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Avvento 2018

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Perle in giro (e ottantasette)

perladuePROPRIO UN RAMO DI MANDORLO
Da tanto tempo si avverte che nella vita religiosa qualcosa non va. Si sono fatte tante analisi sulla vita comunitaria e sulle opere delle religiose e dei religiosi, come anche sulla loro collocazione nella Chiesa. Il libro mette in evidenza alcune dinamiche teologico-spirituali della storia della vita religiosa alle quali si può attribuire lo stato in cui essa si trova oggi, individuando dei sentieri che aprono agli orizzonti in cui propriamente si colloca la risposta a Colui che chiama.

E lo fa mantenendo viva una creatività dinamica tra il monachesimo antico e la vita religiosa nella forma che essa ha assunto in occidente nel secondo millennio.
L’aspetto della memoria, infatti, è costitutivo della vita religiosa, perché essa è in un certo senso, nella Chiesa, tra le realtà che hanno la memoria più lunga: dalla memoria dei deserti in cui è cominciata a quella della parusia, di cui costituisce un’anticipazione vivente. E’ nello spazio di questa memoria, allora, che essa impara a non avere il cuore imprigionato dalle proprie realizzazioni e a disporsi continuamente ad accogliere il dono. E questa è la condizione del suo servizio alla Chiesa, la possibilità di avere gli occhi attenti a saper cogliere il germoglio quando ancora punge il gelo.

Rupnik7E’ bello e c’è da rendere grazie a Dio che oggi le persone ancora cerchino, inseguendo un’intuizione spirituale,  senza accontentarsi di ciò che sembra la via dei più. La minoranza è importante per quanto riguarda la vita vera, – quella ‘vita diversa’, quel ‘diverso modo di vivere’, come la chiama Gregorio di Nissa, che trasforma la nostra stessa natura. Forse, oggi la vita religiosa è in una crisi talmente grave da essere rare le oasi in cui la si può contemplare nell’aspetto che ci attendiamo da chi è chiamato ad essa. E’ vero anche che oggi siamo più portati a parlare, a spiegare, a insegnare, anziché a vivere e a rivelare. Forse è anche vero che la vita religiosa è arrivata ad una sorta di capolinea, perché ormai abbiamo capito che non si tratta più di fare tante cose, ma di testimoniare. E qui sta il punto. Bisogna stare attenti a come si intende questa parola. Probabilmente è proprio la ‘testimonianza’ ad aver dato il colpo di grazia alla vita religiosa, perché l’abbiamo intesa come un nostro impegno, come lo sforzo con cui segnare il mondo di opere religiose. Ma la testimonianza, nel suo vero senso, è far trasparire l’energia del Risorto che unisce la nostra umanità alla sua vita divina, in modo che in ciò che noi facciamo e in noi stessi traspaia qualcosa di Dio. Sì, essere piccole candele nel mondo per dare un po’ di luce ….. La testimonianza coincide con la comunione, perché è vivere la vita divini umana del corpo di Cristo che trasfigura la nostra esistenza.

Il Vaticano II ci ricorda di non avere un approccio settoriale quando è in questione la fede e la vita cristiana, ma di cogliere in un unico sguardo tutta l’esperienza della Chiesa. Anche Giovanni Paolo II, di beata memoria, esortava in diversi documenti a considerare la vita religiosa in modo organico, cioè insieme alle Chiesa d’Oriente, dove il monachesimo custodisce un’indole che va tenuta presente se vogliamo che si affaccino per noi ispirazioni feconde. Qui, al di là delle forme concrete che ha preso lungo la sua storia bi millenaria, il monachesimo è una realtà indispensabile per la comprensione di che cosa significa aderire ad una vocazione di totale consegna a Dio per testimoniare il regno e rendere esplicita la ricchezza della vita ricevuta al battesimo, in Cristo Gesù.

…. E’ proprio a causa di questa crisi che bisogna avere il coraggio di essere aperti per accogliere ciò che lo Spirito soffia. Non sappiamo quale sarà la forma vivendi et operandi della vita religiosa domani.

Oggi nella Chiesa abbiamo capito che il corpo soffre, che è attaccato da tante malattie, ma siamo presi dall’urgenza di guarirlo, dalla frenesia di trovare terapie che arrestino il corso degli eventi, un declino che si manifesta sempre più grave. Rinnoviamo continuamente approcci e metodi, alla ricerca di ciò che possa finalmente rappresentare il farmaco giusto.

rupnikSe solo per un attimo provassimo a pensare in una maniera diversa, abbandonando questo nostro modo di vedere e anche questa nostra prontezza ad intervenire per correggere e migliorare, forse avremmo qualche speranza di vivere nel modo giusto una tale situazione ….. Non è un caso se, prima di entrare nella morte, Cristo ha chiamato sul monte tre dei suoi discepoli perché fossero in grado di leggere la sofferenza a cui Lui andrà incontro: prima ha voluto che partecipassero ad una visione di Dio. Nella Bibbia, infatti, la visione di Dio, la sua conoscenza, si acquista sempre sul monte, perché il monte, l’alture, è il luogo dove Dio si comunica, dove il cielo incontra la terra. Pensate a Mosè sul Sinai, o a Elia ed Eliseo sul Carmelo …. L’invio sul monte è la chiamata a cambiare l’ottica con cui guardare. Ed in questo consiste, appunto, la trasfigurazione: abbandonare l’ottica della valle e accogliere un altro modo di vedere, quello dello Spirito Santo, che rende l’occhio capace di cogliere ciò che è meta-morphe, al di là della forma. Tanti padri sottolineano proprio come, nella trasfigurazione, chi cambia non è Cristo, ma i discepoli, che furono resi capaci di vedere al di là della forma immediata percepita e oltre la quale prima non erano in grado di scorgere niente. San Massimo il Confessore dice proprio così: Passarono dalla carne allo spirito.

Se allora oggi la Chiesa non vive il modo che le sarebbe proprio di conoscere, comunicare, governare, educare, formare – e questo provoca tanta sofferenza -, non è tuttavia possibile che tale sofferenza non generi delle energie, delle grazie, non apra a quella luce che è la vita degli uomini. Se la sofferenza del corpo di Cristo è causata dal vivere su un registro che non è il suo – perché noi, malgrado il battesimo, che ci dà un modo nuovo di esistenza, cioè la vita di Dio, ci fidiamo più di ciò che è alla nostra portata e sottostà ai nostri progetti -, allora la via d’uscita va cercata nella metamorphosis, cioè nel superamento di questa cultura generale, maggioritaria, che sembra avvolgere e gestire tutto, anche nella Chiesa.

Come nella passione di Cristo, dal suo costato aperto, nasce l’uomo nuovo, così oggi, in questa situazione di morte, lo Spirito sta certamente generando qualcosa secondo natura divino umana della Chiesa, qualcosa di conforme al capo – Cristo – di cui lei è il corpo.

…… va cercata la vita, quella nuova, divino umana, che ci è data in dono e non viene conquistata da noi. Sarà questa stessa vita poi a farsi spazio in noi, a chiarirsi razionalmente, ad esprimersi,ma sempre secondo il modo di esistenza che ci è comunicato. La vita che ci viene donata è quella di Cristo e, con essa, anche il suo modo di conoscere. Cristo stesso ci ha rivelato come conosce: in unione con il Padre, guardandolo, ascoltandolo, in dialogo con Lui, in sinergia con Lui.

campatelliIl modo in cui si cerca questa vita non può essere quello con cui cerchiamo un qualsiasi prodotto dentro ad un grande supermercato. Sarà un modo conforme a questa vita. Direi un modo pasquale, proprio come nella passione di Cristo va cercata la luce taborica (ndr. quella del monte Tabor nella trasfigurazione)

Le persone che lo Spirito genera incessantemente attraverso il parto della Chiesa non cercano di farsi sentire. Non avvertono neanche questo bisogno. Non hanno il desiderio di farsi notare, la smania di essere ‘significativi’, non occupano le pagine dei giornali e non sono presenti nei talk-shows facendo pubblicità al fatto che ci sono. Il regno dei cieli non viene in questa maniera. Il Signore stesso ci mette in guardia : Il regno di Dio non viene in modo da attirare l’attenzione. E ci avverte di non ascoltare quelli che dicono: Eccolo qua o eccolo là. E’ addirittura drastico, perché ingiunge di non andar loro dietro: Non andateci, non seguiteli.

Ma vivono come la luce taborica sul volto di Cristo nella sua via crucis: in maniera silenziosa, al modo di Dio. Entrando nel mondo, Dio non ha richiamato su di sé l’attenzione. Il rapporto tra il Padre e il Figlio è proprio ciò che è sfuggito a tutti e che alla fine, per questa estraneità a noi uomini dopo la caduta, ha disturbato di più, tanto è vero che proprio per questo Cristo fu condannato.

Quando invece cerchiamo dimetterci in evidenza, di richiamare l’attenzione usando le vie del mondo, diamo spazio a tutto e promuoviamo semplicemente noi stessi. Il regno dei cieli è invece di chi lo cerca e si manifesta nel modo in cui dice il Signore: Se qualcuno vuol venire dietro a me, rinneghi se stesso, prenda la sua croce ogni giorno e mi segua. Per vivere della vita del regno occorre sintonizzare la nostra esistenza con la Kenosi (ndr. abbassamento) di Cristo, perché così ci si ‘svuota’ dagli elementi dell’autosufficienza individuale. La vita si riceve!

Bisogna allora morire alla nostra pretesa di essere padri e madri di noi stessi, alla nostra presunzione di sapere come debbano andare le cose, scoprire i vuoti abissali dentro di noi per accogliere, attraverso la morte a questo modo di essere, la vita che ci viene come dono, cioè come comunione. E siccome questa trasformazione non è magica, né automatica, e il mondo intorno a  noi vive secondo un’altra logica, ecco che questa croce è di ogni giorno. Quando accogliamo la vita nuova, viene abbandonata la coscienza di quell’io legato al corpo individuale, corpo di morte. In questo atto non rinneghiamo soltanto semplicemente la nostra vita destinata alla morte, ma acquisiamo una partecipazione al modo di esistenza di Cristo.

Cristo, nello stesso atto che vive nell’unione filiale con il Padre, fa del suo corpo di morte un’offerta, un sacrificio. Il sacrifico di sé legato al corpo di morte diventa, attraverso l’offerta, il luogo in cui si rivela l’io di Cristo, Figlio che ama il Padre ed è amato dal Padre. Essere coinvolti da un lato nella mentalità del mondo e dall’altro accogliere sempre più pienamente il dono determina la nostra croce di ogni giorno: perché non significa semplicemente cancellare o rifiutare qualcosa, ma,a causa del dono ricevuto, questa mentalità individualistica che ci viene dal mondo diventa la nostra libera offerta. Noi liberamente offriamo in sacrificio un tale approccio.

Queste persone che vivono ormai su questo registro si scoprono cammin facendo; ci si imbatte in loro, si trovano dove meno ce lo aspettiamo. Ti avvicini e, con sorpresa, scopri una realtà così bella che, secondo la logica del mondo, ti verrebbe da esclamare: peccato che nessuno la conosca! E, invece, proprio questo nascondimento è la garanzia che c’è qualcosa di spirituale, perché è una realtà appartata dal mondo, fuori dai grandi canali.

Tutta la vita di Cristo è senza clamore, senza colpire l’attenzione ……  Se volete trovare uomini e donne secondo il vangelo, non è detto che vada cercato un monastero straordinario, un eremo famoso …..queste persone non soddisfano le offerte del mondo, pieno di tante vetrine ricche e seducenti che a loro non riescono a vendere niente, perché trovano la vita altrove. E, infatti, secondo l’Apostolo, questa è la fede che ha sconfitto il mondo.

Tutti i grandi maestri della vita monastica, malgrado la grande stima che hanno della loro vocazione, custodiscono e difendono l’idea che la spiritualità della vita religiosa, nel suo fine e nei suoi grandi mezzi, va identificata con quella di ogni battezzato. E dicono che è sbagliato e dannoso per tutti, monaci e non monaci, insistere più sulla differenza che non sull’uguaglianza. Basilio è forse il più drastico di tutti. Per lui non ci sono vocazioni ‘privilegiate’. Non nega la diversità dei ministeri nella Chiesa, a cui corrispondono i diversi doni distribuiti dallo Spirito, e addirittura, da grande organizzatore qual era, si preoccupa che questa distribuzione sia riconosciuta e articolata nella comunità ecclesiale, ma è intransigente sul fatto che unica è la perfezione richiesta a tutti.

Anche Giovanni Crisostomo insiste che nella Bibbia non c’è questa divisione di vocazioni e dice che proprio la Scrittura vuole che tutti’conducano vita monastica, anche se sposati. Si esprime esattamente così …. Il che – siccome la Scrittura non dice di non sposarsi, di non fare figli, di non educarli -, indica qualcosa di diverso, cioè che ‘vita monastica’ è un sinonimo di vita nuova, vita battesimale … La vita religiosa, quindi, assume tutto il suo valore dal suo rapporto vitale con il sacramento del battesimo e della comunione: un battesimo che si estende a tutto ciò che, in virtù di esso, facciamo e patiamo in novità di vita, mediante la mortificazione dell’uomo vecchio, e la comunione, che nel suo significato e nel suo effetto proprio, costituisce e costituirà sempre il grande sacramento, il mistero primo ed ultimo.

Tichon di Zadonsk, scrive così ai responsabili ecclesiastici.”Non siate preoccupati di moltiplicare i monaci. L’abito nero non concede automaticamente la salvezza. Chi … ha lo spirito di obbedienza, di umiltà e di purezza è un vero monaco che vive il monachesimo interiorizzato”.

rupnik3Il martire è semplicemente il cristiano autentico. E il cristiano autentico – e quindi il monaco – è colui che fa della sua realtà umana, magari precaria, sofferta, fallita, la testimonianza della novità del dono che ha ricevuto. La Chiesa non è una macchina amministrativa e, senza i doni dello Spirito, non è possibile portare avanti nessun incarico di responsabilità sulla base delle sole capacità umane.

Se i carismi che pretendiamo di avere sono il modo in cui si concretizza in noi il dono della redenzione, sono il dono della vita di Dio in noi e l’effetto di questa vita, non possono essere una cosa statica.

Permetterebbe il cuore libero, non appesantito dalla responsabilità per le opere e permetterebbe l’occhio più attento ai doni che lo Spirito continua a concedere attraverso le persone. Permetterebbe, ad esempio, di ragionare non secondo lo schema di quali sono le esigenze delle nostre strutture, per vedere chi impiegarvi ma, secondo uno sguardo più rispettoso delle persone. Ci darebbe la libertà di cogliere la nostra missione estesa a tutte le dimensioni della nostra vocazione, allargata a tutto ciò che ci chiama dalla vita vecchia alla vita nuova e sostiene, in noi e negli altri, questo germe divino piantato in noi al battesimo. Se è così, il dono che ci è stato dato viene dalla comunione e confluisce nella comunione.

Ogni carisma, ministero, servizio, nella Chiesa è una realtà che non va compresa né in modo funzionale, né individuale, ma in termini ‘personali’, cioè come quell’unicità del dono che viene fuori dalla comunione ed è al servizio della comunione. Per questo il contesto dove Paolo parla ampiamente dei carismi alla comunità di Corinto è quello dell’eucaristia. Il carisma, da un lato mi unisce alla divino umanità di Cristo nella storia concreta, dall’altro è il luogo in cui si manifesta la Chiesa come comunione di persone in Cristo. Perciò il carisma non può essere posseduto e gestito in modo non ecclesiale. Più siamo impregnati del dono, più si diventa ecclesiali. Paolo dice che l’amore è il carisma più grande.

Tante volte penso che Dio non mandi più vocazioni perché vuole che noi riscopriamo qualcosa che abbiamo dimenticato e affinché abbandoniamo un concetto di vocazione che non corrisponde alla vita spirituale e alla natura stessa della Chiesa. Paolo nel capitolo 12 della prima lettera ai Corinzi mette in evidenza chi è colui che si manifesta attraverso i carismi, chi tesse l’unità del corpo attraverso i carismi: questo corpo è all’origine dei carismi, perché i carismi sorgono all’interno del corpo e per il corpo, cioè dalla Chiesa per la Chiesa. Per questo Paolo, sempre ai Corinzi, dice che la nostra vocazione è alla comunione: chiamati alla comunione del Figlio suo Gesù Cristo. La vocazione è una realtà molto più a monte dell’essere prete o suora, molto più profonda: la vocazione di ogni battezzato è convergente con l’intero corpo di Cristo.

Rupnik6Mi sembra semplicemente che Dio non voglia più che questo accada. Mi sembra che voglia che noi impariamo qualcosa di nuovo, di più profondo, di più conforme ad una visione autentica della vocazione cristiana, e non che ci attardiamo semplicemente ad un elenco di professioni proposte come vocazione per degli individui. Non credo di essere drastico ad affermare che la vita religiosa sta crollando perché non era espressione della comunione, ma dell’organizzazione. Era la sincronizzazione della vita di tanti individui, affinché non si scontrassero troppo, affinché dessero un’impronta comunitaria, ma non comunionale, al loro vivere insieme.

Cristo non ha altra volontà che la volontà del Padre, e dice che non è venuto in nome suo, ma in nome di un altro. Mentre la nostra volontà, che dovrebbe compiersi nella comunione, noi la investiamo nelle passioni. Per questo il sacrificio della volontà  è fondamentale, e coincide praticamente con il godere pienamente dei benefici della Pasqua del Signore, quando ci ha dato la possibilità di vivere non più per noi stessi, ma per Lui. Tutta la vita terrena di Cristo è un movimento verso la sua ora, quando, nella tragedia, nel dolore, la volontà di Dio e quella umana danno luogo a un solo volere, alla concordia delle due volontà che sono necessarie alla salvezza dell’uomo. Cristo è colui che, in quanto Dio, salva l’uomo e, in quanto uomo, vuole essere salvato da Dio.

Allora lo scopo della nostra vita alla fin fine è uno solo: giungere anche noi a quest’ora, alla nostra ora, per arrivare a dire come Gesù nel giardino, con tutta la passione personale che questo può comportare, non sia fatta la mia, ma la tua volontà. Quanto dura quest’ora varia per ciascuno di noi: un momento, degli anni, tutta una vita ….

L’importante è attraversarla. E’ la nostra pasqua. Grazie alla comunione con i patimenti di Cristo, diventiamo partecipi della luce e della vita della sua resurrezione. C’è un bell’inno di san Simeone il Nuovo Teologo che dice più o meno così: “So che non morirò perché sento la vita che sgorga dentro di me”.

Marko I. Rupnik – Maria Campatelli

 

Confesso che questo libro mi ha messo in difficoltà perché non è semplice esprimere le sensazioni che nascono nel corso della lettura.
Sono molteplici le emozioni che scatena e di diversa natura ed entità che vanno dallo stupore, alla meraviglia o dalla profonda tristezza, alla gioia.

Sono però convinta che la testimonianza del regno sia ‘responsabilità’ di ognuno di noi, ogni battezzato può favorire un grande cambiamento anche all’interno della Chiesa testimoniando la grazia ricevuta e mi piace ricordare le parole di Etty Hillesum quando diceva ‘………..saremo noi a dover aiutare Dio’

Non voglio aggiungere parole perché credo sia utile sentire la voce di chi ha consacrato la propria vita al buon Dio ….

Teresa

Per nulla difficile, molto chiaro e carico di prospettive, visione critica del passato, visione nuova sulla vita del religioso e del battezzato. Riflessione di chiara attualità con quella visione  delle “epoche storiche” descritte nell’ultimo capitolo. Si vedono sì segni di primavera là dove si è passata la morte, segni di resurrezione solo dove si è fatto morire ciò che è vecchio e sbagliato.

don Norberto

Mandorlo