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Avvento 2018

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Perle in giro (e ottantaotto)

perladueUN VANGELO SCRITTO DA PILATO?
Il romanzo di Schmitt esordisce con un’ “apertura di sipario” folgorante. In un prologo scandito come una “confessione”, il narratore in prima persona è lo stesso Jeshua (Gesù di Nazareth). Nel culmine tenebroso del Getsemani, il Nazareno ripercorre il suo cammino esistenziale, dall’infanzia e dalla giovinezza “normali” fino alla progressiva presa di coscienza della propria missione. Questo singolarissimo taglio autobiografico genera una rilettura o addirittura una reinvenzione della vita di Cristo sospesa tra il polo dello stupore, del dubbio, della turbata rivelazione di sé stesso, e il polo della coraggiosa assunzione di responsabilità dell’economia della salvezza: un atto di fede assoluto proteso verso il traguardo della croce.

Uscito di scena Jeshua che si avvia verso la Passione e il Calvario, inizia il vero e proprio Vangelo secondo Pilato: un romanzo in qualche misura “poliziesco”, intessuto di indagini, interrogatori, sopralluoghi, esperimenti, capovolgimenti di prospettiva. Un’inchiesta innescata dalla scoperta che il corpo di Jeshua è scomparso dal sepolcro. Una detective story che si svolge nei meandri di Gerusalemme e, in pari tempo, nel labirinto della coscienza di Pilato. Il prefetto della Giudea ne stende il resoconto in una ventina di lettere indirizzate al fratello Tito, che da Roma segue le sue vicende. Il “testimone” dell’io narrante passa così, in un’ideale staffetta, dalla mano della vittima alla mano del carnefice.

Imperativo categorico diventa, per il governatore romano, ritrovare il cadavere prima che Caifa o Erode Antipa creino complicazioni politiche. Soprattutto, bisogna sventare l’effetto dirompente di una “leggenda” della resurrezione di Jeshua messa in circolo dai suoi discepoli e simpatizzanti. Vagliate e scartate tutte le possibili spiegazioni razionale del mistero insito nella scomparsa e riapparizione del Nazareno, all’investigatore non resta che confrontarsi con una “impossibile” interpretazione soprannaturale. A spingerlo, in questa inaudita direzione sono, in particolare, un’onesta sete di conoscenza (“Cos’è la verità?) e l’appassionato sentimento d’amore per la moglie Claudia Procula. Ma quale atteggiamento assumerà Pilato, alla fine del romanzo, nei confronti di Jeshua?

 

Confessione di un condannato a morte la sera del suo arresto
Israele è una terra d’ulivi, di pietre, di stelle e di pastori, una terra dove i datteri seccano sulla paglia dei granai, una terra d’angoscia dove i cuori maturano nell’attesa del Salvatore, una terra di aranci, di limoni e di speranza. Israele è il mio giardino, il giardino dove sono nato, quello stesso giardino dove molto presto dovrò morire.
Tra poche ore verranno a prendermi. Si stanno già preparando.

I soldati puliscono le loro armi. Lungo le strade è tutto un brulicare di messaggeri. Sono impegnati a convocare il tribunale. Il falegname accarezza il legno della croce sulla quale sicuramente domani io spargerò il mio sangue. Di bocca in bocca corre un mormorio. Tutta Gerusalemme sa che sto per essere arrestato. Crederanno di sorprendermi … io li aspetto. Cercano un accusato, troveranno un complice.

Mio Dio, fa che non agiscano con moderazione ! Rendili tu brutali e violenti: che siano rapidi, spietati. Risparmiami la pena di provocarli incitandoli ad uccidermi. Fa che si affrettino! Che facciano un lavoro pulito ! Ma come è accaduto tutto ciò? Avrei potuto essere altrove, questa sera. Ecco dove mi ha condotto questo sogno: aspettare in questo giardino una morte che mi fa paura. Ma come è iniziato tutto ciò? Il destino ha forse un inizio?

[…] Siamo arrivati qui , al monte degli Ulivi. Durante le ultime ore di questo viaggio, ho studiato il modo in cui proteggere i miei. Soltanto io avrei dovuto essere arrestato, io solo e non altri, per empietà e blasfemia; la colpa non doveva essere condivisa dai miei amici; bisognava risparmiare i discepoli: questo destino lo dovevo subire da solo.

Ho dunque riunito i dodici discepoli della prima chiamata. Le mie mani e le mie labbra tremavano perché io solo sapevo che quello era il nostro ultimo incontro. Come ogni giudeo, da buon padrone di casa ho preso il pane, l’ho benedetto con le mie preghiere e l’ho offerto ai miei commensali. Poi, sempre più commosso, ho benedetto e distribuito il vino. “Pensate sempre a me, a noi, alla nostra storia. Pensate a me in ogni spartizione. Anche quando io non ci sarò più, la mia carne sarà il vostro pane, il mio sangue la vostra bevanda. Quando ci si ama, si diventa unità”. Li ho visti fremere. Non si aspettavano quel tono. Ho guardato quegli uomini rudi, nel vigore degli anni, e, d’improvviso, ho avuto voglia di trattarli con affetto. L’amore fluiva ormai dal mio cuore in ondate sempre più grandi.

“Figlioli miei, io non sarò più per molto tempo insieme a voi. Presto il mondo non mi vedrà più. Ma voi mi vedrete sempre perché io vivrò, e voi ne vivrete. Amatevi gli uni gli altri come io ho amato voi. Non c’è amore più grande di questo: dare la vita per i propri amici”.

Il vangelo secondo Pilato
“Che cos’è la verità ?” L’avevo detto più per me stesso che per l’imputato. Mi stavo tranquillizzando. Ma, con mia grande sorpresa, quel giudeo mi aveva capito bene e si era messo a tremare. Ne ero rimasto sorpreso. Quel uomo dubitava.

I fanatici, in genere, soffocano i loro dubbi ribadendo la loro fede, Al contrario, Jeshua si rimetteva in discussione con estrema sincerità. Sembrava rendersi conto che credere non è sapere. Sembrava temere di aver percorso un itinerario completamente sbagliato. Intuiva che io lo giudicavo un pazzo illuminato e si chiedeva, con radicale onestà, se per caso non avessi ragione …. Poi riuscì a dominarsi, raccolse le sue forze residue, sostenne il mio sguardo, e lentamente scandì: “Appunto: che cos’è la verità?”. Mi rinviava l’interrogativo.

E, come in uno scambio nel gioco con la palla, ero io, adesso, che tremavo sotto il colpo della sua interrogazione e cominciavo ad aver paura. No, non possedevo certo la verità, solo il potere, il potere aberrante di decidere cosa è bene e cosa è male, il potere esorbitante di vita e di morte. Sì, quel osceno potere. Dilagò il silenzio.

La palla si era persa tra noi due. Tacevamo. Il silenzio chiacchierava tra noi. Diceva mille cose, rapide, confuse, movimentate, indecise. E il silenzio, curiosamente, mi parlava di me. Cosa fai lì ?, mi chiedeva il silenzio. Chi ti dà il diritto di disporre delle esistenze ? Chi ti illumina per prendere delle decisioni ? Mi sentivo pervaso da un senso di logorio, come dopo una lunga fatica. Non era la stanchezza del potere. Quella, la conoscevo già: per sparire richiede soltanto un po’ di riposo. Era una spossatezza più insinuante, più perniciosa, più lenta, che mi intossicava il corpo come un veleno carico di micidiale torpore: l’assurdità del potere. Che cosa avevo io in più di quel mendicante giudeo ? L’intelligenza strategica, una nascita romana, una posizione che mi forniva soldati e armi, e molte altre cose ancora …. Ma tutto questo aveva un valore ?

“Cos’è che vale?”. Ecco quel giudeo aveva trasformato la mia domanda sulla verità. Che cosa merita che ci si batta? Che si muoia? Che si viva? Che cosa vale veramente? Quanto mi frusciava il silenzio, tanto più mi sentivo solo. E depresso. Ma, curiosamente, c’era qualcosa di delizioso nel mio fluttuare in quella situazione. Ero libero. O meglio, mi ero liberato dai ferri, dai ceppi e dalle catene di cui fino a quel momento avevo ignorato i morsi profondi; catene che non erano quelle della schiavitù, ma quelle del potere ….. Dopo questa lunga meditazione, l’impazienza dei sacerdoti dietro la porta mi richiamò al mio dovere. Fu allora che tentai di salvare Jeshua.

In definitiva, che cosa ho visto? Niente. Che cosa ho capito? Ancora niente, se non che qualcosa poteva sfuggire alla mia comprensione. Nel caso Jeshua, in quest’ultimo mese ho cercato di salvare la ragione, di salvarla ad ogni costo contro il mistero, salvare la ragione fino all’irragionevole … Ho fallito e ho capito che c’era qualcosa d’incomprensibile. Questo mi ha reso un po’ meno arrogante, un po’ più ignorante. Ho perduto delle certezze – la certezza di essere il padrone della mia vita, la certezza di abbracciare l’ordine del mondo, la certezza di conoscere gli uomini per come sono – ma che cosa ne ho guadagnato ? Mi lamento spesso con Claudia: prima ero un romano che sapeva; ora sono un romano che dubita. E mia moglie ride e batte le mani come se facessi per lei un numero da giocoliere.

“Dubitare e credere sono la stessa cosa, Pilato. Solo l’indifferenza è atea”. Mi rifiuto di farmi reclutare tra i seguaci di Jeshua. In primo luogo me lo vieta il luogo. I miei effettivi alleati, i sacerdoti del Tempio agli ordini di Caifa, si accaniscono contro questa nuova fede e danno la caccia ai discepoli, ai Nicodemo, ai Giuseppe d’Arimatea, ai Cusa, e persino a quel povero Simone di Cirene, il passante che per caso ha trasportato la croce. E poi ho troppe questioni in sospeso per riuscire a farmi un’opinione.

Ricordi quella massima che ci ripeteva Craterio quando eravamo suoi allievi? “Non credere mai a quello che si è disposti a credere”. Durante le discussioni con Claudia, in diverse occasioni l’ho contrapposta alla fede di mia moglie: “Tu hai voluto credere a quello che diceva Jeshua, ancor prima che egli si rivelasse come l’inviato del suo Dio”.

“Certo. Io sono propensa a credere che la bontà valga qualcosa, che l’amore debba prevalere su tutti i pregiudizi, che la ricchezza non sia il premio da rincorrere, che il mondo abbia un senso e che la morte non sia da temere”. “Se hai bisogno di crederlo, non fai che soddisfare una tua necessità. Non rispondi alle esigenze della verità”. “E quali sarebbero ? Il dispiacere ? L’insoddisfazione ? Secondo te si dovrebbe credere a quello che ci angoscia  e ci prostra?”. “No, non ho detto neppure questo”.

“Vedi! Né il piacere né il dispiacere possono diventare i criteri del vero. Ora, qui, non si tratta di ragionare o di conoscere. Si tratta di credere, Pilato, di credere!”. Ma a cosa vorrebbe che credessi ? Io non ho visto niente. Lei ha visto. Io no. Certamente anche altri hanno visto, Fabiano per esempio, eppure non hanno creduto. Il fatto è che Fabiano non ha neppure ascoltato. Bisogna quindi credere e ascoltare. Questa fede richiede un eccesso di attività. Per il momento non esige alcun culto, a differenza dei riti greci e romani, ma mobilita lo spirito in maniera divorante. Anche per questo, penso che non avrà futuro.

Tento spesso di spiegarlo a Claudia. Tanto per cominciare, questa religione è nata in un brutto posto: la Palestina resta una piccolissima nazione che, nel mondo d’oggi, non ha né importanza né influenza. In secondo luogo, Jeshua ha insegnato solo a un uditorio di analfabeti; come  discepoli ha scelto dei rozzi pescatori del lago di Tiberiade che, ad eccezione di Giovanni, sanno parlare bene solo l’aramaico, a malapena l’ebraico, malissimo il greco. Che ne sarà della sua storia quando gli ultimi testimoni saranno morti? Non ha scritto nulla, se non sulla sabbia e sull’acqua, e non hanno scritto nulla neppure i suoi discepoli. Infine, la sua grande debolezza è stata quella di scomparire troppo presto. Non ha avuto il tempo di convincere un numero sufficiente di persone, né, soprattutto, i personaggi importanti. Come mai non è andato ad Atene o a Roma? E perché ha scelto addirittura di lasciare la terra ? Se è vero che è il Figlio di Dio, come sostiene, perché non è rimasto con noi per sempre, a persuaderci con la sua presenza e a farci vivere nella verità ‘ Se fosse rimasto sulla terra in eterno, nessuno dubiterebbe più del suo messaggio.

Immancabilmente i miei ragionamenti provocano l’ilarità di Claudia. Mia moglie afferma che Jeshua non aveva alcun motivo di fermarsi definitivamente. Basta che sia venuto una volta. Perché non ha bisogno di addurre tante prove. Se si mostrasse chiaramente, continuamente, con perentoria evidenza, costringerebbe gli uomini a prosternarsi, li sottometterebbe a una legge naturale, qualcosa di simile all’istinto. Invece Jeshua ha reso l’uomo libero. Lasciandoci la possibilità di credere o di non credere, tiene conto di questa libertà. Si può essere obbligati ad aderire ? Si può essere forzati ad amare ? Bisogna mettersi consapevolmente nella giusta disposizione di spirito e acconsentire alla fede, così come si acconsente all’amore. Jeshua rispetta gli uomini. Con la sua storia ci ha fornito il segno, ma ci lascia liberi di interpretarlo. Ci ama troppo per prevaricare. Ed è proprio perché ci ama che ci permette di dubitare. Questa parte di scelta che ci lascia è l’altro nome del suo mistero. Questo discorso mi turba sempre, e non mi convince mai.

I simboli del pesce si moltiplicano nella sabbia e nella polvere della Palestina; i pellegrini li disegnano con le punte dei loro bastoni come la chiave segreta di una comunità in espansione. I miei informatori mi hanno appena riferito che i seguaci di Jeshua si sono anche dotati di un nome: cristiani, i discepoli del Cristo, colui che è stato unto da Dio; avrebbero poi un altro segno di riconoscimento, che portano spesso appeso al collo come una sorta di pendaglio: la croce.

Sono trasalito nell’apprendere questa stranezza. Che isea barbara! Perché non una forca, allora? Un’ascia? Un pugnale? Come possono pensare di riunire dei fedeli attorno all’episodio meno glorioso, anzi il più umiliante nella storia di Jeshua?

L’ho raccontato a Claudia che è scoppiata a piangere ripensando al supplizio al quale aveva assistito. Non dimenticherà mai quel pomeriggio sul Golgota dove, attonita, era stata testimone dell’agonia di Jeshua. Verso sera, aveva avvolto il cadavere straziato in un sudario, insieme alle sue illusioni ….. Nulla aveva attenuato la violenza di quelle ore, neppure rivedere Jeshua risuscitato. L’ho presa tra le mie braccia, volevo assorbire il suo dolore nei miei muscoli, con la mia forza. Poi Claudia ha smesso di singhiozzare, si è posata la mano sul ventre tondeggiante per chiedere al bambino di perdonarla. E ad alta voce si è messa a riflettere: “Non hanno torto. Anche se il segno è orribile, è sulla croce che Jeshua ci ha manifestato l’essenziale. Se si è lasciato crocifiggere, lo ha fatto per amore degli uomini. Se è risuscitato,la ha fatto per dimostrare che aveva ragione ad amare. E che sempre, in ogni circostanza, anche quando si viene smentiti, bisogna avere il coraggio di amare”.

Eric-Emmanuel SchmittVangelodipilato