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5° CONVEGNO domenica 14 ottobre 2018: quando il male s’insinua nella famiglia

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Non un corso biblico ma un aiuto per proseguire la ricerca del Maestro attraverso i quattro vangeli. Giovedì ore 21.00 a Casciago Guida gli incontri don Norberto

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PERCORSO FIDANZATI 2018 - 2019

PRIMO INCONTRO SABATO 13 ottobre ore 21.00 Parrocchia di Casciago

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“Lo sguardo di Gesù” di Luigi d’Ayala Valva (e novantadue)

perladueNon c’è umanità – e umanità vera – laddove non vi sia una capacità di uso, almeno parziale, di quei canali di vita e di quelle finestre naturali sul mondo che sono i nostri cinque sensi: vista, udito, tatto, gusto, olfatto. Come oggi comprendiamo meglio, noi non abbiamo soltanto un corpo, quasi fosse un oggetto in nostro possesso, ma siamo il nostro corpo; così i sensi non sono per noi solo strumenti di cui ci serviamo: sono parte di noi, ci esprimono e ci definiscono nel nostro essere. Dall’uso che facciamo (o non facciamo o facciamo male) dei nostri sensi dipende molto della nostra umanità (o della nostra disumanità).

I sensi sono vie d’accesso – le uniche vie di accesso – alla relazione; e l’uomo è anzitutto relazione. Non c’è relazione umana che possa fare a meno o sottrarsi all’udito, al tatto e soprattutto alla vista. Vivere è vedere ed essere visti. Tutti sembrano vedere e ascoltare tutto e tutti, ma c’è da chiedersi, senza retorica: chi ascolta e chi vede veramente ? L’eccesso di stimoli crea una cultura generalizzata dell’indifferenza che se, da una parte, funge da comodo anestetico “contro l’assalto dei giorni” e le “bruciature della vita”, dall’altra, “ridimensiona gli slanci e spegne le passioni, sequestra l’entusiasmo del cercare ancora e oltre, attutisce i sussulti di indignazione contro i mali che deturpano l’esistenza”.

[…] Se alla vita cristiana sottraiamo la dimensione del sensibile, del concreto, del “faccia a faccia”, essa letteralmente “perde il suo sapore” (Mt 5,13), come il sale evangelico: diventa un’ideologia religiosa o una spiritualità tra le tante. Dovrebbero farci riflettere le parole di Simone Weil: “Una delle verità capitali del cristianesimo, oggi misconosciuta da tutti, è questa: la salvezza sta nello sguardo ….Lo sforzo grazie al quale l’anima si salva è simile a quello di colui che guarda, di colui che ascolta, a quello di una sposa che dice sì”.

 Secondo la Bibbia i sensi sono originariamente prerogativa di Dio, del Dio che si rivela agli uomini; diventano poi prerogativa anche dell’uomo nella misura in cui l’uomo è creato “a immagine e somiglianza di Dio” (Gen 1,27), anche se l’immagine di Dio nell’uomo non è qualcosa di statico, di già dato una volta per tutte, ma è essenzialmente una vocazione che l’uomo è chiamato a perseguire.

L’esperienza di fede di Israele si fonda da sempre sull’idea di un Dio sensibile, non di un Dio impassibile, immobile e assoluto nella sua eternità. Il Dio liberatore e creatore, se è vero che non può essere visto in alcun modo (perché nessun uomo può vedere Dio e restare vivo, secondo Esodo 33,20), è però lui a vedere e a sentire. Basterà far riferimento ad alcune famose pagine bibliche per rendersene conto. Legge, Profeti e Salmi da questo punto di vista sono concordi.
Ho visto attentamente la miseria del mio popolo in Egitto e ho udito il suo grido a causa dei suoi sovrintendenti: conosco le sue sofferenze. Sono sceso per liberarlo dal potere dell’Egitto (Es 3,7-8).
In questa pagina, Dio descrive la genesi del suo agire misericordioso come liberatore del suo popolo attraverso una dinamica che dalla vista passa all’udito, per poi giungere alla conoscenza e finalmente all’intervento di liberazione. Il Dio che vede e che sente è il Dio che si prende cura, che ha a cuore il suo popolo.

Lo sguardo di Dio si posa con amore e fedeltà su ciascuna delle sue opere, cogliendo – e quindi manifestando – la loro originaria bellezza e bontà, e sigilla con ritmica insistenza ciascuno dei sei giorni della creazione:“E Dio vide che era cosa buona” . Per concludere poi in Genesi 1,31: “E Dio vide quanto aveva fatto, ed ecco, era cosa molto buona”

 A partire da questo retroterra biblico, vorrei esplorare il modo in cui l’uomo Gesù vive la dimensione sensibile. Nella misura in cui Gesù non è soltanto vero uomo, ma è il vero uomo voluto da Dio “Ecco l’uomo! (Gv 19,5), quello a immagine del quale egli ha creato l’umanità, il suo umanissimo uso dei sensi può dire qualcosa di prezioso anche sulla vocazione che i sensi umani hanno ricevuto nel disegno di Dio.

E’ il “vangelo dei sensi”, attraverso la figura di Gesù, uomo che vede, che tocca, che odora la realtà di questa terra. E’ evidente a chiunque legga con attenzione i vangeli la centralità di due sensi nella persona di Gesù quale ci viene presentata: quello della vista e quello del tatto.

Pochi passi evangelici rimandano più o meno esplicitamente all’olfatto e al gusto, anche se quest’ultimo è indubbiamente incluso nell’atto del mangiare, che invece è assai ben attestato. L’udito, che per la tradizione biblica ha un primato sulla vista e su tutti gli altri sensi, è fondamentale anche per Gesù, soprattutto nella sua valenza di ascolto della parola e della voce di Dio (è il quarto vangelo soprattutto a sottolinearlo), ma come ascolto umano esso per lo più resta implicito nel testo evangelico, che lo riferisce soprattutto ai discepoli. E’ piuttosto lo sguardo di Gesù che emerge in primo piano e viene considerato anche nella sua valenza di “sguardo che ascolta”, ovvero di sguardo attento che recepisce con obbedienza ciò che la realtà esprime.

Anche il tatto, infine, che emerge più volte nel testo evangelico nelle sue dimensioni – di Gesù che tocca e si lascia toccare, senza temere il contagio, l’impurità o le situazioni sconvenienti -, è talora associato alla vista, come in alcuni racconti di guarigione, nei quali prima egli vede e poi tocca, come nel caso della suocera di Pietro, oppure il contrario, come nel caso della donna affetta da emorragia. Nello sguardo di Gesù brilla la luce del vangelo, il mistero della buona notizia che egli è venuto ad annunciare.

 Partiamo da una domanda. Da dove viene lo sguardo di Gesù? Da dove viene il mistero del suo sguardo umano? Certo, potremmo rispondere semplicemente, con la nostra fede, che esso viene dal mistero della sua divino-umanità, del suo essere Figlio venuto a rivelare il volto del Padre.

Così del resto hanno fatto per secoli i padri della chiesa, che, quando hanno cercato di rendere ragione della forza dello sguardo di Gesù, hanno fatto direttamente appello alla sua divinità, come ad esempio Girolamo: “Qualcosa di igneo e di celestiale lampeggiava dai suoi occhi e sul suo volto riluceva il fulgore della divinità. ….. Se il Cristo non avesse avuto anche nel volto e negli occhi qualcosa di celestiale, mai gli apostoli lo avrebbero seguito all’istante né coloro che erano venuti ad arrestarlo sarebbero caduti a terra tramortiti”.

 Ma seguire questa via sarebbe in qualche modo arrivare già alla conclusione del nostro discorso, prendendo la scorciatoia e saltando la concretezza della realtà umana di Gesù, quale ci viene mostrata nei vangeli. “La sua divinità – ci ricorda il teologo Joseph Moingt – si rivela proprio nella grandezza della sua umanità”. Come ogni uomo, Gesù è nato e vissuto in un contesto, in circostanze precise e con uno stile preciso. Tutto questo ha modellato il suo sguardo. Lo sguardo di ogni persona infatti è sempre impregnato di tutta una cultura; è l’emergere di tutto il suo vissuto e di tutta la sua interiorità, di tutto l’amore che ha ricevuto e di quello che le è mancato.

Da dove viene dunque lo sguardo di Gesù? Gesù nasce in un contesto di povertà, lo sappiamo. Non di miseria, ma di povertà sì. Il suo provenire da una famiglia di semplici artigiani, da un povero villaggio della marginale Galilea, lo ha messo a contatto, dal basso, con la concretezza della vita umana e semplice, con i suoi ritmi naturali e di lavoro. E’ a partire da questa prospettiva che Gesù è in grado di discernere “il grande nel piccolo” e di sintonizzare il suo sguardo con quello di Dio.

“Resta un’esperienza di eccezionale valore l’aver imparato infine a guardare i grandi eventi della storia universale dal basso, dalla prospettiva degli esclusi, dei sospetti, dei maltrattati, degli impotenti, degli oppressi e dei derisi, in una parola, dei sofferenti ….. “ (Dietrich Bonhoeffer).

 Ma il suo sguardo non è solo dal basso. A partire almeno da un certo momento della vita, il suo diventa uno sguardo in movimento. In continuo movimento. Sappiamo infatti dai vangeli che, all’età di circa trent’anni, Gesù lascia il villaggio di origine e, ricevuto il battesimo da Giovanni il Battista, inizia a fare il predicatore itinerante. Da quel momento sarà sempre in movimento, un uomo che cammina, come stile di vita. Questo è assai importante perché ci dice che il punto di vista dello sguardo umano di Gesù sulla realtà che lo circonda è un punto di vista in continuo e incessante movimento, non stabile e fisso.

“Le volpi hanno le loro tane e gli uccelli del cielo i loro nidi, ma il Figlio dell’uomo non ha dove posare il capo” (Mt 8,20). Quando qualcuno tenta di trattenerlo in un solo luogo, egli risponde deciso: “Andiamocene altrove, nei villaggi vicini, perché io predichi anche là, per questo infatti sono venuto!” (Mc 1,38).

Lo sguardo di Gesù custodirà gelosamente questo suo orizzonte aperto anche quando gradualmente si formerà attorno a lui una cerchia di discepoli: Gesù infatti si sforzerà di inculcare in chi lo segue il suo stile itinerante e libero, e dunque mai installato in un punto di vista chiuso anche quando, più volte, i discepoli saranno tentati di farlo. L’orizzonte dei discepoli deve rimanere quello di una comunità in cammino di sequela dietro al maestro.

Oltre alla povertà, all’itineranza, all’orizzonte comunitario, lo stile di vita di Gesù (e dunque del suo sguardo) è caratterizzato – ci dicono i vangeli – dall’alternanza tra momenti di presenza pubblica e momenti di solitudine. Pur attribuendo un’importanza eccezionale alle relazioni e, anche se non ha un suo “nido”, vi è però un polo preciso a partire dal quale egli definisce e ridefinisce continuamente il suo centro vitale; e questo polo è rappresentato precisamente dai momenti di solitudine, che per lui sono essenzialmente momenti di preghiera, volontariamente ricercati, come i vangeli tante volte ci dimostrano. Nella solitudine della preghiera, su un monte, nel deserto o semplicemente “in disparte”, Gesù cerca il fondamento della sua personalità umana e come ogni credente pone la sua vita davanti a Dio, con le sue gioie e le sue asperità. Pregare per Gesù vuol dire essenzialmente porsi in ascolto della parola di Dio e porsi sotto lo sguardo di Dio, il Padre che “vede nel segreto” .

Lo sguardo di Gesù è ultimamente uno sguardo che accoglie su di sé e in sé lo sguardo di Dio. Lo sguardo di Gesù è costantemente attirato dalla realtà concreta e umanissima che lo circonda: persone, folle, situazioni, eventi, fenomeni naturali. Nel Vangelo di Giovanni troviamo scritto che il Figlio fa “tutto quello che vede fare dal Padre” ed altri passi simili, ma in questo caso non si tratta di un vedere sensibile, ma di un “vedere teologico” che esprime la sua obbedienza filiale; e in generale occorre riconoscere che il quarto vangelo presenta una visione dell’umanità di Gesù riletta attraverso gli occhi della fede, che la colloca a un livello “altro”. Pur con tutta la sua forza, non si tratta tuttavia di uno sguardo possessivo: lascia ciascuno libero, anche di sottrarsi (la scena del giovane ricco).
“Lo sguardo di Gesù non è qualcosa di magico: Gesù non era uno specialista in ipnosi. Gesù guardava ognuno, e ognuno si sentiva guardato da lui, come se Gesù dicesse il nome … E questo sguardo cambiava la vita, a tutti (papa Francesco)

 “Allora Gesù, fissato lo sguardo su di lui, lo amò” (Mc 10,21). Guardare e amare: si tratta in realtà di un’unica azione, di uno sguardo pieno di amore. Attraverso il guardare, il fissare lo sguardo, egli vuole comunicare in modo più profondo con quell’uomo; vuole soprattutto che egli “si senta visto”, si senta conosciuto, accolto, amato gratuitamente. E’ uno sguardo che rivela la potenzialità nascosta in ciascuno, e che Dio vede ed è capace di valorizzare, se solo gli si permette di farlo e gli si dà fiducia. Tanto è vero che Gesù accompagna lo sguardo con le parole: “Impossibile agli uomini, ma non a Dio! Perché tutto è possibile a Dio” (Mc 10,27)

Il vero sguardo, la vera decisione di vedere parte dal suo cuore. Per un uomo infatti vedere significa sempre decidere di vedere, o meglio aver già deciso di vedere e come vedere, nel proprio cuore. “… l’occhio vede dal cuore” Proprio nel suo farsi prossimo con sguardo compassionevole Gesù comunica lo sguardo di Dio.

Uno sguardo capace di ascolto e non solo di visione. Anche il suo insegnamento, nasce da uno sguardo così: Matteo e Luca notano che il “discorso della montagna” è preceduto da uno sguardo di Gesù rivolto alle folle dei poveri o al gruppo dei discepoli che gli stanno attorno: “Gesù vedendo le folle, salì sul monte ….” (Mt 5,1) “Alzato gli occhi verso i suoi discepoli,Gesù diceva: ….” (Lc 6,1).

Mi piace immaginare che, mentre pronunciava le beatitudini che proclamavano beati i poveri, i piangenti e gli assetati e affamati di giustizia, gli occhi di Gesù fossero ancora lucidi e velati dalle lacrime che aveva appena visto su quelli della povera gente che gli stava di fronte. Del resto sappiamo che altre volte Gesù ha pianto per ciò che vedeva. E in fondo, chi sa che la funzione più vera dell’occhio umano non sia proprio la capacità di piangere ….

“… nel momento stesso in cui velano la vista, le lacrime svelerebbero il proprio dell’occhio” cioè il fatto che questo sia  destinato a piangere ancor più che a vedere, ad “avere in vista l’implorazione piuttosto che la visione, indirizzare la preghiera, l’amore, la gioia, la tristezza piuttosto che lo sguardo” (J. Derrida).

…il Signore si voltò e fissò lo sguardo su Pietro, e Pietro si ricordò della parola che il Signore gli aveva detto: “Prima che il gallo canti, oggi mi rinnegherai tre volte”. E, uscito fuori, pianse amaramente Gesù si volta di colpo e fissa Pietro, sorprendendolo. Si noti che in tutto il contesto della passione questo è un gesto isolato, l’unico che Gesù compie attivamente; gli altri sono tutti atti che egli subisce. Qui, all’improvviso e per un attimo solo, Gesù torna protagonista con uno sguardo che trasforma il peccato in pentimento. A volte, un solo sguardo può fare la differenza, può cambiare tutto.

“occhi che passano la parete del petto e la carne del cuore e fanno sanguinare quando guardano con tenerezza”, occhi capaci di riaccendere con una sola scintilla la capacità di amare.

Luigi d’Ayala Valva

Un  libro da tenere sempre ‘in tasca’: ci insegnerà a vivere solo sotto il Suo sguardo e, anche noi come Pietro  ‘piangeremo amaramente’.
Vogliamo veder quegli occhi
che passano la parete del petto e la carne del cuore,
e guariscono quando feriscono collo sdegno,
e fanno sanguinare quando guardano con tenerezza ….
Tu sai quanto sia grande,
proprio in questo tempo, il bisogno del tuo sguardo e della tua parola.
Tu lo sai bene che un tuo sguardo
può stravolgere e mutare le nostre anime ……

TeresaLosguardo