferite delle sue mani e del costato: egli sarà ormai per sempre il Cristo ferito e resuscitato.

Timothy Radcliffe

La lettura di questo libro mi ha portato a due riflessioni:
Una mi è venuta dalle parole di san Paolo, quando ci dice di ….’non vergognarci di dare testimonianza’: è la parola ‘vergogna’ che mi ha colpito, vivendo in un mondo dove il linguaggio del corpo sembra essere l’unico protagonista.
“….Non vergognarti dunque di dare testimonianza al Signore nostro, né di me, che sono in carcere per lui; ma, con la forza di Dio, soffri con me per il Vangelo. Egli infatti ci ha salvati e ci ha chiamati con una vocazione santa, non già in base alle nostre opere, ma secondo il suo progetto e la sua grazia. Questa ci è stata data in Cristo Gesù fin dall’eternità, ma è stata rivelata ora, con la manifestazione del salvatore nostro Cristo Gesù. Egli ha vinto la morte e ha fatto risplendere la vita e l’ incorruttibilità per mezzo del Vangelo, per il quale io sono stato costituito messaggero, apostolo e maestro. E’ questa la causa dei mali che soffro ma non me ne vergogno: so infatti in chi ho posto la mia fede e sono convinto che egli è capace di custodire fino a quel giorno ciò che mi è stato affidato.”  (2Tm 1,1-12)

L’altra, pensando a quanto Radcliffe scrive sull’ultima cena,  – ai sentimenti vissuti da Gesù quando ha provato il rifiuto -, mi è venuta dal vangelo di Giovanni: “Disse allora Gesù ai dodici: “Forse anche voi volete andarvene?”.
Se, nella vita attraversiamo momenti di crisi in cui si ha l’impressione che crolli il mondo, quando sentiamo il cuore spaccato dal male, in quei momenti, non proveremo ‘vergogna’ di dare testimonianza del Vangelo, e risponderemo “Signore, da chi andremo ? ….”  allora, saremo, come Lui, ‘feriti ma resuscitati’!!

Teresa
Amarenellaliberta