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Festa di Sant'Eusebio 2018

31 luglio - 1 agosto 2018

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“Il potere del cuore” di Pierbattista Pizzaballa (e ottantanove)

perladuePERLE IN GIRO
Nel 1217 san Francesco d’Assisi decide di mandare i suoi compagni, che stanno diventando sempre più numerosi, verso tutte le nazioni conosciute per annunciare il Vangelo con animo mite ma intrepido. Le terre di missione del nascente ordine dei Frati minori vengono suddivise in undici province religiose. Vastissima è quella di Terra Santa, che comprende Costantinopoli e il suo impero, la Grecia e le sue isole, l’Asia Minore, la Siria, la Palestina, Cipro, l’Egitto e il resto del Levante. La sconfinata provincia in seguito sarà ridimensionata e diverrà nota come Custodia di Terra Santa. Lo stesso san Francesco vi si reca tra il 1219 e il 1220.

Giunti durante la stagione delle crociate nelle terre ove visse Gesù, i frati sono riusciti a restarvi anche nei successivi secoli di dominazione musulmana, pur con le inevitabili limitazioni. Davanti ai loro occhi hanno visto scorrere la storia e succedersi i regimi politici. Qualcuno fra loro ha anche pagato con il sangue la fedeltà alla propria vocazione. Ancora oggi i “frati della corda” – come la gente del posto li ha ribattezzati per via del cordone che stringe ai loro fianchi il saio – sono presenti a Gerusalemme, Betlemme e Nazaret, così come in tanti altri luoghi di Israele, Palestina, Siria, Giordania, Egitto, Cipro e Grecia. Per conto della Chiesa cattolica custodiscono piccoli e grandi santuari cristiani, a volte come unici responsabili, altre – come accada nella basilica del Santo Sepolcro e in quella della Natività – “in condominio” con monaci che rappresentano le Chiesa ortodosse non in comunione con Roma.

Attualmente i Frati minori in Terra Santa sono poco meno di trecento e di varie provenienze geografiche (europei, nord e sudamericani, asiatici, mediorientali, africani). Accolgono i pellegrini; gestiscono scuole, parrocchie, musei e siti archeologici; si pongono continuamente in dialogo con i popoli della regione e le loro aspirazioni più profonde e giuste.

Pizzaballa1Questa premessa di carattere storico spiega perché il punto di vista del Custode di Terra  Santa – superiore ecclesiastico dei frati minori dislocati in varie nazioni del Medio Oriente – meriti di essere ascoltato e letto. In questo volume sono raccolti alcuni dei discorsi pubblici pronunciati da fra Pierbattista Pizzaballa, Custode di Terra Santa per dodici anni, sin dal 2004.

Pizzaballa, come quasi tutti i suoi predecessori, è italiano. Nato nel 1965 in provincia di Bergamo, è entrato da ragazzo tra i Frati minori della provincia emiliano-romagnola. Dopo l’ordinazione sacerdotale, avvenuta nel 1990, i suoi responsabili l’hanno mandato a studiare teologia biblica a Gerusalemme, città che no ha mai più lasciato. Vi ha frequentato l’Università ebraica ed è entrato a servizio della Custodia. Fino a che i suoi impegni di Custode glielo hanno permesso ha seguito, sotto il profilo pastorale, la piccola comunità cattolica di lingua ebraica (il vicariato di San Giacomo, una delle articolazioni del patriarcato latino di Gerusalemme).Proprio l’esperienza di studio della Bibbia e della lingua ebraica, anche in ambiti estranei alle istituzioni accademiche ecclesiastiche, gli ha consentito di entrare in dialogo con numerose persone e realtà della società israeliana solitamente distanti dalla Chiesa e dai cristiani.

La sua capacità di parlare a tutti in modo diritto e senza rincorrere al gergo ecclesiastico in questi anni ha fatto sì che fra Pizzaballa sia stato spesso interpellato da giornalisti e studiosi interessati a conoscere meglio la vita della Chiesa nel contesto del conflitto israelo-palestinese. Il padre Custode ha anche molto viaggiato per il mondo – soprattutto in Europa e nelle Americhe – per raccontare la Terra Santa agli uditori più disparati: gruppi di pellegrini, parrocchie, seminari, convegni, assemblee di istituzione politiche e organizzazioni internazionali. A tutti ha offerto il suo sguardo ottimista, ma disincantato e mai ingenuo.

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Gerusalemme secondo la visione cristiana
Discorso tenuto presso il Lassalle-Haus, centro gestito dai Gesuiti svizzeri vicino a Zurigo (14-15 settembre 2009)

Pizzaballa3Quando si parla di Gerusalemme, certamente a predominare è l’elemento politico, collegato al conflitto israelo-palestinese. La comunità internazionale presta molta attenzione a questa città, le iniziative ad essa legate sono innumerevoli in tutto il mondo. Inoltre, riferimenti a temi religiosi sono ovviamente inevitabili. Molto spesso, tuttavia, questi riferimenti religiosi a Gerusalemme, specialmente nella prospettiva cristiana, rimangono vaghi e sono inseriti in un conteso liturgico e devozionale, o sentimental-religioso. Si sente parlare di Gerusalemme come Chiesa madre, senza mai però chiarire che cosa realmente significa questa espressione, ossia che Gerusalemme ci rimanda alle nostre origini e al nostro passato. E’ più difficile sentire parlare di che cosa i cristiani oggi pensano del significato attuale di Gerusalemme.

Nelle discussioni sul futuro politico e religioso della città, il suo carattere cristiano spesso scompare. Il numero ridotto dei cristiani e le differenze tra le Chiese locali rendono la voce cristiana quasi completamente priva d’influenza; forse solo la Santa Sede ha tuttora una voce morale in questo contesto, ma dubito che tale voce sia percepita davvero come determinante.

Il significato religioso e teologico di Gerusalemme
“La città si chiamerà da quel giorno in poi: “Là è il Signore” (Ezechiele 48,35)
“Gesù le dice: “Credimi, donna, viene l’ora in cui né su questo monte né a Gerusalemme adorerete il Padre” (Giovanni 4,21)

Con l’arrivo del cristianesimo, si potrebbe affermare che la Terra Santa, e con essa Gerusalemme, abbia perso la sua centralità nella vita di fede dei cristiani. Nell’ebraismo, infatti, il riferimento a Gerusalemme è fondamentale, ed è parte integrante della vita di preghiera e dell’identità religiosa degli ebrei. Nell’islam, il pellegrinaggio ai Luoghi Santi costituisce un momento imprescindibile, che scandisce il cammino di fede del fedele musulmano. Il cristiano, al contrario, semplicemente adora Dio “in spirito e verità” (Giovanni 4,24), e può farlo in qualunque parte del mondo. La maggior parte dei cristiani non si recherà mai in Terra Santa e non vedrà di persona Gerusalemme. Oggi è in atto un notevole sforzo, con risultati anche degni di nota, per promuovere pellegrinaggi in Terra Santa, ma il numero di pellegrini resta comunque modesto se paragonato al numero di cristiani presenti nel mondo.

Si parla inoltre della Gerusalemme celeste, citando vari brani dell’Antico e del Nuovo testamento; Gerusalemme lì appare come luogo cui tutti aspiriamo, mentre sembra meno rilevante toccare il tema della Gerusalemme terrena.

D’altra parte, ci scandalizziamo per le divisioni di carattere religioso tra cristiani, divisioni di cui Gerusalemme è testimone; su questa città, che è vista come una sorta di riflesso della Gerusalemme celeste, c’è un’attesa quasi messianica di pace e di vita comune, come se gli abitanti della Città Santa dovessero essere diversi dagli abitanti del resto del mondo.

In conclusione, spesso restiamo vincolati a una posizione emotiva e religiosa. Occorre perciò chiederci qual è il significato di Gerusalemme oggi e la sua importanza come Città Santa per eccellenza nella vita di un cristiano.

Pizzaballa5Il cristianesimo è incarnazione
Il cristianesimo è un’incarnazione. Questa potrebbe sembrare un’affermazione scontata: Dio che diventa uomo è l’essenza della fede cristiana. La sua incarnazione è il culmine della storia della Salvezza; Dio ha rivelato se stesso nella storia.

Ora, se c’è una storia della Rivelazione, esiste anche una geografia della Rivelazione: se c’è un’incarnazione ed è calata nella storia, ci deve anche essere un luogo nel quale questa incarnazione si è manifestata. Storia e geografia sono dunque elementi necessari uno all’altro. Se non si tenesse conto di uno di questi due aspetti, si negherebbe l’evento stesso. Per questa ragione è sempre stato essenziale per la Chiesa non solo guardare a Gerusalemme come un richiamo spirituale, ma allo stesso tempo mantenere una presenza fisica nella città. E’ proprio della vita della Chiesa affermare: “So che cercate Gesù, il crocifisso. Non è qui. E’ risorto, infatti, come aveva detto; venite,  guardate il luogo dove era stato deposto” (Matteo 28,6)

Fin dall’inizio, la comunità cristiana si è riunita nel Luoghi Santi per celebrare una memoria, che non è un semplice richiamo a un evento passato. Quell’evento oggi alimenta la vita del cristiano: la risurrezione di Cristo è l’evento attuale fondamentale della nostra vita di fede, è realtà presente. Anche oggi abbiamo bisogno di correre a vedere la tomba vuota di Cristo. Per questo è importante per noi stare nei Luoghi Santi, essere custodi dell’attualità di quell’evento; Gerusalemme è il cuore, il simbolo di tale principio.

Ciò che è avvenuto a Gerusalemme lungo l’intera storia della rivelazione, e in particolare gli eventi della redenzione compiuta da Cristo, ci parla del desiderio di riconciliazione tra Dio e l’uomo, e dell’unità tra tutti gli uomini: basta pensare al momento della Pentecoste. Ecco perché, per i cristiani, Gerusalemme è il simbolo della loro aspirazione alla riconciliazione e all’unità, e allo stesso tempo il conflitto e le divisioni presenti in questa città generano turbamenti e inquietudini più che in nessun’altra parte del mondo.

Gerusalemme, la Chiesa madre
Non possiamo pensare a Gerusalemme solo come a un grande museo, o un insieme di Luoghi Santi nei quali celebriamo una memoria. E’ anche un incrocio di popolo e nazioni, è composta da “pietre vive”, ossia da persone. Tutti chiamano la comunità dei credenti che vi abita, nello specifico della Chiesa, “Chiesa madre”. Che cosa significa questa espressione?

Gerusalemme è la Chiesa madre perché, essendo la prima tra le Chiese, è quella che ha generato tutte le altre, e non è una Chiesa apostolica, cioè fondata da un apostolo: Cristo stesso è colui che le ha dato inizio. La Chiesa di Gerusalemme non è stata fondata da santi o apostoli, ma è il luogo dal quale santi e apostoli sono partiti per dare appunto inizio ad altre Chiese.

E’ inoltre la Chiesa madre perché è nata come una Chiesa locale e allo stesso tempo universale. L’evento della Pentecoste è particolarmente significativo: “Erano stupiti e, fuori di sé per la meraviglia, dicevano: “Tutti costoro che parlano non sono forse Galilei? E come mai ciascuno di noi parla sente parlare nella propria lingua nativa?….”.

Pizzaballa2La Chiesa di Gerusalemme, quindi, fin dall’inizio è sorta con una vocazione universale. Tutte le nazioni erano là, tutte udirono gli apostoli parlare nelle loro lingue d’origine. Gerusalemme è il richiamo dell’armonia e dell’unità degli inizi.

Anche oggi questa città è l’unico luogo nel quale le Chiese vivono insieme, in una situazione di sensibilità ferite, ma allo stesso tempo in un vitale percorso di ricerca di unità e condivisione. Ogni Chiesa ha il proprio centro culturale e sede della gerarchia in un’altra parte del mondo, ma tutte, senza eccezione, hanno il loro cuore a Gerusalemme. In questo senso Gerusalemme è una madre, perché nonè espressione di una delle Chiese, ma di tutte loro, che sono costrette a condividere spazio e tempo qui. E’ un modo non perfetto, ma tutt’ora valido, di conservare l’unità.

Gerusalemme, infine, è la Chiesa madre perché il legame con la Terra Santa la collega in modo unico anche alla storia di cui questa Terra è custode. La Rivelazione del Vecchio e del Nuovo Testamento qui diventa la storia dei popoli e delle culture locali. La vita della Chiesa madre è indissolubilmente legata a queste culture e in particolare al rapporto con ebraismo e islam. Questo rapporto è spesso fonte di conflitto, tuttavia è costitutivo della vita stessa della Chiesa: senza una rivelazione con le altre due fedi monoteiste la Chiesa non potrebbe mai continuare a vivere e crescere in questa Terra. Siamo una minoranza; senza un rapporto con gli altri due popoli che costituiscono la maggioranza non avremo alcun futuro, nemmeno per quanto riguarda gli aspetti più semplici e insignificanti.

Gerusalemme è, in conclusione, il luogo e il tesoro che comprende una serie di significati tuttora attuali per la vita della fede delle Chiese e dei cristiani: il legame tra storia e geografia, tra evento e luogo, memoria e attualità; è l’origine e la sorgente per tutte le altre Chiese; è la rappresentazione della vocazione all’universalità e unità, che oggi sono certamente ferite, ma tuttora vitali. Rappresenta poi l’ineludibile legame con ebraismo e islam, così come con le origini della cristianità.

“Riuniti sotto le mura di questa città, sacra ai seguaci delle tre grandi religioni, come possiamo non rivolgere i nostri pensieri alla universale vocazione di Gerusalemme ? Annunciata dai profeti, questa vocazione appare anche come un fatto indiscutibile, una realtà irrevocabile fondata nella storia complessa di questa città e del suo popolo. Ebrei, mussulmani e cristiani qualificano insieme questa città come loro patria spirituale. […] Gerusalemme in realtà è sempre stata una città nelle cui vie risuonano lingue diverse, le cui pietre sono calpestate da popoli di ogni razza e lingua, le cui mura sono un simbolo della provvida cura di Dio per l’intera famiglia umana. Come un microcosmo del nostro mondo globalizzato, questa città, se deve vivere la sua vocazione universale, deve essere un luogo che insegna l’universalità, il rispetto per gli altri e la vicendevole comprensione”. Omelia di papa Benedetto XVI pronunciata a Gerusalemme, nella Valle di Josafat, il 12 maggio 2009

Gerusalemme è pertanto un modello completo di Chiesa. In essa, tutti gli elementi costitutivi della Chiesa originale – localismo e universalità, unità, luogo e memoria – permangono, pur in una condizione ferita, toccata dal peccato dell’uomo.

E’ possibile una testimonianza più forte del male?
Intervento tenuto a Madrid il 27 ottobre 2015 “Cristianesimo e islam: millequattrocento anni di difficile convivenza”.

 Pizzaballa4[…] la speranza è una virtù cristiana, la più piccola, forse, ma è quella che tiene unite le altre due, fede e carità. La speranza è la capacità di vedere, nella fede, ciò che ancora non c’è, e realizzarlo concretamente nell’amore: è la vita di tanti testimoni, dalle prime pagine bibliche fino ai martiri odierni.

Abramo per tutta la vita ha vagato nella terra che gli era stata promessa, senza mai possederla; così i profeti: annunciavano la liberazione di Gerusalemme quando la città era ancora distrutta o occupata. I primi cristiani annunciavano il Regno di Dio quando venivano uccisi nel Colosseo; monsignor Oscar Romero è stato assassinato senza assistere a ciò per cui gridava quotidianamente dall’altere, i martiri odierni sono trucidati da un odio fanatico mai visto in precedenza. Se guardiamo dunque alla storia con i nostri occhi, vediamo solo una serie di sconfitte e di morti, di fallimenti irrecuperabili. Se però la osserviamo da un’altra prospettiva, quella del credente, vediamo un “di più”, come scrive padre Ibrahim, che in modo diverso non si può spiegare. Esiste cioè un confine che il male non può superare né vincere: la libertà di fare il bene, di credere, nonostante tutto, nella bontà dell’uomo e amarlo appassionatamente.

Vi è inoltre una presunzione di cui dobbiamo liberarci: quella di voler liberare il mondo dal male. Si tratta di un grave errore. Liberare il mondo dal male è il programma dell’Anticristo, non del credente cristiano. Come si può, infatti, liberare il mondo dal male, se contemporaneamente non si priva l’uomo della libertà di commettere il male? Non va dimenticata la parabola del grano e della zizzania (Matteo 13,24-30): il credente cristiano, naturalmente, rifiuta il male senza remore, ma non ha la presunzione di annientarlo; non se ne lascia travolgere, non accetta le sue dinamiche, non gli consente di minacciare la propria libertà. Il cristiano non vince il male, nel senso che non lo può privare della propria libertà: lo può uccidere, ma di fronte alla libertà il male è impotente.

Gli esempi di padre Ibrahim, padre Hanna e padre Dhiya sono il segno dello stile che vogliamo adottare in questa drammatica situazione: non presumiamo di sconfiggere il male, ma desideriamo essere un piccolo segno di libertà.

Un rischio reale, infine, è quello di rimpiangere le “cipolle d’Egitto, cioè le garanzie perdute, il mondo che per tanto tempo ci ha accompagnato e nel quale siamo cresciuti in Medio Oriente. Tutto sta cambiando, nulla sarà più come prima. Ciò all’inizio ci spaventava, ma ora è chiaro che dobbiamo entrare in questa prospettiva con la libertà che nasce dalla fede, certezza che, nonostante tutto, la nostra presenza resterà viva.

In conclusione, cito due modelli sui quali abbiamo apparentemente costruito la nostra civiltà: quelli di Abramo e di Ulisse. Ulisse ha superato eroicamente un gran numero di prove e tentazioni, peripezie e difficoltà, ma il suo fine era quello di tornare a casa, a Itaca, di ricostruire il proprio “nido”; recuperare certezze e insicurezze, riviverle. Itaca è per lui il luogo al quale fare ritorno. L’avventura, per Ulisse, è superare gli ostacoli per tornare a casa, e lì restare: lasciare l’incerto per il certo.

Per Abramo, invece, la prospettiva è diametralmente opposta: prendere il largo, andare verso un luogo che ancora non conosce, abbandonare il certo per l’incerto, vivere senza vedere ciò in cui crede, ossia la realizzazione della promessa. E’ un continuo partire senza fare mai ritorno. In Abramo c’è un’unica certezza: Dio. Abramo, infatti, perde tutto: casa, patria, famiglia, figlio, eredità, ma non rinuncia a Dio. Anzi, in quella fede, egli già “vede” tutto, anche senza averne mai fatto esperienza. Quando rimpiangiamo il nostro passato e le sue garanzie perdute siamo come Ulisse. Il modello, al contrario, è Abramo: partire, senza paura, perché il Signore è nostro scudo (Genesi 15). Entrare in questa realtà con la libertà che sorge dalla fede, dalla relazione con Dio.

Pierbattista Pizzaballa

Abbiamo avuto la fortuna di incontrare il nuovo amministratore di Gerusalemme nel recente viaggio in Terra Santa, prima della sua ordinazione sacerdotale. Persona semplice e uomo di Dio, conoscitore del mondo cristiano in quella estrema periferie  da dove tutto è partito. Parole serene ci ha rivolto, per nulla sconsolato ma consapevole di essere seme nella mani del Padre come Gesù, minoranza tra ebrei e mussulmani, minoranza tra israeliani e palestinesi… Eppure lì a dire a tutti di una incarnazione e di una pasqua che possono ora essere evidenti anche attraverso l’opera di restauro delle rispettive basiliche, anche grazie al suo intervento. Una  benedizione averlo incontrato. DI noi ha il testo e il video che racconta del nostro battistero,.

don NorbertoPizzaballa6