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“La notte di fuoco” di Eric-Emmanuel Schmitt (e novantatre)

perladueFebbraio 1989. Un gruppo di escursionisti francesi parte da Tamanrasset per una spedizione di dieci giorni a piedi nel cuore del deserto del Sahara. Oltre ai dieci europei, del gruppo fanno parte una guida tuareg e tre dromedari che trasportano cibo e masserizie. Non si tratta di turisti ordinari, ma di gente motivata:
c’è Gérard, il regista che deve girare un film su Charles de Foucauld, mistico del secolo scorso che ha vissuto tanti anni in mezzo ai tuareg; c’è l’astronomo Jean-Pierre, per il quale il deserto è prima di tutto un luogo privo di qualsiasi inquinamento luminoso; c’è Thomas, il geologo ….. E c’è un giovane scrittore ventottenne, Eric-Emmanuel Schmitt, chiamato da Gérard a scrivere le sceneggiatura del film su Foucauld.

Fino a un certo punto il romanzo, autobiografico, ci narra le peripezie e le sorprese dei viaggiatori, la scomodità dei bivacchi, le meraviglie della natura incontaminata. Poi il giovane scrittore si perde, si ritrova da solo, di notte, nel deserto, senza cibo né acqua, quasi senza vestiti, e si chiede se sopravviverà. E’ il momento culminante dell’avventura, ma non la cosa più importante. Molto più importante è l’esperienza mistica che vivrà quella notte, la rivelazione di qualcosa di infinito e potentissimo che travalica gli orizzonti umani e che lui, per mancanza di altri termini, chiamerà Dio.

La notte di fuoco è il racconto di come Schmitt, ateo e filosofo di professione, quindi maestro di razionalità, sia venuto in contatto con qualcosa di infinito che prescinde totalmente dalla ragione e comunica solo attraverso il cuore. E’ la storia di una conversione? Diciamo di sì, ma alla maniera di Schmitt.

****

Schmitt1Tra la spedizione nel Sahara e il racconto che ne faccio oggi sono trascorsi venticinque anni. La mia fede ha sopportato sia il disorientamento che il passare del tempo. Non ha mai smesso di crescere. Ciò che si limitava a un rivolo d’acqua in mezzo al deserto è cresciuto fino alle dimensioni di un fiume, cosa che è di solito la vocazione delle sorgenti ….

A lungo ho tenuto segreta la mia fede. Mi modificava in sordina. Mentre si scavava il suo alveo, la mia percezione del mondo si arricchiva: leggevo i libri che spingevano alla spiritualità, sia orientale che occidentale, entravo nel giardino delle religioni dalla porticina di fondo, quella discreta, la porta dei poeti mistici, uomini ritrosi, lontani dai dogmi e dalle istituzioni, che sentono anziché prescrivere. Allo sguardo umanista con cui vedevo le credenze dei popoli si aggiungeva la fiamma interiore, quella che condividevo con individui di tutte le epoche e tutte le latitudini. Si tessevano fratellanze. L’universo si ingrandiva.Tornato dallo Hoggar, lo scrittore embrionale che sonnecchiava in me da sempre si è seduto al tavolo ed è diventato lo scriba delle storie che lo attraversano.

Sono nato due volte: la prima a Lione, nel 1960, e la seconda nel Sahara, nel 1989.

Da allora si sono susseguiti romanzi, opere teatrali, novelle e racconti tracciati dalla mia penna sotto un cielo sereno, a volte con difficoltà, spesso con facilità, sempre con passione. La notte ispirata mi aveva reso armonico: anziché andare ognuno per conto proprio, corpo, cuore e intelligenza vibrano di concerto. L’esperienza mi aveva conferito soprattutto una legittimità. Un talento rimane fatuo se si mette al servizio di se stesso, senza altro scopo che farsi riconoscere, ammirare o applaudire. Un autentico talento deve trasmettere valori che lo veicolano e lo superano. Dato che una sera ero stato il destinatario di una rivelazione, a mio modo di vedere avevo il diritto di prendere la parola.

Tremo all’idea degli equivoci che questa mia sicurezza può suscitare … No, non mi vedo come un profeta, e tantomeno come un ispirato. Non mi ritengo un portavoce di Dio, anzi, mi giudico indegno della grazia che mi è stata fatta, e se anche ci lavorassi sopra per tutta la vita non arriverei mai a meritarla.

Tuttavia, da uomo, non imbroglio: vivo e scrivo a partire da un luogo, la mia anima, che ha visto la luce e la vede ancora, anche attraverso le tenebre più buie.

Ho tenuto clandestina quella mia notte fino al giorno in cui una giornalista mi ha punto sul vivo: “Come mai nelle cose che lei scrive risplendono tanto amore per la vita e tanta pace del cuore?” continuava a ripetere. “Per quale miracolo è capace di affrontare argomenti tragici senza compiacimento né pathos né disperazione?”. La conoscevo, la apprezzavo, sapevo che era protestante, e di fronte alla sua insistente lucidità le ho confessato che avevo conosciuto Dio ai piedi del monte Tahat.
“Ci ritornerebbe?” mi ha chiesto.
“Ritornarci … Perché?”
Una volta è sufficiente.
Anche una fede è sufficiente.

Quando uno si imbatte nella sollecitazione dell’invisibile bisogna che se la cavi con quel che gli è stato regalato.

Schmitt3La cosa sorprendente di una rivelazione è che, malgrado la prova provata, si continua a essere liberi. Liberi di non vedere quello che è successo. Liberi di darne una lettura riduttiva. Liberi di allontanarsene. Liberi di dimenticarla.

Non mi sono mai sentito così libero come dopo aver incontrato Dio, perché possiedo ancora il potere di negarlo. Non mi sono mai sentito così libero come dopo essere stato manipolato dal destino, perché posso sempre rifugiarmi nella superstizione del caso.

Un’esperienza mistica si rivela un’esperienza paradossale: lo forza di Dio non annienta la mia, il contratto tra l’io e l’Assoluto non impedisce che poi l’io torni al primo posto, l’intensità perentoria del sentimento non sopprime affatto le deliberazioni dell’intelletto.

“Il supremo passo della ragione sta nel riconoscere che c’è un’infinità si cose che la sorpassano. E’ ben debole, se non giunge a riconoscerlo.” Sennonché spontaneamente la ragione non ha la minima umiltà, bisogna scuoterla. Pascal, razionalista supremo, filosofo, matematico e virtuoso dell’intelligenza, il 23 novembre del 1654 era stato costretto ad arrendersi: verso mezzanotte Dio l’aveva folgorato. Per tutta la vita, di cui ormai aveva scoperto il significato, aveva portato su di sé, nascosto nella fodera della giacca, il racconto sibillino di quella notte, che lui chiamava la notte di fuoco.

“La fede è diversa dalla prova. La prima è umana, la seconda è un dono di Dio. Il cuore, non la ragione sente Dio. E questa è la fede: Dio sensibile al cuore, non alla ragione”.

Durante la mia notte nel Sahara non ho imparato niente, ho creduto.

Parlando della propria fede l’uomo moderno deve mostrarsi rigoroso. Se mi chiedono: “Dio esiste ?” io rispondo: “Non lo so” perché filosoficamente rimango agnostico, che è l’unica posizione sostenibile con la sola ragione. Però aggiungo: “Credo di sì”. La credenza si distingue radicalmente dalla scienza. Non le confonderò. Quello che so non è quello che credo. E quello che credo non diventerà mai quello che so.

Alla domanda sull’esistenza di Dio si presentano tre categorie di individui onesti, il credente che dice : “Non lo so, ma credo di sì”, l’ateo che dice: “Non lo so, ma credo di no” e l’indifferente che dice: “ non lo so e non me ne importa niente”.

L’imbroglio comincia con quelli che proclamano: “Io lo so !” Che dicano “So che Dio esiste” o “So che Dio non esiste”, oltrepassano i poteri della ragione, tendono all’integralismo, religioso o ateo che sia, imboccando il cammino funesto del fanatismo e dei suoi orizzonti di morte. Le certezze creano solo cadaveri.

Nel nostro secolo, in cui come un tempo si uccide in nome di Dio, è importante non confondere credenti e impostori: gli amici di Dio sono quelli che lo cercano, non quelli che parlano al Suo posto e pretendono di averlo trovato.

Schmitt2La fiducia del credente fornisce un modo di vivere il mistero, così come l’angoscia dell’ateo …. Quanto al mistero, rimane.

Più vado avanti negli anni e più mi rendo conto che l’agnosticismo costituisce una posizione rifiutata dai più. Gli uomini vogliono sapere ! Esistono solo agnostici credenti, agnostici atei e agnostici indifferenti, e tuttavia milioni di individui si ostinano a mischiare fede e ragione, a rifiutare la complessità della mente, a semplificarne i registri per trasformare sentimenti molto personali in verità universali.

Dobbiamo riconoscere e coltivare la nostra ignoranza. E’ il prezzo da pagare per l’umanesimo pacifico. Siamo tutti fratelli nell’ignoranza, non nella credenza. Solo in nome dell’ignoranza condivisa potremo tollerare le credenze che ci dividono. Nel prossimo devo rispettare prima di tutto colui che è come me, colui che vorrebbe sapere e non sa; poi, in nome della somiglianza, rispetterò le sue differenze.

Dopo la mia notte di fuoco, tornato all’accampamento nelle sabbie dello uadi, avevo gravemente frainteso Ségolène quando mi aveva detto di aver pregato Dio perché mi tirasse fuori dai guai. Mi ero indignato, come ancora m’indigno, che in caso di ingiustizie o catastrofi Dio non intervenga per tutti ! Ma Dio non è Colui che salva gli uomini, è Colui che propone loro di pensare alla propria salvezza.

Questo racconto farà forse vacillare qualcuno, ma non convincerà nessuno …. Ne sono consapevole e ne soffro …. Quante volte avrei voluto trasmettere la fiducia che arde in me! Quanto spesso avrei desiderato, in presenza di amici disorientati o sconosciuti disperati, mostrarmi persuasivo ! Purtroppo non sono contagioso … Solo gli argomenti razionali hanno il potere di suscitare l’adesione, non le esperienze.

Io ho soltanto subito la prova, quindi non cercherò di dimostrare, mi limito a testimoniare.

Scrivendo queste pagine ho tremato, esultato, ansimato, trattenuto il respiro e urlato d’entusiasmo, paralizzato da talmente tante emozioni da finire due volte in ospedale ….. Inesauribile, quella notte di fuoco continua a modellarmi il corpo, l’anima e la vita, come un alchimista sovrano che non abbandonerà mai la sua opera.

Una notte sulla terra mi ha fornito gioia per l’intera esistenza. Una notte sulla terra mi ha fatto intuire l’eternità. Tutto comincia.

Eric-Emmanuel Schmitt

Un libro da far trovare sotto l’albero, augurando a chi lo riceve di poter scrivere un giorno ……….. Sono nato due volte …………. Custodendo nel cuore la data di ‘nascita’ con il buon Dio

TeresaNottedifuoco